Alieni, li riconosci dalle infradito

Posted on 26 luglio 2012

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Gli alieni, dannazione, rapiscono all’improvviso. Non avvertono per nulla. Chi diavolo si credono di essere? Solo perchè son verdi e puzzano di bava? (Quanto al loro aspetto non garantisco. Sul colore e la tendenza a sputacchiare fanno fede gli insegnamenti contenuti nei documentari in materia realizzati dall’antropologo-ufologo americano Matt Groening). Eppoi non lasciano neanche un biglietto da visita, gli alieni. Un IBAN che gli paghi il riscatto e chi s’è visto s’è visto, si accetta anche carta di credito. Non dico un PayPall. Non dico una PostePay che non c’è mai da fidarsi delle poste. Io c’avrei cento dollari pagatimi in nero da riciclare su Plutone, per dire, astenersi perditempo: mi lasciate un IBAN – vi pago in fretta – poi non so quanto ci metta il Banco di Napoli di cui sono affidabile e di lungo periodo cliente – e voi mi ridate il sequestrato in un pacco che sopra ci scrivete ‘fragile’ maisìa lo capovolgono e mi si sfascia costui. Ora che ci penso, forse non è una grand’idea riciclare del denaro rivolgendosi allo sportello sotto casa. Parliamone. Gli alieni si fanno vivi, t’ammazzano il sonno: tu sei lì che abbozzi un tentativo di negoziazione, era coi terroristi che non si trattava, no?, tipo con gli alieni posso almeno transare o transigere che dir si voglia, poi magari era internet che non funzionava. E quel cittadino della terra – che lo stai cercando come un forsennato in ogni centimetro di pensiero – finisce che non l’avevano rapito mica e se ne stava a fumare su un’amaca di coralli sognanti e vino bianco. Questo pensiero ti viene in mente troppo tardi e fa il rumore di un bicchiere di vetro che cade per terra e si frantuma e fa quel rumore che puoi provare a imitarlo con un piatto di ceramica ma non è brillante uguale e ricordati che i piatti comunque nella vita ti servono sempre più dei bicchieri che, male che vada, bevi dalla bottiglia a canna e – se l’acqua non è calcarea come negli Stati Uniti – dal rubinetto. Ah, poi non ho mica capito come è finita quella faccenda delle brocche che depurano: sono cancerogene o no? Quindi niente alieni. Solo che l’internet non prendeva o il caricacose era occultato sotto un cuscino. Solo che era in treno di notte e non poteva rispondere che la tizia coi bigodini dormiva. Solo che, durante un happy hour, il cellulare era caduto nello Spritz. Anzi no, voi vi credevate che era così, ma il cellulare era inciampato in una borsa a righe viola ed era scivolato in una vita altra. Poi quel nuovo detentore, stando alle norme vigenti riportate nel risalente codice civile: quale articolo non mi ricordo, ma penso che manco il mio professore lo sa, era una brava persona. Aveva chiamato il numero Mamma estratto con rigorosa avvedutezza dalla rubrica zeppa di Franceschi e Giulie e aveva detto signora sua figlia il cellulare ha perso eh io mo’ ce l’ho dove la trovo così glielo ridò si figuri non voglio niente in cambio si figuri sono un professore me la cavo per conto mio ho un mutuo da pagare e mi ha mollato tre giorni fa la donna per cui avevo abbandonato New York ma non è che ora mi metto a rubare telefonini come un tossico qualsiasi per poi chiedere le ricompense alle casalinghe di Potenza signora che si crede pensavo di star facendo una buona azione ah ok scusi lei mi son fatto prendere che sono in tram e mi schiacciano i piedi le mani i pomeriggi poi pure fuori Milano diluvia e porto i calzini bagnati ma nulla quindi vabbene glielo dica lei che io il giovedì leggo Internazionale sulla panchina lato est di Parco Sempione mi si riconosce dalle infradito sono quello che non le porta. Quindi prima o poi lei il cellulare lo ritrova, scusate alieni per questa gogna mediatica. Dobbiamo ricordarci non sbattere il mostro in prima pagina neppure se è verde, bavoso ed è accusato di innumerevoli cerchi nel grano. Non erano stati gli alieni, che comunque neppure avevano avvisato di non esser stati loro né avevano rivendicato il sequestro  – in estrema sintesi: non si fanno sentire per un cazzo questi coinquilini degli universi