Saper far turismo, Notte della Taranta costa uno e rende tre

Posted on 19 agosto 2011

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Grecìa Sal.na (LE) – Sotto il cielo di agosto l’intero Salento danza a ritmo di tamburelli e ritornelli vernacolari: piazze gremite di vacanzieri affascinati dal dialetto musicato ed artisti locali e nazionali che si alternano sui palchi caldissimi di un festival, quello de La Notte della Taranta, giunto alla sua quattordicesima edizione.

«Vorrei volare», stornellava Uccio “Piricallu”, ottantenne cantore dellatradizione scomparso lo scorso ottobre cui è dedicata quest’edizione («incantevole voce che raccontava di lotte contadine, storie di emigranti e canti d’amore», secondo l’epitaffio del Governatore Nichi Vendola cui era legato da profonda amicizia), ed infatti la rassegna itinerante pare proprio esser decollata, almeno stando ai numeri che attestano un successo di pubblico e certificano il capolavoro imprenditoriale. Un laboratorio culturale spontaneo e vivace ha tramutato una tradizione, anzi una vera e propria superstizione legata agli effetti della puntura di un insetto misterioso, in un volano economico capace di far crescere una felice area del Mezzogiorno d’Italia. Giuseppe Attanasi (ricercatore presso la Toulouse School of Economics e docente di Economia politica presso la Bocconi) e Filippo Giordano (docente presso la Sda Bocconi) hanno provato a fare i conti in tasca alla kermesse, con un’indagine lunga quattro anni: il risultato è sorprendente. Valga un dato su tutti, per rendere l’idea del business vincente: l’analisi del Roi (return on investment) evidenzia una redditività pari a 2,7 volte il capitale investito, vuol dire che – per ogni euro impiegato – se ne incassano complessivamente quasi tre.

Duecentomila spettatori pronti ad invadere il Tacco da quando – con la prima tappa di Corigliano d’Otranto – si è inaugurato il Festival che proseguirà fino al 27 agosto, data dell’attesissimo concertone finale in quel di Melpignano. Vincente anche la doppia formula, secondo la ricerca dei docenti bocconiani: undici «prime tappe» nelle piccole cittadine della Grecìa (il territorio salentino in cui si parla un antichissimo dialetto di marca ellenofona e che ospita complessivamente 54 mila abitanti) ed altre quattro tra Lecce, Cursi, Alessano e Galatina, città che – stando alla leggenda – sarebbe la culla del rito magico, grazie al pozzo di San Paolo attiguo alla Cappella ove le vittime del morso incontravano la guarigione prodigiosa. In più, lo spettacolo conclusivo nel piazzale dell’ex Convento degli Agostianiani a Melpignano, dove si esibirà l’Orchestra diretta dal Maestro Concertatore Ludovico Einaudi, il famoso e lieve pianista (all’attivo 750 mila dischi venduti in tutta Europa) che, per il secondo anno, proverà a fondere canti e “cunti” (cioè racconti) di un’armonia “pizzicata”. Prima del compositore de “Le Onde”, hanno coordinato i tanti musicisti dell’ensemble: Stewart Copeland, batterista dei Police ed oggi “ambasciatore della Taranta nel mondo”, Ambrogio Sparagna, inventore dell’Orchestra Popolare, Joe Zawinul, Vittorio Costa e Mauro Pagani.

Nata quasi per gioco, la kermesse è oggi un must estivo. Nel libro che racconta la storia dell’evento, Sergio Blasi, già sindaco dell’epicentro culturale della Grecìa e padre nobile del festival, riferisce di «un gruppo di giovani amministratori (eletti prevalentemente con liste civiche di ispirazione di centrosinistra) che, a metà degli anni Novanta, si è ritrovato per una coincidenza fortunata ad avere responsabilità di governo». Forti del «privilegio di poter decidere e condizionare il corso degli eventi», pare abbiano scelto di «superare i campanili, di provare ad abbatterli e di ragionare come “area”, come territorio che ripartiva da sé, dalla sua identità più antica, da un idioma comune ormai in disuso e destinato al declino e all’oblio». Parla con emozione Blasi di quello «straordinario atto di protagonismo per sfuggire con il canto, che non è solo sinonimo di canzone ma anche luogo marginale, rifugio laterale (farsi da canto), alla periferia della storia». Nella retorica della Terra d’Otranto sta tutta la soddisfazione per l’esperimento riuscito. Un bene intangibile – la musica tradizionale in festa – ha fatto di una landa meridionale, fino a qualche anno fa confusa con il Cilento per assonanza onomastica, un’isola sonante. E tintinnante.

