Nasce l’Alleanza contro il Carroccio

Posted on 25 agosto 2011

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Pure a Cortina “avimm’ scassato”, almeno a giudicare dalle presenze di pubblico. Luigi de Magistris contro Gianni Alemanno: sindaci a confronto, mal Comune mezzo gaudio. Arrivano puntuali, entrambi scortati, e si lanciano diffidenti nei convenevoli di rito. Timido il primo cittadino di Napoli, spavaldo quello capitolino che confessa: «a riguardare le foto delle proclamazione (e di giorni da allora, a voler essere precisini, ne son trascorsi ben 1212), scopro di aver collezionato un sacco di capelli bianchi in più. Però, caro Gigi, fare il sindaco ti piacerà: credimi». Abbronzatissimo, l’amministratore partenopeo scherza con alcuni cittadini che lo attendono per un fulmineo “in bocca al lupo”, molti i ragazzini che vorranno stringergli la mano, e glissa a proposito del nuovo flirt attribuitogli da il Fatto.

Epperò di manovra economica si discute, ed anzi s’inaugura la Santa Alleanza contro Alberto da Giussano, benedetta nel nome della lotta al padanocentrismo del Governo nazionale: tutto un puccipucci trai due sindaci, insoddisfatti dei tagli agli enti locali contenuti nel documento dell’Esecutivo. Prima di salire sul palco, addirittura si autoconvocano per la riunione dell’ANCI che si terrà negli ultimi giorni di agosto a Milano perché – spiega Gianni off the records – «qua Tremonti e Calderoli son d’accordo e non sono disposti a fare passi indietro». «C’hai ragione, dobbiamo riaprire una stagione politica delle Municipalità, d’altronde le più belle esperienze politiche son venute dai sindaci che son messi insieme per fare Rete». Dal palco Alemanno confermerà: «Mi auguro che il governo non solo metta mano ad un cambiamento sostanziale della manovra, ma faccia un grande confronto con le parti sociali, con gli amministratori locali, in maniera tale da trovare una strada condivisa. Il prossimo mese è decisivo. Di questa manovra – precisa – vanno sicuramente salvati i saldi, vale a dire l’entità numerica che ci deve garantire sui mercati internazionali. Ciò che invece va ridiscusso profondamente sono, da un lato, i tagli che sono insostenibili e, dall’altro lato, i contributi di solidarietà che colpiscono il ceto medio e chi già paga le tasse». Prosegue deciso: «Ci sono molti rimedi per fare queste modifiche. Si può pensare ad un aumento di un punto dell’Iva, non sui generi di necessità ovviamente, si può parlare di una piccola patrimoniale, dell’aumento dell’età pensionabile o della riduzione delle pensioni di anzianità». Bingo. «Però – si affretta a concludere – tutto questo va concertato». Bordate pesantissime al ministro Tremonti che «non si può inventare ogni provvedimento dal bunker di via XX Settembre» e fendenti condivisi contro la Lega: «Mi sembra assurdo ed impresentabile il loro veto, mi pare oltremodo sciocco che non si aboliscano le provincie, enti sovrastrutturali e pleonastici. Avremmo dovuto abolirle già nel 1970. Serve serietà, e qualcuno non la sta dimostrando». Si limita ad annuire divertito Giggino.

