A Taranto il futuro ha i giorni contati

Posted on 21 marzo 2012

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«In quattro parole, io sono ancora qua». Giancarlo Cito, per gli amici “l’onorevole”, si affida ai versi di Vasco Rossi per tornare in campo: ormai a vent’anni dalla sua prima comparsa sulla scena politica. Il video emozionale ripercorre le tappe della rapida e malconcia parabola, con toni agiografici e citazioni mitologiche. È storia grigia e recente della penisola salentina, dove il progresso ha una direzione ben precisa: indietro tutta. Anche nella “Poisonville” d’Italia, a maggio, si terranno le votazioni comunali ed i cittadini si vedranno obbligati ad un impensato tuffo nel passato. Le corazzate della Lega di Azione Meridionale, movimento di Cito, sono in marcia verso il Municipio e si dicono senz’altro pronte alla rivincita. In queste ore, sono scese in strada per perorare la causa del rilascio dei due marò arrestati, uno dei quali – nel 2007 e nel 2010 – ha corso sotto le insegne del gruppo, mancando l’elezione. «Massimiliano Latorre è un amico fraterno, si sarebbe candidato con me anche questa volta»: avverte Cito.

“Non c’è niente da cambiare”. La storia del nerboruto onorevole è un condensato di paradigmi elettorali tipici del Belpaese: televisione a disposizione, guai giudiziari, populismo vincente, declino e resurrezione. Nella “città necessaria al nostro sistema industriale”, come la definisce Alessandro Sortino nel corso di un’inchiesta sull’inquinamento dell’aria, si fronteggeranno le classiche coalizioni figlie del bipolarismo nostrano. Stefàno, sindaco uscente, con fama di brava persona e presente forse in bilico, ha evitato la corsa a ostacoli delle primarie con tanto di placet del suo padrino Nichi Vendola, sinceramente democratico. Il primario iscritto a SEL cerca la riconferma e probabilmente la otterrà. A destra intanto è il delirio, in troppi smaniano per una poltrona scomodissima. Ed in questo contesto caotico, del tutto paragonabile a quello dell’era di Mani Pulite, si fa strada l’antica proposta del figlio più genuino e “capatosta” del Golfo, oggi alla soglia dei settant’anni. Giancarlo de Cataldo, magistrato e scrittore, nel 1995 ne riassumeva la giovinezza sregolata: «il numero uno dei mazzieri, prendendo a cazzotti la grammatica», si affacciava nei soggiorni imbanditi delle famiglie tarantine dal Canale 33. Il “sindaco geometra” (tale pomposa apposizione recano tutte le delibere dell’epoca) fu eletto nel 1993 col 32% dei voti al primo turno ed il 53% al ballottaggio: si era riciclato senza rinunciare all’aria da duro, tutto “law and order”. Temutissimo «fascista», negli anni Settanta, abbandonò l’MSI per contrasti coi vertici sezionali. Sceso in campo contro la partitocrazia cittadina, era riuscito a trasformare il logo della propria ruspante emittente, Antenna Taranto 6, nel simbolo di un altrettanto rocambolesco cartello elettorale, AT6. Eletto in consiglio, poi destituito per collusioni paramalavitose, nel dicembre del 1993 inaugurava la stagione delle vittorie. Nell’introvabile “Terroni”, primo di tanti pamphlet intimamente regionalisti, De Cataldo riporta l’analisi amara ed impietosa del rivale di Cito, lo sconfitto magistrato Minervini, secondo cui: «La televisione è più forte delle idee». L’autore di “Romanzo Criminale”, tarantino di nascita, sa di cosa parla e si chiede se mai il cavalier Berlusconi si sia convinto al grande passo sulla scia del trionfo del suo omologo pugliese. L’esempio di Taranto ha fatto scuola, continua De Cataldo, si tratta invero di una prova generale del crepuscolo dei miti.

