Pane e libertà, nel Sud senza diritti

Posted on 5 agosto 2011

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Nardò (LE). Pure i diritti vanno in vacanza a sud del Sud, mentre il dramma sociale si accampa in quella terra rossa fitta di olivi e contraddizioni, oggi meta gettonatissima di vacanzieri attratti da mare incontaminato (o quasi) e cucina da leccarsi baffi. Da quasi una settimana, centinaia di braccianti delle campagne salentine sono in sciopero: hanno incrociato le braccia per dire basta ai soprusi del “capo nero”, vale a dire il caporale, ed inscenato una protesta davanti al mastodontico portone della Prefettura leccese. Attendono riposte che tardano ad arrivare, nonostante un’interrogazione parlamentare e le pressioni dei sindacati. Unanime la richiesta: smantellare il sistema di caporalato che strozza i disperati, ingrassa l’illegalità sulla pelle degli ultimi e rinfranca i portafogli dei proprietari terrieri. Il medioevo della contrattazione è certezza stridente, fateci caso: poco oltre la scenografia pittoresca, affrescata a pizzica – agriturismo – litorali – nichivendolismo, si apre uno spiazzante deserto collettivo in cui trionfano le prepotenze dei contraenti forti e le reticenze delle istituzioni deboli.

L’emergenza estiva – ma qui, sia chiaro, si a che fare con la definizione italiana di “emergenza”, nel senso di: problema irrisolto da anni – di questa penisola baciata da «lu sule» si chiama sfruttamento della manodopera extracomunitaria. Il meccanismo della “sospensione dei diritti” è ben collaudato, nessuna novità. Solo terribili aggiornamenti. L’intero comparto agricolo si regge sulle forze nere degli operai senza contratto, africani di ogni latitudine disposti ad accettare condizioni disumane in cambio di pochi spiccioli e nessuna garanzia. Capita spesso di incontrare, nelle stazioni ferroviarie deserte che corrono lungo la costa adriatica, drappelli di extracomunitari che inseguono i convogli regionali attraverso i campi arsi. Assecondano il ritmo stagionale dei campi mediterranei. Arance siciliane d’inverno, tuberi e frutta in primavera, ortaggi vari d’estate, vendemmia in autunno. La loro storia, quella di irreprensibili migranti della gleba, quest’anno si intreccia con quella della psicosi alimentare: intere partite di angurie giacciono a marcire ora che la fobia del batterio killer Escherichia Coli ha fatto calare drasticamente la domanda dei consumatori nazionali ed internazionali. «Angurie non se ne vendono, la gente c’ha paura – assicurano gli addetti dei mercati ortofrutticoli – eppure son ottime, come ogni anno»; non esistono stime ufficiali, tuttavia si teme che il lucro cessante si attesti attorno ai venti milioni di euro – tra produttori, raccoglitori, distributori e commercianti. Ergo, le centinaia di stagionali che erano calati nelle campagne dell’entroterra leccese per la raccolta hanno scoperto di essere senza lavoro ed in preda ad un ricatto – già sperimentato negli anni addietro, per carità – che s’era fatto ancora più soverchiante. Questa regione di immigrazione se ne intende, non solo per via dei gommoni che negli anni Novanta solcavano il Canale d’Otranto a bordo dello sconforto, ma anche per vicende recenti. Negli scorsi mesi, migliaia di profughi tunisini sbarcati sulle coste sicule erano stati stipati in un campo allestito in tutta fretta nella periferia di Manduria, molti si sono allontanati in fretta dalla tendopoli (fin troppo facile eludere la sorveglianza e scavalcare la recinzione) e nessuno sa dire con esattezza che ne sia stato di loro.

