Ultradestra solidale con l’ex Nar, divisa sul resto

Posted on 3 gennaio 2012

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Le uniche certezze, a quasi ventiquattro ore dal ferimento dell’ex NAR Francesco Bianco, sono quelle scolpite nel comunicato serale delle forze dell’ordine e rilanciate a stretto giro dalle agenzie. Una gambizzazione in piena regola, a Tivoli Terme: il neofascista è stato ferito da tre colpi di arma da fuoco da due uomini che si sono allontanati in fretta a bordo di uno scooterone. Due proiettili alle gambe, uno al braccio: a colpo sicuro, non per uccidere, il linguaggio del “ferro” è facilmente decrittabile. I proiettili servono anche per intimorire, o avvertire – che poi è lo stesso. Intanto, a sentire il colonnello Maurizio Detalmo Mezzavilla, «l’agguato parrebbe da ricondursi a contrasti che il Bianco ha avuto con altre persone», e fin qui rasentiamo l’ovvio. Mezzavilla in ogni caso invita alla cautela: «Aspettiamo l’esito degli accertamenti e delle investigazioni». I carabinieri avrebbero perquisito fin da subito l’abitazione della vittima ed ora starebbero vagliando i suoi contatti recenti. Emerge prepotente un altro particolare interessante di cui si sa ancora poco: prima di finire colpito dall’arma, Bianco avrebbe reagito all’aggressione ingaggiando una colluttazione con i malintenzionati (il dettaglio è oltremodo rilevante: l’aggredito potrebbe aver riconosciuto i due, sebbene indossassero dei caschi integrali). Di questi istanti, inoltre, è la notizia che le telecamere degli esercizi commerciali della zona avrebbero catturato i fotogrammi del ferimento – si smentiscono in questo modo le prime voci circa la totale assenza sistemi di videosorveglianza.

Non si è fatta attendere la cameratesca solidarietà, in poche ore soprattutto sul web tanti sono stati gli incoraggiamenti per l’ex militante dei Nuclei Armati per la Rivoluzione. Cori affettuosi di “in bocca lupo” ed “auguri di pronta guarigione” dal sito NoReporter.org e da parte degli attivisti di Forza Nuova, di cui Bianco era militante nella comunità capitolina. Un po’ di confusione si registra tuttavia negli animi dei militanti: taluni alludono a un imprecisato ruolo dei servizi segreti deviati, altri smaniano e provano a spiegare perché si tratti di vero e proprio accerchiamento, altri ancora rievocano una pagina buia della storia patria e registrano le tante analogie coi ferimenti e gli assassinii degli anni Settanta. Sulla sua pagina facebook Gabriele Adinolfi, ex NAR anche lui ed oggi “ideologo” e “guida spirituale” di CasaPound, rassicura i camerati in apprensione: «Sono andato a trovare Francesco in ospedale. Forza e coraggio. Con lui pienamente, da camerata e fratello!». Già in mattinata Adinolfi aveva fatto sapere che la vittima non si trovava «in pericolo di vita». Egli stesso ha scritto una nota sulla “caccia al nero” (parole sue) in cui si chiede a proposito della congiuntura “lacrime e sangue”: «Siamo certi che si tratti di una metafora e che non si debba prendere alla lettera?». Tuttavia per intuire il clima di queste ore, per comprendere a pieno come la galassia nera stia vivendo la repentina ribalta, basterebbe scorrere i contributi dei simpatizzanti postati sul forum “Vivamafarka” – la casa virtuale del popolo delle destre «radicali» (Pannella ed il suo codino, ovvio, non c’entrano nulla): un misto di orgoglio dell’appartenenza, rassegnato vittimismo e convinto complottismo.

