A mari estremi, estremi rimedi

Posted on 12 luglio 2011

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Semplicissima. Una storia che ti insegnano alle elementari, quando studi punti cardinali e rose dei venti. Ti insegnano, alle elementari, che il sole sorge a Oriente e all’opposto tramonta. 

Facilissimo per chiunque, il meccanismo. Figurarsi per te. Dico: per te nato a sud del Sud. Ti capita da sempre di convivere con la magia di una parabola infuocata. Ricapitoliamo: a destra il sole s’accende, all’opposto s’inabissa. Quindi: se abiti in quella terra stramba che chiamano Salento, la geografia astronomica puoi dire che la sai. Da mo’. Per tutta la vita ti resterà il “piccio”, lo sghiribizzo: sarebbe a dire. La voglia di verificare le teorie dei libri. Ad est sorge, all’opposto muore. Prendi la macchina, incasinando progetti familiari di scampagnate postprandiali alla volta di osceni centri commerciali, e ti catapulti ad Otranto. Mo’ dovete sapere che Otranto è la città dei martiri, ci stanno pure il vescovo, un castello ed un fiumiciattolo, un rivolo di pisciatoio – in realtà – che tuttavia ha dato il nome al paese. È chic quanto basta (del tipo notti bianche, mostre pittoriche e serate jazz: il top del fighettismo mediterraneo), centro storico ingarbugliatissimo, fitto di “rumasúgghe” (reperti, secondo l’idioma locale) e rosticcerie bisunte.

Se passi la notte ad Otranto, oppure puoi programmarti una levataccia – promessa che mai nessuno fu in grado di mantenere – se passi la notte ad Otranto, insomma, manco sai come: ma, ad un certo punto, ti sveglia il sole con quattro lesti sganassoni in pieno volto. Quella cosa timida e violenta, tanto possente che da rievocare le mazzate elementari rimediate per via di un rigore sbagliato alla finale contro quelli del quartiere “nemico”, quella cosa la chiamano alba. O aurora, e ci sarebbe una differenza enorme, stando al dettagli dei libri di testo, ma poco conta. Quella cosa incantevole che solo ad Otranto capita così inerme ed onesta è il sole che nasce più ad Oriente che può. Fin qui nulla di che, se non una palla gialla gialla che sbuca dalle onde; nulla di che: altrove. Quaggiù ti riesce il colpaccio. Mattinata sull’Adriatico che è mare rissoso e truffaldino. È mare autentico, vi si accede da scogli impervi e foreste rigogliose (le macchine parcheggiate di straforo sulla litoranea o imboscate sotto a qualche pergola di olivi e pini silvestri e canne di bambù).

E pomeriggio all’opposto. C’é lo Jonio, di là. Corri attraverso millanta caseggiati di calce e ringhiere arrugginite, scanzi quel formicolio di sagre e tarantelle che stravolgono segnaletiche e mandano in crisi vigilasse, e ti catapulti a… facciamo Gallipoli. Ci arrivi sudato. Riposato. Rassegnato al bello. Spaesato dallo scirocco. Punti il centro, ancestrale ed impenetrabile, con dozzine di chiese a distanza di pochi passi (ché ti chiedi: a che servono tante chiese così vicine? E ti rispondi: con tutte quelle massaie impazienti, quante avranno voluto pregare qualche Madonna che i loro mariti pescatori rincasassero dopo la burrasca?), punti il centro ed è magia di nuovo. In un giorno solo, due spettacoli da tutto esaurito. Ti ritrovi con le comari a ricamare venerandi destini del secolo scorso, coi bimbi a sfasciare finestre e farsi bucare i Super Tele, con lenzuola candide e zozze stese trai balconi a danzare nel vento che, dal porto, è venuto a “schiaffarsi” fin quassù nella Città Vecchia. Ti accomodi ed “il sole che muore ad Occidente” o giù di lì. È tramonto.

Fascio di luci imbizzarrite: rosa, arancio, giallo, rosso. Senza nuvole, sciame di tinte pastello. Con le nuvole (ancora meglio), come dita di pittore che strapazzano le tempere e mescolano le tonalità. Ci sono le giostre, sul lungomare. Le barche bianche ed azzurre dedicate alle corpulente mogli, e loro a snocciolare pater nostri per restituire la cortesia coniugale, qualche yacht nei nuovi attracchi. I pesci venduti freschi, le cozze trattate e quelle creste. Ti imbarazzi coi colori di un tramonto rozzo e simposiale, omaggiato da un’orchestra di posate che ticchettano sui piatti di porcellana e si tuffano avide nei contorni della campagna. Declini nell’ultimo incresparsi d’onda – che è desiderio oltremodo poetico, giacché qua il mare mosso mai nessuno l’ha visto. Declini, che è insieme addio temporaneo ed esperimento di nuova coniugazione. Voce del verbo mare, infinito presente.

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