Ma torniamo a Nardò, paesone industriale di trentamila abitanti che si allunga fino alla costa ionica in un tripudio di lidi rinomati e villette abusive (la battaglia contro la cementificazione del litorale lercia di affarismo e corruttela costò la vita a Renata Fonte, attivista repubblicana freddata sotto casa nel 1984). È il secondo centro della provincia per estensione territoriale, ed i campi coltivati ad angurie sono ormai spopolati. Agli immigrati rimasti al palo è stata offerta una repentina riconversione. Ci sarebbero i pomodori nei campi, l’oro rosso che fa la ricchezza dei produttori meridionali. Ora è tempo di raggiungere Boncuri, una masseria secentesca fuori dalla città, che ospita 400 immigrati. Niente acqua calda, poca acqua potabile. Niente tetti solidi a separare i relitti di una filiera in crisi dal concavo cielo che abbraccia i sacrifici del Ramadan: agosto è infatti il mese del digiuno forzato per costoro. Ed i precetti rigidi dei musulmani praticanti rischiano di complicare la situazione, già di per sé drammatica. Gli sforzi di una dura giornata di lavoro al solleone si aggravano per via della fame, a sera i braccianti son costretti a cenare “a rate” con pasti leggerissimi per scongiurare il peggio. Il corredo è essenziale: dozzine di tende apparate negli scorsi anni coi fondi di Provincia e Comune, materassi sudici stipati attorno alla costruzione rurale e ricoveri di “fortuna” (dea sbadata che qui nessuno invoca, e si capisce bene il motivo: guardate e rabbrivite). Sadok Barhoumi, trentaquattrenne, un mattino di pochi giorni fa non si è svegliato per correre a farsi ingaggiare dai caporali per una giornata di lavoro «da luce a luce», dall’alba al tramonto. Allertati i soccorsi, i suoi compagni non hanno potuto fare altro che vegliarne il cadavere. Il ragazzo, in Italia da sei anni, sarebbe spirato per “cause naturali”: naturali sarebbero infatti la sporicizia, le fatiche, l’addiaccio, il decesso infine. Lavorare stanca e ammazza, naturalmente. Da quel giorno – il primo di agosto – la rassegnazione dei “residenti stagionali” avrebbe fatto posto ad un’indignazione montante, culminata poi nello sciopero indetto per obbligare media ed enti locali a zoomare sulla favela a pochi passi dalle ferie.

A guidarlo, il giovane Ivan – universitario camerunese al quarto anno di Ingegneria al Politecnico di Torino trasferitosi laggiù per intascare qualche moneta indispensabile per mantenersi agli studi – megafono alla mano, urla a favore di camera la propria storia. Che indigna e commuove. Peppino di Vittorio sarebbe fiero di lui, Peppino di Vittorio in realtà ha la faccia scura e le idee chiare. Sentite qua: «un gruppo di persone ha minacciato di uccidermi. A tutte le forze invisibili nascoste dietro di loro, dico che non ho paura – qui parte l’appello, plurale ed urgente – invitiamo tutti a non andare a lavorare. Pacificamente, lotteremo contro tutti coloro che sfruttano la gente e che mangiano col nostro sangue. Vogliamo un contratto come tutti i lavoratori. Tutto ciò che c’è di bello al mondo si è ottenuto manifestando» (video). Sindacalismo d’antan e rivendicazioni attualissime per bocca sua; ovvio che l’impiego a cottimo intrappolato nelle catene del caporalato non possa reggere (quattro euro a cassone – quando va bene – altrimenti solo tre e mezzo, compresa la nuova richiesta di separare i pomodori per grandezza). I conti non tornano, se si computa il costo del racket: la tangente di cinque euro da versare al caposquadra per l’ingaggio, pena la disoccupazione, il “biglietto” di tre euro per essere accompagnati nei luoghi di raccolta ed altri tre euro per la pagnotta a merenda imbottita di «quel che c’è, c’è». La miccia è innescata. Lo sanno bene anche i “capi neri” che avvertono il rischio di implosione del sistema, lo sanno ancora meglio i sindacalisti della Cgil ed i volontari che gestiscono la masseria Boncuri, “Finis Terrae” e “Brigate di solidarietà attiva”, al grido di «ingaggiami contro il lavoro nero», slogan che campeggia sulle magliette e su un enorme striscione issato sulla facciata rossa della residenza fortificata. Il documento elaborato dai ribelli slavi ed africani contiene richieste nette: ossequio puntuale del contratto provinciale di lavoro per l’agricoltura che imporrerebbe tariffe certe (5,92 euro a ora e 38,49 a giornata). Basta poco, pane e libertà nella terra tarantata che, a forza di marketing territoriale e promozione patinata, ha messo all’indice la dignità del lavoro pulito.

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