Tempi neri, anzi incendiati, per l’estrema destra tricolore. Alla vigilia della commemorazione della strage di Acca Larentia, infatti, si registra un gran bailamme nell’area: quasi un giro di vite cui corrisponde un uguale e contrario ordine di “serrate i ranghi”. A voler forzosamente mettere insieme episodi del tutto eterogenei unendo tanti puntini lungo un asse immaginario, si ottiene un quadro poco rassicurante: prima la gambizzazione di Andrea Antonini, ex membro della segreteria di Storace ed oggi coordinatore laziale delle tartarughe di Casa Pound, poi l’arresto di Zippo, militante romano dello stesso movimento, accusato di aver aggredito alcuni suoi avversari municipali iscritti al Partito Democratico impegnati in un banchetto rionale. Quasi contemporaneamente un blitz con tanto di perquisizioni ed arresti sgominava il nucleo del gruppo che si riconosce nella sigla Militia, con l’accusa di voler «porre le basi di una guerra rivoluzionaria – parlano gli atti giudiziari, ndr – contrapponendosi alle Istituzioni preposte alla repressione, che non riconoscevano», poi vengono le infinite polemiche seguite alla strage di Firenze – ad opera di tal Gianluca Casseri, un simpatizzante toscano di CPI – circa l’agibilità politica del movimento di Iannone, infine la vicenda del Console ad Osaka Mario Vattani in arte Katanga, leader della band SottoFasciaSemplice, sollevata proprio nelle ultime ore. Fin troppo rumore, insomma: un’attenzione quasi smodata, senz’altro morbosa, per un’area da sempre affascinata dal mito del ghetto, dalla retorica dell’isolamento, dalla fierezza dell’essere seduti dalla parte del torto.

Si aggiunga lo scontro tutto interno alla destra della Capitale a proposito rito commemorativo dell’anniversario 7 gennaio prossimo. «Confronto acceso» sull’anniversario della strage di Acca Larentia, come direbbe chi in queste ore tenta di gettare acqua sul fuoco, culminato nella sostituzione della storica lapide (giacché installata da due dirigenti della federazione giovanile di allora, Alemanno e Fini, che oggi – in certi ambienti, specie dopo le dichiarazioni sul “fascismo male assoluto” – si etichettano come restauratori rinnegati). «Bigonzetti Ciavatta Recchioni – assassinati dall’odio comunista e dai servi dello Stato», si legge ora dopo l’apposizione della nuova targa, mentre prima ci si limitava ad un «caduti per l’Italia migliore». Non ne parliamo per mero gusto della digressione, ma perché l’immagine campeggia come foto profilo sulla pagina facebook dell’ex NAR gambizzato. Esageriamo coi social network per poche ragioni essenziali: Bianco deve la fuga dal museo dell’oblio in cui sembrava relegato proprio ad una vicenda che vide coinvolta la rete (dalla sua bacheca sul social più popolare si era lanciato in improperi nei confronti del capo della comunità ebraica romana, Pacifici, e verso gli studenti che manifestavano contro l’allora Ministra dell’Istruzione Gelmini). La vicenda fece scalpore, e costrinse l’ATAC ad intervenire: «l’azienda informa che, ad esito dei riscontri sin qui emersi, si è provveduto a sospendere in via cautelativa il dipendente Francesco Bianco, autore del comportamento non conforme». Il tramviere è poi stato reintegrato al servizio, c’è da dire.

Inoltre Bianco è oggi animatore – o amministratore, in gergo da web – di un gruppo presente sullo stesso social network, “Nessuno Resti Indietro”, emanazione di una ONLUS che si occupa di mantenere accesa la fiaccola della memoria delle vittime degli anni più torbidi del confronto politico nazionale. Per questo motivo, da molti nostalgici è ritenuto un apprezzato “custode” della tradizione neofascista, attività da sempre considerata megafono di propaganda e veicolo di emulazione. Per via di quanto detto, l’esercizio di ardita dietrologia risulta fin troppo semplice in un Paese, il nostro, in cui il passato – specie quello più fosco – sembra non passare mai. Il “fascistologo” Tassinari, voce autorevole in questo campo, dal suo sito commenta perentorio e prova a rasserenare gli animi più accesi: di Bianco non ne parliamo nemmeno, giacché ci auguriamo e siamo convinti non si tratti di un ferimento legato ai suoi trascorsi. L’autore di “Fascisteria” si spinge oltre e definisce l’ex NAR una «figura esemplare di un certo fascismo proletario del Sud», promette di redigerne una biografia completa proprio per mettere a tacere i dubbi e le insinuazioni sorti all’indomani del suo sanguinoso ferimento. Mentre scriviamo, qualche punto fermo in più dal punto di vista delle indagini: va accreditandosi la pista “personale”, a scapito di quella “politica”. Forse una vendetta risoluta per qualche scaramuccia o il sequel di una rissa cominciata altrove ed in un altro momento: le verifiche proseguono nel frattempo e collocano l’episodio nella macabra spirale di violenze che, a partire dallo scorso anno, hanno trasformato in teatro degli orrori la Città Eterna del sindaco Alemanno, proprio quello del funesto motto “Roma cambia”.

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