“Dialoghiamo con l’Islam ma senza metterci il velo”

Posted on 12 settembre 2011

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«Non abbassare la guardia, certo, ma evitare gli inutili allarmismi». Parola di Stefano Dambruoso, magistrato impegnato da tempo sul fronte del contrasto al terrorismo internazionale. Dieci anni dopo, è tempo di riflessioni ed analisi: gli anniversari servono a questo. A guardare, insieme, verso due direzioni: avanti e indietro, evitando lo strabismo dei pregiudizi e il daltonismo delle ideologie. Un’opportunità importante. Esce in questi giorni, edito da Arnoldo Mondadori per la collana Strade Blu, “Un istante prima”, libro scritto a quattro mani col giornalista Vincenzo Spagnolo per spiegare in che modo l’attentato alle Twin Towers abbia cambiato la storia del nuovo millennio. Il titolo, per l’appunto, allude al tempismo con cui si potranno sventare gli attentati, grazie all’attività di “controllo diffuso svolta da parte dei cittadini tutti”. Oggi, infatti, «le caratteristiche del terrorismo di matrice jihadista sono cambiate, ma fortunatamente è cambiato anche l’approccio delle forze di prevenzione (servizi segreti, polizie, magistrature). Nei dieci anni trascorsi abbiamo perfezionato la capacità di monitoraggio del fenomeno». In Italia, dunque, ce la caviamo bene – a sentire Dambruoso: «ottima la scelta conciliante di Pisapia a Milano, ma evitabili gli eccessi di chi, non avendolo mai fatto, va in giro col capo velato». La tensione è ancora alta, visto che la liturgia del male ha subito profonde trasformazioni. Ed è possibile che soggetti disadattati si trasformino in sanguinari kamikaze, secondo la pratica del cosiddetto “terrorista fai da te”, del “fanatico della porta accanto” (ricordate il folle libico che tentò nel 2009 di farsi esplodere in una caserma dei bersaglieri a Milano?). Tempo fa, Obama ha usato un’espressione affatto rassicurante per definire il mare in cui nuotiamo: «Ci siamo dimenticati del terrorismo. Ma il terrorismo non si è dimenticato di noi».

Siam migliorati eppure anche l’Europa, dopo l’America, ha vissuto una stagione di terrore. Per quanto le maglie della sicurezza possano essere state strette, il ventre della capitali europee è stato squassato da due gravi attentati, a distanza di anni da quello rivolto agli USA. E la prevenzione?
Anche gli episodi tragici e sanguinosi di Madrid e di Londra rappresentano due casi importanti che ci hanno indotto a migliorare ulteriormente. Faccio un esempio per chiarire. Il check dell’identità dei viaggiatori che prendono abitualmente treni o metropolitane è oggi divenuta una consuetudine. La nostra attività si è intensificata anche grazie all’intervento dell’Unione Europea in materia di traffico aereo: chi fornisce dati falsi circa le proprie generalità per acquistare un biglietto può essere intercettato addirittura dalle forze di intelligence americane: una convenzione internazionale consente agli apparati della sicurezza a stelle e strisce di sondare e controllare chi, partendo dall’Italia o da altri Paesi europei, vuole andare in America. È chiaro che ogni volta che si innalza il livello di controllo, si è costretti a comprimere una serie di libertà acquisite (come la libertà di circolazione, sacrifico cui tutti siamo chiamati).

Ci si chiede se i profondi mutamenti nelle zone del Nord Africa che si affacciano sul mediterraneo abbiano potuto mutare la morfologia dell’atlante del terrore. Cosa cambia dopo la “primavera araba”? Sono stati apposti i sigilli alle “officine del terrorismo”?
L’insistere in quelle zone di regimi dittatoriali ha permesso che il fondamentalismo raccogliesse facili adesioni, perché il mondo religioso diventava il luogo del dissenso politico ed il fanatismo si diffondeva tra gli scontenti. Con la caduta dei dittatori, lo scenario è cambiato. C’è ottimismo nella visione di medio e lungo periodo. Tuttavia va detto che – per citare un solo caso – Gheddafi ha aperto le carceri libiche, favorendo la liberazione dei reclusi per vicende legate al terrorismo (di questi un buon numero si vedeva contestato un capo di imputazione fittizio, al solo fine di essere allontanato dalla scena politica, mentre una piccola parte – per noi significativa – di coloro che sono stati rimessi in libertà era davvero costituita da fondamentalisti che sono oggi a piede libero. Costoro ci preoccupano, ma li monitoriamo costantemente. Sappiamo che alcuni di loro sono passati anche dall’Italia per spostarsi altrove.

