Stiamo galleggiando per voi

Posted on 31 luglio 2012

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L’estate in cui non accadde nulla: negli annali della storia moderna questa stagione lassa avrà lo spazio che merita. Una breve di cronaca, e non ci saranno immagini a raccontarla: giacché i talk show di grido non seppero neanche questa volta rinunciare alle meritate vacanze, indispensabili per schiarirsi la voce e urlare alla censura di regime l’autunno successivo. Da quasi un anno, il Paese vive una fase turbolenta e l’agenda politica sarebbe fitta di appuntamenti con la responsabilità. Eppure niente, siamo abilissimi temporeggiatori. Medaglie d’oro sul podio dei cazzeggiatori, dopo anni ed anni di intenso allenamento. La disciplina in cui andiamo fortissimi è il “frattempo”, un frattempo lungo lustri anni settimane: una delega in bianco al tempo che sistemi le cose, praticata a livello agonistico. Con un certo sapiente disimpegno.

A questa classe di dirigenti vorremmo rimproverare tanto, è che forse proprio non ci riusciamo – come disegnerebbe Altan: l’imbarazzo della scelta ci paralizza, talvolta. È abominevole insomma che i protagonisti dell’emiciclo costituzionale, con alterne fortune, facciano da arredamento alla polverosa scenografia politica di questa Nazione da molto prima che i padri cinquantenni concepissero la nostra generazione. Un giorno i brizzolati (che è una categoria, deteriore, dello spirito e non tricologica) chiederanno perdono per aver militarizzato il consenso di una classe di elettori, indiziati per eccesso di fiducia, e si arrenderanno a contemplare i detriti di una civiltà annoiata. I responsabili di questo default culturale – prima ancora che economico – hanno volti noti, faccioni da pastone, natiche da fotogallery. Sanno fin d’ora che la faranno franca. È un riflesso istintivo, il loro, una sorta di indulgenza plenaria concessa da tempo immemorabile.

Immagino pure che j’accuse a firma di pischelli insoddisfatti, affatto dissimili da questo mio, siano stati strepitati in tutte le ere geologiche della nostra Repubblica. E forse anche noi dovremmo fare un fioretto, visto che corriamo il rischio di sopravvalutarci. Tuttavia l’abulia di un circolo di leader appesantiti dalla nullafacenza rischia di contagiare una penisola intera. Ci prenderanno per sfinimento: quanto credete ancora, voi uomini e donne di buona volontà, di poter andare avanti con questa riserva di indignazione? In queste ore (solo per render l’idea) tiene banco il dibattito sulla riforma della legge elettorale, tentativo necessario per ricostruire un ponte sull’abisso che separa elettore ed eletto. Nessun cartello però avrà il coraggio di far bene in Parlamento, rischiando il suicidio. E tutta questa indulgenza diventa assoluzione: la magnitudine del disastro esime chi l’ha provocato dal porvi rimedio?

Lo scenario è raccapricciante, truppe di scalmanati invadono i rotocalchi per galleggiare in attesa di una condanna alla naftalina. Paradossalmente, pure, l’avventura istituzionale del «podestà forestiero» Monti ha contribuito a riabilitare la nomea internazionale del nostro Paese, ma ha finito col fornire un alibi di scorta ai partiti presenti in Parlamento. All’ombra del monumentale governo di sanità nazionale, si gingillano e trastullano i procrastinatori, in una contagiosa allegria di naufragi. Alle loro spalle, truppe di innocenti tifosi fanno a gara di sondaggi e schermaglie per stabilire a chi attribuire la palma del meno peggio. Altrove – dove la democrazia non è sospesa per incombenza di ferie – si vivrebbe un’accesa estate di proposte, sudore e disegni di futuro. Ma osservare il Paese, lontani dai suoi confini striminziti, è spettacolo indegno.

Deprime, inoltre, il fatto che anche gli outsider della partita politica, da tempo a bordo campo, stiano rallentando le operazioni di riscaldamento, lasciando i demagoghi senza ricette di ogni latitudine soli davanti al portiere. In questo clima attendista, l’assuefazione al nulla rischia di spegnere l’attivismo di chi vorrebbe un Paese maturo, nuovo e competitivo. Un altro delitto di cui saranno imputati gli irresponsabili intestatari di loghi novecenteschi, sebbene restaurati in full color, è la strage di speranza. Siamo al parricidio della politica: occuparsi del bene comune passava per essere una missione nobilissima solo pochi decenni fa. E “statista” era un’apposizione prestigiosa con cui ci si rivolgeva ad un amministratore accorto. Nel frattempo, non è cambiato nulla: al più, siamo cambiati noi. Abbiamo rinunciato a studiare un’alternativa al crepuscolo, a cingere d’assedio il quartier generale del pressappochismo.

Pochi giorni fa è apparso in rete e su diversi quotidiani l’appello di un gruppo di volenterosi, cui se ne sono aggiunti tanti altri. Si tratta di poche proposte di buon senso, una piattaforma snella per “fermare il declino”. È il seme di un arbusto sano, la dimostrazione che potremmo non morire pessimisti. Dovremmo  invece raddrizzare le sorti dell’estate in cui non accadde nulla: favorendo la convergenza delle energie migliori del Paese e scommettendo nella sfida lanciata dai signori del tessere: è tempo di rete e reti, di crescita e sviluppo, di riforme e riscatto, di solidità e solidarietà, di diritti e libertà. Ed è anche il momento di rinunciare ai propri inguaribili personalismi per evitare una replica mal riuscita della commedia che è oggi – evidentemente – alle battute finali. Monti a bordo chi ha compreso che si può costruire una Nazione più robusta cominciando con l’abbattere le fondamenta putride che non ci reggono più.

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