In missione per conto della catastrofe

Posted on 8 giugno 2012

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Sabato 9 a Roma si parla di giovani e futuro, ho 5 minuti per non dire cose banali. Missione impossibile, ma ci provo. Qui una bozza, dite che cosa cambiereste.

Siamo in missione per conto della catastrofe. Guardate il calendario, è l’anno zero del Paese: vuol dire che da un lato c’é il baratro e dall’altro l’orizzonte. E vuol dire pure che si può ripartire; mi sembra ovvio. Se fossimo un libro saremmo un bestseller di Calabresi. «La fortuna non esiste», eccolo: lo tengo sul comodino, feticcio laico di speranza. Il titolo è una citazione monca. «La fortuna non esiste, esiste solo il momento in cui il talento incontra l’occasione». Non vi lusingo oltre, ma qui i talenti dovrebbero esserci: e tanti. Non fosse altro per una questione onomastica, giochiamo in casa. Nel testo si trovano decine di storie esemplari, raccolte nel deserto americano della crisi, storie di persone che contavano zero ma che hanno riscritto un destino che pareva segnato dal fallimento. Hanno messo in piedi cose da poco o ancora sacrifici grandi, sforzi giganti. Ci hanno provato ed ora ne vanno fieri: ce l’hanno fatta.

La cosa bella – non so voi, ma io sì – che si respira sotto questo tetto è anche l’occasione. Il momento. L’urgenza. Usate tutte le maiuscole che preferite per dare un senso nuovo a questo tempo. Ho 23 anni e studio a Milano, da terrone duepuntozero. Non ho mai avuto in tasca una tessera di partito – che gioia! – ancora oggi ho solo quella dei punti fedeltà del discount sotto casa. Eppure la politica è un entusiasmo vecchio e rinforzato. Per me la politica è una missione di una nobiltà che manco vi immaginate, una storia seria fatta di sudore e vittorie. Per me la politica non è partito, ma partita. È donna, con tutto quello che ne consegue. Faccio rappresentanza in università, ci provo ogni giorno – mica da solo! – assieme ad una squadra di matti che se ne fottono dell’indifferenza. Mettono in rete esperienze, ed hanno lasciato nel cesto della roba sporca le pettorine dell’ideologia. Niente bandierine, un’unica militanza: quella della concretezza.

L’idea con cui mi sveglio al mattino è semplice: quello che non mi piace, provo a cambiarlo. Tra le aule di un ateneo commerciale il trucco ormai mi riesce abbastanza facile. Ma oltre i vialetti zeppi di fotocopie e biciclette, oltre le aule studio e gli aperitivi, oltre i lavori di gruppo e gli amori frettolosi: c’é un Paese che – al netto di ogni retorica qualunquista – è un grande Paese (non fosse altro che ci viviamo noi!). Questa nazione io la sogno migliore. Sento sotto la pelle il prurito del dover esserci, l’ardore del contribuire, voglio addormentarmi sorridendo. Voglio poter rispondere “presente” all’appello dei giovani di buona volontà. E per questo siamo qui in tanti, ne sono certo. Perché rischiamo di soccombere. E ciascuno di noi vuole realizzare progetti concreti, vuole avere uno Stato poco intrusivo, molto solido, tanto solidale, meritocratico, libero dalle caste, costruttore di mobilità sociale, aperto all’innovazione. L’esperienza del governo Monti è stata una boccata di aria nuova, e ci auguriamo che le forze politiche mature abbiano il coraggio di proseguire sul sentiero tracciato.

Infatti siamo qui per aggredire il vecchio ed aggregare il nuovo. Perdonate l’arroganza: avete capito bene. Siamo qui per aggredire ed aggregare, e non lo dico a beneficio dell’enigmistica. È roba seria. Per ripartire serve la tracotanza dei vent’anni, l’ingenuità della competenza, la gratuità degli outsider. Serve pure reagire alla supponenza dei mestieranti che hanno ridotto il dibattito politico ad un scontro tra cartoni animati. Che poi, alla fine, vincono sempre i Flinstones – quelli con la clava e gli ossi duri. Lo ha detto anche il presidente di Confindustria giovani ieri: #siamoinprimafila per cambiare. Badate, non è mica una battaglia tardo romantica né generazionale o peggio giovanilista. Lungi da noi. Non facciamoci tirare le orecchie da Mentana, senza «linfa nuova e conflittuale» appassiamo tutti davvero.

È una battaglia etnica, perché il clan della conservazione – armato fino alle dentiere – minaccia di pernacchiare ogni nostra rivendicazione. Minaccia, e ci riesce pure abbastanza bene, di trasformare in privilegio ogni nostro diritto. Favoriamo quindi l’estinzione di chi rappresenta la preistoria. Qui invece siamo a Futurama. In un’epoca nuova, con facce vispe, obiettivi concreti, meriti e sfide. Poi magari una cosa sincera, visto che siamo tra intimi, possiamo dircela già da oggi. Dimentichiamo i padri. Seppelliamo i dissapori. Rifuggiamo i difetti. Facciamo che non ci candidiamo a nulla, che non ci saziamo a sbafo con uno strapuntino, che la smettiamo di ambire ad una seggiola da ruspanti portaborse.

Facciamo che ci candidiamo ad una cosa sola: a mobilitare le energie migliori del Paese. E magari vinciamo pure. Candidiamoci ad aggregare gli esodati delle confraternite partitiche, gli sfollati senza casa politica, i viandanti dell’impegno. Guardate che siamo millemila e non moriremo nell’immobilismo. E la gente ha bisogno di noi. Poi un giorno, se restiamo chiusi nelle confortevoli camerette del disimpegno, verranno a chiederci: «Ma tu, dov’eri?». Me lo dice tutti i giorni la bidella della biblioteca: «Voi che siete giovani, fate vincere le cose nuove. Non date spazio a Grillo, coi pupazzi abbiamo già dato». Sarà l’emozione, il delirio o la vertigine: ma io – se piglio un impegno, poi lo mantengo – e alla Tiziana, la bidella, ho detto: «Fidati che ce la facciamo». Ed ora al lavoro, perché “più che il tempo passa il nemico si fa d’ombra e s’ingarbuglia la matassa”. Siamo in ritardo, ma possiamo recuperare. Quindi testa bassa e pedalare, tocca a noi.

 

(Mentre buttavo giù queste idee ascoltavo “Firework”, di Katy Perry, scelta dalla riproduzione causale del lettore. Mi è sembrata un’ottima colonna sonora. Secondo me è un manifesto).

 

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