Vincere i caporali a ritmo di Taranta

Posted on 29 agosto 2011

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Melpignano (LE) – La storia di Yvan Sagnet, il camerunense di Duala che quest’estate si è inventato lo sciopero dei braccianti contro il caporalato nell’ombelico del Salento, è condensata nell’iniziale del suo nome. Che è il simbolo di un bivio e l’immagine della sua vita, in cui gli è toccato più volte di optare tra l’obbedienza e la ribellione. Ovvio che sia prevalsa la strada più dissestata ed irta di intoppi, ovvio che – per lui che di anni ne ha solo ventisei – la rassegnazione non abbia mai rappresentato un’alternativa credibile. Fosse rimasto uno schiavo, non avrebbe fatto irruzione nelle coscienze di un Paese distratto, impugnando il microfono della festa. Avesse scelto l’altra strada, quella del silenzio e del capo chino, stanotte non avrebbe urlato ai centomila pizzicati del popolo della Taranta ed ai telespettatori appassionati del ritmo dei tamburelli la sua vicenda, singolare e paradigmatica. Arricchita da una buona notizia di pochi giorni fa: l’articolo 12 del testo della manovra economica varata dall’Esecutivo introduce il reato di caporalato e lo sanziona con pene dai cinque agli otto anni di carcere, una conquista piccola (giacché ora toccherà applicarla, quella norma) che è anche sua.

E se oggi rincorriamo i suoi passi lungo il sentiero della cocciutaggine, è perché in tanti si sono di colpo accorti di lui e, attraverso i suoi occhi vispi, hanno scrutato un mondo parallelo ed inesplorato. Quello dei soprusi dietro l’angolo e della libertà sospesa. Nei primi giorni di agosto, Yvan ha mobilitato i suoi compagni di disperazione incoraggiandoli ad incrociare le braccia, ha inscenato il primo sciopero spontaneo contro il caporalato, ha ricevuto minacce di morte dai colleghi assuefatti al peggio e dai “capi neri” allarmati dalle rivolte. Ne ha fatta di strada, e le sue modeste vittorie hanno il colore della polvere e l’odore denso del cammino. Dal Continente Nero al Continente Vecchio. Inseguendo un sogno d’infanzia (a voler essere retoricamente romantici), sfuggendo al vuoto di opportunità (a voler chiamare le cose col loro nome): dal Camerun a Torino addirittura per studiare Ingegneria al Politecnico. Il traguardo della laurea a pochi metri, soli tre esami e tesi, e le tasche piene di niente: per racimolare la quota di tasse universitarie che avrebbe dovuto pagare all’inizio del nuovo anno accademico, Yvan raggiunge il Salento e ritrova il deserto di diritti, «l’Africa» come ha raccontato più volte a chi gli ha abbia chiesto di ripercorrere le tappe del viaggio in quel mondo, parallelo e inesplorato, a quattro passi dagli stabilimenti balneari dello Jonio sold out.

Tra le tende di Boncuri, nella periferia di Nardò, il nome di Yvan vuol dire due cose: coraggio e dannazione. Chi, tra gli occupanti della grande favela salentina, l’ha seguito nella lotta contro i caporali ghanesiche procacciano la manodopera alle imprese agricole del Tacco d’Italia oggi è probabilmente senza ingaggio, per rappresaglia ed idiozia. In tanti hanno perso qualcosa, laggiù nella terra bruna. Yvan, il lavoro: presto infatti è rientrato nella città sabauda, perché – a voler fare i supereroi senza mantello e calzamaglia – si respira un’insopportabile aria di solitudine rarefatta, si avvertono la vulnerabilità e la paura, tanta, di essersi immischiato in una missione dalle proporzioni gigantesche. Le istituzioni, la faccia: perché a trasformare una consuetudine in emergenza pare ci abbiano messo un attimo, la masseria diroccata è lì da anni ad ospitare i danni collaterali di un comparto, quello agricolo, in cui si infiltrano troppo spesso illegalità ed omertà. I migranti, un punto di riferimento: «Perché te ne sei andato? Ora come faremo?», hanno sperimentato l’ebbrezza della provocazione ed oggi si sentono più protetti, ci sono i sindacati a tutelarli e le associazioni, come Finis Terrae e Brigate della Solidarietà (che si battono per la trasparenza dei contratti), ma anche più soli perché rischiano ogni giorno di restare a casa. I diritti costano e c’è chi non vuol pagare.