“Il tempo di inventarsi un’altra diavoleria”. Gli ingredienti del partito personale ci sono tutti, la popolarità del gruppo è costruita attorno alla figura energica di una “bandiera della tarentinità”, identitaria almeno al pari della birra Raffo. Nel 1996, Cito fa il suo ingresso in Parlamento col pacchetto di voti che, in città, ha messo in crisi gli schemi traballanti della Seconda Repubblica: a farne le spese sono i candidati del Polo e dell’Ulivo, impotenti di fronte al 45 per cento raccolto dall’onorevole. In quello stesso anno, in tutta la regione, il movimento sfiora i centomila voti cavalcando una sorta di leghismo speculare, con tanto di celodurismo terrone e l’iradiddio di vernacolo in libertà. Il segreto del successo, per Cito, è l’indole istrionesca e la verve da tribuno che presto faranno di lui un predicatore, il “capo dei capi” della televendita di sogni. Sui siti di broadcasting non mancano le parodie ed i remix del profluvio sguaiato di intemperanza e demagogia: chiunque s’azzardi a criticarne le gesta, si becca un lapidario «cornuto, fisicamente parlando» ed una greve minaccia di calci nel sedere, con annesse scuse rivolte ai bambini sintonizzati sulle sue frequenze. Anche Giuliano Ferrara, in tempi non sospetti, si appassionò al personaggio e non esitò a contrapporlo all’acceso Gianfranco Funari: a trarne vantaggio fu indubbiamente l’archivio macabro di Blob. L’avventura picaresca otteneva la ribalta nazionale con la marcia su Mantova, in chiave antipadana, e la candidatura alla poltrona di primo cittadino nella metropoli meneghina al grido di “Voglio tarantizzare Milano”. Il capolista allora era un tale Leone di Lernia «cantante, 59 anni, coniugato, quattro figli, licenza elementare», fino a ieri star indiscussa de “Lo Zoo” di Radio 105. Sulle labbra di Cito, il dialetto tarantino suona ostico ed arabeggiante poiché del tutto privo di vocali, “respingente e puntuto”, è un’arma di consenso che, per prorompere, si avvale degli schermi della tivvù “selvaggia, privata, libera, locale”. E continua a trionfare, almeno dal punto di vista del consenso, anche dopo le traversie giudiziarie che porteranno il deputato dietro le sbarre dal 2003 al 2007 per concorso esterno in associazione mafiosa. In cella Cito studia diritto, si appassiona alla materia e consegue la laurea.

“Al diavolo non si vende, si regala”. Per la sentenza della Corte di Cassazione «dallo spargimento di polveri nocive provenienti dai parchi minerari sono derivati al territorio ingenti danni patrimoniali con pregiudizio concreto della qualità della vita della collettività». Nella “Svizzera del Sud” (il copyright, manco a dirlo, è made in Cito), si muore di per via dei veleni dei camini dell’ILVA, polo siderurgico della famiglia Riva. La cocheria ha trasformato la zona ionica in un cimitero a cielo aperto e, alla diffusione dell’ultima maxiperizia commissionata dalla Procura di Taranto sull’accertato avvelenamento della città, giovani ed anziani hanno festeggiato in piazza: ci si augura che si possa replicare la vittoria conseguita a conclusione del processo Eternit, grazie al cui principio si potrebbe non dover dimostrare il nesso di causalità diretta tra i decessi e l’attività inquinante del gigante che produce un terzo dell’acciaio italiano. Il “rione” Tamburi, dove si muore quattro volte di più che nel resto della città, si affaccia sugli stabilimenti e respira a pieni polmoni le polveri (tutt’altro che) sottili che si depositano sui davanzali e sui destini di queste genti: e qui l’unica speranza delle vittime è che le lancette della giustizia corrano più in fretta di quelle della malattia, magari che gli enti locali non cedano alle lusinghe tintinnati di chi ha rapito il cielo sul golfo. «Fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano si traducono in eventi di malattia e di morte», questo ha stabilito la relazione tecnica: ora toccherà ai giudici far luce in aula nel corso dell’incidente probatorio in programma nelle prossime settimane. La scenografia inconfondibile della città “dei due mari” è fatta di fumi e mielomi, di arroganza e viltà: con una piccola mancia annua, la famiglia degli industriali settentrionali vorrebbe comprare la benevolenza dei tarantini (un parco giochi promesso e mai realizzato, le fontane nuove al campo santo). Quindicimila operai hanno un posto “sicuro” all’ILVA ed il ricatto occupazionale è spesso l’argomento con cui silenziare l’ostinazione delle lotte ambientaliste (a proposito: Angelo Bonelli, leader dei Verdi, si candida in città «per respirare aria pulita»). Proprio nelle scorse giornate il ministro dell’ambiente Clini ha incontrato le istituzioni locali ed ha ammesso: «Il problema non si può gestire a colpi di propaganda. Il nostro obiettivo è trovare soluzioni compatibili con la continuità produttiva, con la riqualificazione e il miglioramento delle attività produttive.

“Sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua”. La ricetta dell’onorevole Cito, a proposito del futuro dell’ILVA, è fin troppo elementare: continuino a lavorare da noi, ma risarciscano la città con una generosa ricompensa. Lo ha ribadito il 7 marzo ai microfoni di TarantoNews.it: «Tutelare le famiglie dei lavoratori non significa ammazzare la città. Allora, se il Riva incamera 10 miliardi di euro all’anno, non può pensare di portare i soldi al Nord senza ridurre l’inquinamento che ha creato lui stesso». Nel frattempo prosegue la cavalcata di Mario Cito, il “candidato virtuale” o “il figlio muto”, che – appena cinque anni fa – rischiò di accedere al ballottaggio superando la colazione di centrodestra e fermandosi ad ottocento voti di distacco da quella di centrosinistra: mai una parola. Da allora, da quando si è inteso che il brand Cito era ancora in grado di scardinare le geometrie elettorali magnogreche, il duo è stato corteggiato ed ospitato – nell’ordine – dal Movimento per le Autonomie del governatore siculo Lombardo, dalla coalizione provinciale di centrodestra e dalla lista a sostegno del candidato alla Regione espressione dell’ex ministro Fitto. I comizi dell’onorevole sono adunate folkloristiche, recitati col piglio goffo dello sceriffo e l’affetto dell’emarginato: si replicano da tempo, alla presenza della nomenclatura del partito azienda (basti pensare che, per contattare l’onorevole, occorre passare attraverso il filtro delle cortesi centraliste di TBM, Tele Basilicata Matera, la nuova prestigiosa emittente su cui il capitano conduce “Filo Diretto”). Nella città dalle mille contraddizioni, l’avvenire – tanto imprevedibile quanto surreale – assomiglierà probabilmente al passato remoto: quello precedente il dissesto del bilancio comunale realizzato durante la legislatura della sindaca Rossana Di Bello, pasionaria berlusconiana della prima ora, condannata per abuso d’ufficio e dimissionaria dalla carica di sindaco. Come racconta il giornalista Stefano Maria Bianchi a Wemag, ambizioso magazine cittadino: «Alla resa dei conti, l’utero malato dal quale sono usciti Cito e la Di Bello è lo stesso». Bianchi, autore di un libro sul sindaco geometra, da cui si sarebbe tratto un film titolato “Il sogno italiano”, non ha dubbi: «La straordinarietà del fenomeno Cito è che ha anticipato programmaticamente tutte le peggiori sfaccettature della politica italiana: il revanscismo, lo squadrismo e la xenofobia con tanto di ronde e manganelli, che sono diventati un cavallo di battaglia della Lega Nord».

La città di Taranto, ostaggio delle fabbriche assassine e delle oligarchie corrotte, esplora senza bussola le rotte di un avvenire fosco e losco, sospeso tra l’arroganza dei “figli scapestrati” e le incertezze economiche. Nel frattempo due pornostar si sono fronteggiate senza veli nel corso delle primarie online che hanno stabilito chi concorrerà per la fascia di primo cittadino: ha vinto la ventisettenne polacca Amanda Fox, con uno scarto notevole, come a dire che la situazione è grave ma non è seria. Ogni sera, all’ora di cena, i telespettatori di TBM si godono le interviste dei passanti sul corso: a condurre in studio non c’è il ciuffo di Paolo Del Debbio, ma lo stile è lo stesso della Mediaset dei tempi migliori. «Signora, fra Cito e Stefàno chi vota?». «Cito almeno aveva cominciato a raddrizzare le cose, ci vuole uno coi cosiddetti attributi, uno che non guarda in faccia a nessuno». «E come giudica questa amministrazione uscente?». «Stanno le immondizie e non le raccolgono, tante promesse non le hanno realizzate, solo alle processioni si fa vedere il sindaco, siamo delusi perché nessuno cambia niente e ci prendono per fessi a tutti quanti». “Col cuore che batte più forte”, direbbe sempre Vasco, oggi ogni tarantino spera di cavarsela: tra rassegnazione e scirocco, qui non si respira più da troppo tempo.

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