Poi tocca a lui: «A Napoli abbiamo fatto la rivoluzione, l’alternativa era la liquidazione fallimentare. Ma questa manovra è ingiusta ed iniqua perché colpisce gli enti locali, i laboratori civici di rappresentanza», sappiatelo: c’è del nichilismo nell’aria (nel senso di lessico del Governatore pugliese). «Il buio è alle spalle, la luce si intravede e dobbiamo consolidare questi risultati straordinari: in due mesi sono state smaltite 2.500 tonnellate di rifiuti e, dal primo agosto, non c’è un sacchetto di munnezza in strada». Per poter dire di essere definitivamente fuori dall’emergenza, però, «aspettiamo settembre perché ci stanno due passaggi importanti: inizia la raccolta differenziata porta a porta in un territorio vasto della città e partono le prime navi per l’estero, verso città segrete del Nord Europa con cui mi sono personalmente accordato». Confessa l’ex magistrato: «A portarla via nave lassù, spenderemo meno che a smaltirla a Giuliano, comune a 5 chilometri da Napoli perché – s’infervora – abbiamo deciso di eludere le intermediazioni affaristiche e criminali che gestiscono il business». Critiche dure per i lùmbard, «azionisti di maggioranza di questo governo, la cui chiusura è pregiudiziale», lodi sperticate alla ministra Prestigiacomo ed alla «felice collaborazione col governo che ci ha permesso di tamponare l’emergenza». Sempre a proposito del “new deal” napoletano (inaugurato esattamente 84 giorni fa) la promessa è quella di «cancellare per sempre le partecipate dove trionfa la lottizzazione selvaggia, abbiamo accorpato le tre aziende che si occupavano della mobilità pur di rimettere in moto la città». Le cifre fanno paura, 21600 dipendenti tra Palazzo di Città ed aziende comunali, dunque «con quello che hai devi ottenere il massimo». Tutta colpa della Iervolino? «Lei è persona gradevole (che vorrà dire gradevole? ndr). Ma, entrato nella mia stanza a giugno, ho trovato le penne che manco scrivevano: la città non è stata amministrata negli ultimi cinque anni, sulla scrivania del Sindaco c’erano le ragnatele». Oggi, per colpa di un lassismo tollerato e consolidato «abbiamo un numero troppo alta di contravvenzioni stradali non pagate, circa il 70%, e lo stesso vale per Tarsu ed ICI».

Poi si torna a parlare di politica nobile, e si capisce come i tempi siano cambiati davvero. Sentite qua. «Non voglio che mi cataloghiate come “dipietrista”, a Napoli mi hanno votato dal PD e dal PdL. La gente se ne strafotte dei colori politici, vuole risposte serie ai problemi». Incalza poi Alemanno: «Perché non passiamo dalle buone intenzioni agli atti concreti?». Vola alto l’ex magistrato, cita in un colpo solo Altiero Spinelli ed il manifesto di Ventotene, auspica un’Italia “unità nella diversità”, come recita il broccardo della Comunità Europea. Preferisce dunque «un confronto politico anche con chi si trova in partiti diversi dal mio». Questione seria quella della gestione degli enti locali: il comune di Roma di dipendenti ne ha 62 mila, tre volte quelli di Napoli. «Ce l’ho con i sindacati – insiste Alemanno – vogliamo finalmente creare un sistema premiale per cui chi non lavora viene messo alla berlina?». Racconta che, dopo la video denuncia de “le Iene” che avevano sorpreso dei furfanti intenti a ripulire la fontana di Trevi sotto gli occhi “poco vigili” dei poliziotti municipali, «all’assembla che ho convocato con le rappresentanze sindacali, ho rischiato di ritrovarmi io sotto una pioggia di monetine. Ho contestato che le mele marce andrebbero segnalate soprattutto da chi si fa il mazzo per garantire ordine e sicurezza alla Città». Gli fa eco De Magistris: «lancerò la proposta dei premi di produttività». Per capirci, «durante l’emergenza rifiuti, si pagavano ingenti straordinari perché i dipendenti delle ditte di smaltimento erano in coda davanti agli impianti congestionati». Parlano la stessa lingua i due, oggi «servono stimoli alla meritocrazia»: urlano, mentre gli applausi li sovrastano, e citano il caso emblematico dell’Aspromonte; «quando il dirigente del Parco varò la regola del “meno incendi – più stipendi ai forestali”, il numero di focolai crollò vertiginosamente». È comunque De Magistris show a Cortina, «vogliamo dare linfa nuova alla Città che – si vanta il sindaco – sarà nel 2013 Capitale mondiale delle Culture. A proposito, siete tutti invitati» prosegue allegro, rivolto alla platea ampezzana. «Abbiamo deciso così: tutti i soldi li investiremo in servizi sociali». Obiettivo? Mettere insieme «la solidarietà tipica dei modelli socialisti con la concorrenza, unico strumento di lotta contro gli oligopoli».