Ad Yvan spesso capita di trovarsi al cospetto di incroci ad Y che sanno di fortuna, come oggi. In realtà, sempre a voler chiamare le cose col loro nome, più che la dea bendata bisognerebbe ringraziare la Fondazione Notte della Taranta che ha deciso di offrire alle lotte sindacali sue e dei suoi compagni il palcoscenico del Concertone finale del festival di musica popolare più grande d’Europa, a Melpignano hanno deciso di non arrendersi all’oblio che d’estate sequestra le notizie, di non darla vinta alle illusioni stroboscopiche del marketing territoriale. Hanno scelto, insomma, di cantargliene quattro all’indifferenza. «Lo sappiamo tutti che manifestare è difficile – aveva detto, megafono alla mano, Yvan, quasi un mese fa, tra commozione e spregiudicatezza – eppure tutto quello che c’è di bello in questo mondo si è ottenuto manifestando». Parla sicuro alla platea giovane, brilla di negroamaro la falange di tarantati e brilla pure Yvan accecato dai fari del megapalco. Lo scorso agosto, Joel Weickgenant – sul prestigioso Wall Street Journal – aveva paragonato il mito della pizzica a quello del blues del delta del Mississippi: proprio come la musica americana, quella pugliese «was a tautly-wound, fiercely upbeat musical release valve from the inescapable pressures of a life of hard work, under a rigid social system». È toccato ad Yvan dare la dimostrazione più sincera della reviviscenza della tradizione meridionale ma anche a stelle e strisce.

Sabato notte il suono della libertà si è propagato dagli strumenti dell’ensemble diretta dal maestro concertatore Ludovico Einaudi. Ma non solo: nelle scorse ore, un po’ ovunque si sono improvvisati concerti di solidarietà per i ragazzi come Yvan, persino a Nardò, epicentro del dramma. A prendere la parola, nel corso di un evento organizzato da Comune e Cgil provinciale (ci sono Eugenio Bennato e Mohammed Ezzaime El Alaoui a far ballare la piazza, insieme a gruppi autoctoni ed afro che hanno fatto della contaminazione la propria cifra stilistica) è il sindaco Risi: «braccianti di Boncuri, la città è dalla vostra parte». Spazio anche per il leader della contestazione, rientrato dal Piemonte a Sudest per l’occasione: «Questo è solo l’inizio della fine del sistema di sfruttamento dei lavoratori, non solo dei migranti ma anche degli italiani. La forza delle aziende sta nelle nostre braccia, non scordatelo». In conferenza stampa, tra amministratori locali e emittenti globali, ha aggiunto: «L’unica vera arma che abbiamo è la comunicazione, far conoscere la nostra storia a più persone possibile». Gli fa eco Sergio Blasi, presidente della Fondazione: «importante ciò che accade sul palco, ma più straordinario è ciò che accade in piazza. Perché lì ci sono i veri proprietari della rappresentazione che va vissuta come una ricchezza esperibile solo collettivamente».

«Abbiamo deciso di dire no allo sfruttamento, no allo schiavismo», sale sul palco emozionato e deciso Yvan. Non s’impappina affatto: «Possiamo caratterizzare quest’anno come l’anno della presa di coscienza dei lavoratori. L’anno in cui i popoli oppressi si son resi conto della propria forza. Un vento di libertà che ha cominciato a soffiare dal Maghreb e dalla Tunisia, è giunto in Puglia, riuscendo ad intaccare un sistema – qui scandisce – sporco, potente e corrotto». Chiede a gran voce «veri contratti d’ingaggio» ed un «contatto diretto con le aziende», senza l’intermediazione dei caporali. «La nostra – prosegue tra le urla ed i fischi – è una battaglia di civiltà che vogliamo condurre per tutti i lavoratori, anche italiani. Vinceremo insieme». Chiede «sostegno concreto alla lotta per avere una società più giusta». Conclude e commuove con la sua sintassi sgangherata ed autentica: «Il potere dei soldi non vincerà più mai». Nulla di nuovo, se non la bellezza degli incontri, la sorpresa degli incroci e la forza della libertà in mondovisione. Nelle strade su cui viaggiano «i perdenti della civiltà globale» spesso risuona la musica di «chi porta nel futuro i tamburi del villaggio». In quello spazio, risuonano – insieme alle note pizzicate – anche due parole dense di significato: sono in ballo solidarietà e diritti a sud del Sud. Scalzi e fieri, danziamo insieme, sulla terra arsa.

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