I giornali di questi giorni, come sempre in coincidenza con i grandi anniversari, parlano dell’elevato rischio di attentati. La minaccia è concreta, o si tratta della solita notizia riempipagina come le “code ai caselli per il grande esodo”?
È giusto avere perplessità sulla piena autenticità di certe notizie, che si ripropongono con un sospetta ciclicità. Però ci sono due elementi che giustificano la maggiore attenzione di questi giorni: da un lato il decennale non è una ricorrenza qualsiasi, ma una data importante nel percorso a tappe di una vicenda che ci ha profondamente sconvolti, e rappresenta una ferita ancora aperta. Dall’altro, nel frattempo, ci sono state la cattura e l’uccisone dello “Sceicco del Terrore”, e questo è il primo Undici Settembre senza Bin Laden ma con un nuovo sentimento vendicativo dei suoi accoliti. Non scordiamo che nel covo pakistano dove è stato individuato e fermato, tra gli appunti conservati nel suo personale computer sono stati rinvenuti messaggi deliranti che si riferivano ad un grosso attentato clamoroso da realizzare nel decennale. Ciò fa sì che oggi si parli ancora di “minaccia incombente”.

A proposito si soluzioni, nel suo testo “Un istante prima” si accenna ad un’arma nuova per contrastare le intolleranze. Integrazione, ed il gioco è fatto? Fa bene il sindaco Pisapia a dialogare con la comunità araba milanese? Ed il velo indossato dalla vice sindaco è un buon segnale?
Premessa alla risposta: essendo un operatore del diritto, dovrei mantenere una certa distanza dal dibattito politico. Ma risponderò, a riprova della libertà di pensiero che vorrei contraddistinguesse tutti. Considero e rispetto chi ha una visione diversa rispetto a quella di Pisapia. Ho ascoltato molte critiche proveniente dagli ambienti leghisti: sono posizioni da rispettare perché intercettano i mal di pancia del cittadino medio. D’altro canto, dovremmo riconoscere al sindaco meneghino la bontà della scelta di aprirsi, peraltro perfettamente in linea con la sua formazione personale. Il suo è un atteggiamento che definisco intelligente, ci vuole però molta cautela per non enfatizzare troppo lo slancio. Dobbiamo inoltre consentire pure che i luoghi di preghiera siano dei posti dignitosi, che non siano i sottoscala che eravamo abituati a perquisire a Milano. Detto ciò, non condivido affatto la scelta di chi si è lasciato andare alla moda del velo. È importantissimo anche il ruolo delle leggi, più stringenti sono peggio è. Più limiti mettiamo, più accentuiamo le tensioni.

Dieci anni significano davvero tanto. Abbiamo cambiato Papa, moneta, stili di vita: il mondo attorno a noi non è lo stresso del 2001. Cosa c’è di nuovo nel mestiere del magistrato antiterrorismo, immagino quella data sia per la sua professione un Anno Zero importantissimo.
Cambia l’approccio, senz’altro. Oggi il nostro metodo è prettamente internazionalista, mentre fino a ieri uno sguardo altrove era del tutto trascurato. Si interloquisce con Paesi che hanno storie giuridiche profondamente differenti dal nostro, ad esempio con quelli permeati dalla cultura del common law anglosassone o ancora con altri stati in tutto dissimili dal nostro. Il magistrato – operatore ha dovuto adeguarsi: ciò non significa solo apprendere le norme di un codice estero. Si tratta di una scelta concettuale. Preciso anche che il misurarsi con politiche giudiziarie di prevenzione apre il campo visivo, fa scoprire, ad esempio, che il binomio conflittuale politica–magistratura non è registrabile negli altri Paesi. È un’anomalia tutta tricolore. La maturità della visione internazionale è dunque un bene per tutti. Voglio dire che consente di sprovincializzare quella litigiosità atavica, inutile e pericolosa cui quotidianamente assistiamo nel Belpaese. Ben venga, insomma, guardare lontano.

(C) www.linkiesta.it

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