Intanto Alemanno si dice pronto a rinunciare all’idiozia degli steccati ideologici, strappando gli applausi più fragorosi. «Prima di parlare di assi o schieramenti, occorre concentrarsi sulle cose concrete. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere di anteporre i simboli alle cose indispensabili per il Paese». Ne avrebbe da lamentarsi, considerato il blocco di due miliardi e settecento milioni di trasferimenti ai comuni, «il dieci per cento dei quali solo per la Capitale». Quindi, per ridurre la spesa pubblica, «servono tagli drastici. C’è una proposta dell’Anci di trasformare le Province in unioni di comuni a costo zero, e questo si può fare anche senza una riforma costituzionale. Penso poi che la proposta di Formigoni a proposito delle sette macroregioni (sul modello dei Länder tedeschi, ndr) sia seria giacché permetterebbe un’autonomia più autorevole». L’atmosfera si surriscalda: il primo cittadino della Capitale confessa di guadagnare solo 5 mila euro al mese («che – precisa – è la metà di quanto prende un assessore della Regione Lazio») per sedici ore giornaliere di lavoro. «Ridateci almeno la preferenza», urla dal palco dell’AudiPalace. Prosegue con le smancerie e strizza l’occhio al collega partenopeo: «Credo fortemente in una maggioranza trasversale di persone di buona volontà che si mettono insieme, anche alla luce della situazione di emergenza. Serve realmente un atto di responsabilità che non può più essere rinviato». Qui un De Magistris ispirato cita Gramsci: «Vero: non possiamo recidere la connessione sentimentale col nostro popolo». Per colpa del Porcellum di Calderoli «cinque persone decidono novecento parlamentari, la qual cosa non mi va bene. Sbarramento al cinque per cento e poi confronto: uninominale “secco” o proporzionale con la preferenza». È un delirio in salsa meridionale: «Non sono esperto di polli molisani, so per certo che l’Italia dei Valori continuerà a fare delle proposte serie sull’abbattimento dei costi della politica. Con Di Pietro il rapporto è buono, però – sghignazza – lavoro pure io sedici ore al giorno ed il tempo per litigare non ce l’ho». «Ma i motivi ci sarebbero?» azzarda l’intervistatore, e De Magistris non è che smentisca. Al massimo sorride, e si guarda intorno.

«Ricostruiamo il feeling tra la politica ed i cittadini» è la promessa all’unisono dei due sindaci sul palco: ha fatto riflettere entrambi la “coesione civica” dimostrata dagli operai che hanno incrociato le braccia, dagli studenti che hanno invaso le strade per contestare la riforma Gelmini e dalle donne del movimento “Se non ora, quando?”. Scintille solo quando si tocca l’argomento servizi: «Il referendum sta bloccando gli investimenti dei privati nel settore idrico, a Roma intanto disperdiamo il 60% dell’acqua. La battaglia è stata strumentalizzata ma comunque era partita male». Finalmente, si scalda De Magistris: «L’acqua non è solo è “di tutti”, ma – rincara la dose – è un bene comune: come internet, l’aria ed il mare». Per questa ragione «abbiamo varato lo statuto dei Beni Comuni, cogliendo la palla al balzo: il referendum infatti è stato un argine democratico a chi avrebbe voluto svendere i diritti alle multinazionali». La replica è dura ma generosa: «non condivido nulla ma stimo Gigi più da sindaco che da magistrato». La favola si conclude con una sorridente stretta di mano in favore di camera, c’è un clima non si capisce se strano o semplicemente nuovo. Berlusconi? Citato di striscio una volta, quasi convinti che il “dopo” sia imminente e tutto da ereditare.

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