La ricetta del successo si chiama contaminazione: local e global, territorio e cosmopolitismo, etno e rock. Oltre ai sessanta tamburellisti, violinisti, cantanti e danzatori appartenenti ai tantissimi gruppi folk autoctoni, sui palchi della rassegna negli anni si sono alternati personaggi noti del panorama tricolore ed internazionale: da Teresa De Sio ed i Radiodervish a Franco Battiato e Gianna Nannini, da Francesco De Gregori e Piero Pelù a Lucio Dalla e Carmen Consoli, da Caparezza ed i Sud Sound System a Giovanni Lindo Ferretti e Giuliano Sangiorgi. Il libro “Eventi, cultura e sviluppo. L’esperienza de La Notte della Taranta”, pubblicato per i tipi di Egea Bocconi oggi prova a «misurare l’impatto economico della manifestazione sul territorio che la ospita ed alimenta». Impresa affatto semplice, confessano nella premessa Attanasi e Giordano, infatti appare evidente come «gli effetti sociologici dell’evento (la rivitalizzazione dell’attività culturale, la propagazione della tradizione e lo stimolo alla nascita di altre attività culturali) inevitabilmente finiscano con l’intrecciarsi agli effetti puramente economici (flussi turistici, spesa media in beni e servizi locali, tasso di ritorno dell’investimento, umano e finanziario). Fare ordine tra le cifre è complesso, ma serve a chiarire come «investire in cultura sia determinante per lo sviluppo di una comunità».

La ricerca dell’università Bocconi sul ritorno sociologico, turistico ed economico, è stata condotta durante il quadriennio 2007 – 2010 attraverso la somministrazione di un questionario cui hanno risposto novemila fruitori del festival. Le cifre parlano da sé: «a fronte di un investimento complessivo, nelle quattro edizioni sotto la lente d’ingrandimento, pari a 3.800.000 euro, la Grecìa Salentina e l’intera provincia hanno avuto un ritorno di ben 11.380.000 euro». Si tratta tuttavia della spesa dei turisti giunti a Sud Est col solo desiderio di prender parte a La Notte della Taranta. Sarebbero da aggiungere anche i costi sostenuti dai viaggiatori che hanno invaso il Salento “anche” per il festival (la kermesse avrebbe rappresentato per loro una ragione in più per esserci, insomma): si arriva così ad un ritorno economico sul territorio quantificato dalla ricerca in 25.380.000 euro. Quanto alla provenienza, occorre distinguere tra le prime tappe (un visitatore su 10 è pugliese mentre quattro su cinque vengono da altre regioni d’Italia) ed il megaevento conclusivo (2/3 dei gitanti si muovono da una regione dello Stivale e quasi uno su tre è pugliese). Dalle risposte dei festanti sondati, emerge poi che il 60% di loro considera la rassegna un evento folkloristico in grado di rilanciare l’immagine di quella che l’antropologo Ernesto de Martino definì “la terra del rimorso”.

Ne nasce un’«infrastrutturazione culturale» all’avanguardia. Al netto della “commercialità” che comunque è ravvisabile nella festa popolare (si tenga conto che, nella stagione 2008/2009, il logo col fortunato ragnetto campeggiava sulle maglie dell’Unione Sportiva Lecce come main sponsor ed ancora oggi è riprodotto sui diversi oggetti del merchandising), gli ospiti vivono il tour danzante come ritorno ad esperienze ancestrali ed autentiche. Merito di ciò che Blasi definirebbe «il dialogo, il confronto tra la nostra musica di tradizione e i linguaggi della musica contemporanea». Gli economisti di via Sarfatti invero apprezzano la «potenzialità di soddisfare una molteplicità di bisogni ed aspettative dei fruitori» e decifrano l’importanza delle tappe itineranti nei paesini le quali, «pur avendo una forza trainante inferiore a quella del Concertone, risultano essenziali per mantenere l’identità “tarantolesca” della manifestazione». La tappa conclusiva invece, secondo l’analisi, attrarrebbe tanti pugliesi non residenti nell’area grika, molto più degli spettacoli minori (1 su 3 contro 1 su 10). I più, infatti, raggiungono Melpignano al solo fine di partecipare all’”evento nell’evento”, si fermano per tutta la notte magari accampandosi in tenda per strada o ospitati nei B&B della zona. Tuttavia «uno dei meriti dell’evento è combinare il viaggio alla scoperta del territorio».

Uniti anche dalla passione per la musica tradizionale, Attanasi (voce e chitarra) e Giordano (violino) sono infatti animatori di un complessino, “gli Sciacuddhruzzi” – dal nome gergale di un folletto dispettoso, responsabile di ogni sventura che affligge filari e comari – composto per lo più da Salentini emigrati nell’Italia Settentrionale, prevedono che, se prolungata nel tempo, l’azione benefica del festival diverrebbe più profonda: i turisti giunti a Sud per la tappa finale, innamoratisi di un territorio ricco di storia ed arte, sedotti da una superba arte culinaria ed affascinati da un litorale mozzafiato, rintoneranno in altri periodi dell’anno. Il gioco è fatto; una festa danzante, fondata su riti e ritmi persi nel tempo, «avrà ceduto al territorio il testimone di fattore di attrazione, continuando a fare da “testa di ponte” nell’introdurre nuovi utenti al prodotto “Salento”»: un marchio d’area tra più cool della Penisola. Spiace dover quindi smentire Carmelo Bene: “il sud del Sud dei Santi” non è solo «un luogo etnico dove l’ignoranza ha conosciuto una decadenza irrimediabile», al contrario, proprio la musica etnofolk ed un’antica danza paiono aver rappresentato la cesoia in grado di recidere le catene dell’immobilismo. Con la cultura si mangia, insomma, lo dicono pure gli economisti: altro che chiacchiere.

(C) www.linkiesta.it

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