Un Mieli di lotta (e di governo?)

Posted on 7 agosto 2011

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Grande attesa per l’uscita pubblica di Paolo Mieli sul palco di Cortina InConTra, il Pala – la tensostruttura che ospita tutti gli appuntamenti – deborda di pubblico e preoccupazione. Presenti ospiti illustri in platea (Paniz, Angelucci junior, Gawronski, Buttafuoco, Timperi), anche in incognito, tutti qui per capire che aria tira. Mieli fa una premessa, non vuole farsi profeta di antipolitica, eppure il pubblico pare sceso qui ad incoronare un nuovo leader. Smentirà la premessa dopo pochi istanti, con una verve che – al confronto – i movimentisti di Beppe Grillo son dilettanti, sentite qua: «la Grecia insegna che l’indignazione si tramuta presto in reazione dura ed insubordinazione, è possibile anche qui da noi. Non manca molto». È la svolta. Compresa la designazione del nuovo premier: «Mario Monti è il miglior candidato alla premiership», designato a giorni alterni da destra, sinistra e centro. «Ma andrebbe bene anche per marziani e venusiani», sebbene non «paia adatto per una supplenza di fine legislatura e deve farsi eleggere dal popolo italiano». Potrebbe, al più, assumerlo questo Parlamento in qualità di «Commissario straordinario del Paese, ma commissario vero e con ampi poteri».

La sentenza del presidente di RCS Libri (oggetto cartaceo di cui mai parlerà) è perentoria: «Sta per crollare tutto». Prosegue serio: «Va venduto tutto (esclusi Colosseo – allarme bomba nel frattempo a Roma, per dire le coincidenze – e Partenone), solo così potremmo eliminare la burocrazia corrotta e l’inefficienza di questo Paese». Applausi scroscianti (e saranno tanti nel corso della conferenza). Gelo in sala quando Mieli decide di tuffarsi in un bagno di sincerità: «Sono un elettore convinto del centrosinistra ed ho “schierato” il mio giornale in favore di quella coalizione, ricevendo peraltro le caute proteste di una parte di lettori. Dico però che Berlusconi è davvero al governo dal 2001 – la parentesi degli otto mesi nel 1994 non conta. Quindi mi tocca lagnarmi dei guai di casa mia, faccio sempre così anche quando mi occupo di storia». Poi viene la quasi minaccia agli esponenti del governo che son soliti smarcarsi, ma solo a parole: «Voglio dare un consiglio ai politici di centrodestra: se non avete il coraggio di dire in pubblico ciò che andate ripetendo in privato, tacete per cortesia. La gente vi apprezzerebbe di più». È un intero dibattito centrato sulla conquista facile dell’applauso: «Mi muovo sui mezzi pubblici da anni, i Milanesi lo sanno, e desidero che lo facciano tutti i politici. Corro lo stesso rischio io, occorre sobrietà». Poi si infervora e prosegue: «La Polverini che usa l’elicottero per recarsi alla Sagra del peperoncino (ma poi dice di averlo pagato di tasca propria)? Sappia che – a breve – quegli elicotteri glieli abbatteranno coi bazooka i cittadini stufi».

La nomina di Alfano – per Mieli – è un buon segno, si dice convinto che un quarantenne possa rappresentare la stagione successiva del centrodestra. Per sembrare credibile, però, ora che gode anche del cconsenso interno e sincero del suo stesso partito, «deve saper dire di no, almeno una volta, a Silvio Berlusconi. Divenire segretari di partito per partenogesi è una cosa da paese sovietico, non funziona nella democrazie. Anche il Cav. gli sarebbe grato, se solo si mostrasse indipendente». Bordata per la nuova generazione di magistrati premiati dall’elettorato (De Magistris, Emiliano, Carofiglio: solo per citarne alcuni): «Ho grande rispetto della politica, ma sono un giornalista che si è impegnato a non entrare in politica. Non sono come quei magistrati che prima esercitano e poi si buttano in politica, magari nella stessa città». Cita un mito per incassare l’assenso del pubblico, cita quell’Indro Montanelli che rifiutò addirittura il posto di senatore a vita che chiunque avrebbe accettato, dando una lezione a chi fa “questo” mestiere: «non mescolarsi, non chiedere prebende e non contrattare niente con la politica». Grandi accuse (ma la promessa non era quella del divieto di antipolitica?) all’attuale classe dirigente, i cui atteggiamenti «meritano vendetta», giacché vent’anni fa «prendemmo l’impegno che l’Italia avrebbe eliminato il malaffare dal propria storia». Non è stato così, ovviamente. Politica tanta: «la Lega prende più mazzate del Pdl, ha un elettorato più esigente che la punirà». Quanto alla successione, Maroni – candidato in pectore da tempo – «è affidabile ma non gode del sostegno del quadrato magico» che si stinge attorno alla figura del Senatùr.

Capitolo Rai. «Quel che accade è una degenerazione di quel che accadeva nella Prima Repubblica. I più bravi sono quelli che vanno a lavorare in aziende molto meno importanti ma riconducibili ad un unico decisore (per esempio a La7, dove operano Franco Bernabè o Giovanni Stella, persone che si prendono le loro responsabilità, premiano e puniscono sulla base del lavoro svolto). Poi si tratta dell’attualità calda, «il fatto che un bravo manager come Ruffini – aggiunge l’ex direttore del Corsera – prenda e sia costretto ad andare dalla Rai a lavorare per un editore privato molto minore, dovrebbe dirci tante cose dell’emittente. Che, cioè, il clima è guasto e la soluzione non è cercare di sanare il clima mettendoci i buoni, ma prendere e sbaraccare tutto. Via! A volte si dice: “Non tutte e tre le reti”, io invece dico: “Tutte e tre ai privati”». Mieli, composto sulla poltrona, urla e sorride all’applauso del pubblico ampezzano. Quanto alla scadenza elettorale prossima ventura, nessuna sorpresa. Dureranno «fino al 2013», poi «il centrodestra perderà le elezioni, ma non vedo un vincitore all’orizzonte, neppure altrove». Colpa sempre del Cav. che«si sta facendo gli affari suoi e questo è un peccato vero – bordata – bravissimo comunque e complimenti alle sue aziende». Sua anche la responsabilità per gli strappi con Fini e Casini («è un vizio del premier fare fuori chi ha inventato politicamente») e sua la responsabilità di «averci parlato in prima persona, fino a dieci giorni fa, di programmi di riduzione delle tasse». Mieli, il lungimirante, «sapeva che erano parole non applicabili a una situazione come questa», si lascia andare al vaticinio facile: «la pagheremo cara».

Gioco della torre finale, ma Mieli non si sbottona: «fosse per me butterei sempre tutti». E per tutti s’intendono: «Fini (salvo Bocchino), Prodi (salvo Bersani), Tremonti (salvo Letta senior), De Magistris (salva la Iervolino), Formigoni (salva la Polverini), Santanché (salva la Mussolini), Colaninno (salvo Bernabè), Pisapia (salva la Moratti, «i perdenti mi stanno simpatici»)». Rivelazione: non butta mai le donne giù per policy, «ma per la Marcegaglia farò un’eccezione e salvo Marchionne». Fuochi d’artificio per il pubblico dei vacanzieri, in chiusura arriva pure il colpo secco: Mora o Minetti? «Butto Mora perché è donna».

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