paralleli. Era solo che il cellulare non si trovava, manco lei lo trovava. E sua madre dove diavolo avrebbe dovuto telefonarla, da Potenza, per dirle di andare ad un bosco senza ciabatte che legge un settimanale (o forse non era esattamente così)? Insomma infine poi lo avrebbe incontrato. L’uomo o il cellulare. E no, sia chiaro. Questo è un comunicato di smentita, una rettifica obbligatoria: gli alieni non c’entrano. È che per un attimo alieni eravamo stati noi. Ma poi abbiamo trovato un cellulare vecchio, una storia nuova e ci siamo raccontati l’estate o quello che rimaneva di una stagione che se non la consumi sui lettini – quelli goffi e buzzurri che ti devi bere un cocktail che sa di Listerine ogni tre ore per non apparire in rotta di collisione con le tradizioni consolidate della fauna locale che, corpulenta, sculetta a ritmo delle musiche stroboscopiche selezionate all’ingresso da uno che si fa chiamare diggei solo perchè a quasi trent’anni porta ancora i capelli a spina, è iscritto all’università ma gli piace finire col soprannome suo sui volantini che quando me li danno faccio finta di prenderli eppoi li butto nel primo cestino che trovo solo per non sembrare scorbutico con le signorine che si prendono il sole per distribuire annunci di feste che manco loro ci vanno – quello che rimaneva di una stagione che, se ti diverti come vuoi tu davvero, è anche una passione magica, l’estate: specie se passi la notte a ballare su note di pioggia mediorientale e luci che tremano come quelle tende fatte di aghi sottili che tutti ci ricordiamo che le abbiamo viste sicuramente in quei bar in riva agli scogli, quelli che vendevano i gelati Algida prima che cambiassero il logo della marca ed, in base non si sa bene a quale ragione commerciale – comunque inspiegabile a persone che, come me, lo apprezzavano senza mezze misure – i padroni della ditta stessa decidessero di abolire il Winner Taco. Quelle tende ora sono diventate più rare perché spesso capitava che si logorassero alla lunga e facevano un po’ ridere, diciamo che non erano troppo utili a infrangere il percorso rettilineo dei raggi ultravioletti o ad ostacolare le fulminanti carriere delle mosche ma però i bambini ci correvano dentro e gli sembrava a loro come se un polpo gigante con millemila tentacoli li stesse spettinando. (Era bello, se ci pensi, sapeva come di un campo di frumento capovolto con il giallo in alto e il prurito ovunque). Gli alieni alla fine non erano stati loro e spero pure non se la prendano, ma è che quando cerchi qualcuno e non lo trovi manco sotto il cuscino o nello Spritz o nella borsa a righe di uno di Milano che, se li ritrova, restituisce i cellulari (non si sa i portamonete perché non gli è mai capitato, forse ci penserebbe due volte perché la rata del mutuo scade il ventinove di ogni mese – anche di quelli non bisestili ché era parsa una proposta geniale: tipo sembrava che febbraio avrebbe pagato una volta su quattro e invece no: è anticipato al ventotto, negli anni non bisestili, e se il ventotto è sabato al venerdì prima) non sai che pensare, e gli alieni non è che – almeno nella storia recente – abbiano mai dato prova inoppugnabile della loro innocenza in tema di sequestri lampo a scopo genetico – sarebbe bellissimo se ti clonassero, ci pensi mai? (Io sì). Era solo internet che non prendeva in conseguenza del fatto che il cellulare non si trovava, e mo’: di questi tempi l’internet noi lo si usa tutti dal dispositivo mobile, e potevi anche andare a dormire senza incolpare gli alieni e scatenare un conflitto diplomatico tra te e il sonno che stai trascurando, tra la nostra democratica nazione e la Farnesina degli alieni – che, stando comunque ad un’obiezione che mi balena ora per la testa, perché mai avrebbero dovuto rapire proprio te, di giovedì notte, al rientro dalle vacanze? Non si capisce, ma fossi stato io l’alieno, l’avrei fatto senza dubbio alcuno. E non sono verde e non puzzo e non sputo, e ho imparato a fare la lavatrice rifare il letto lavare le stoviglie parlare lingue strane. Ma non quelle degli alieni, che suppongo siano tante.

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