Ed i big dell’economia liquidano il Cav.

Posted on 14 giugno 2011

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S’intitola “Quali riforme per la crescita?” l’atteso happening bocconiano organizzato in tandem con la testata di via Solferino. Più che il topic tuttavia, conta la data. L’oggi profetico, insomma: il fatto che il rito si celebri a poche ore dalla “sberla” referendaria. All’indomani di quello che proprio il Corriere ha definito in prima pagina «un colpo al governo».

Il pubblico in sala (prevalentemente canuto, ma anche economista in erba nonostante la sessione d’esami in corso) s’aspetta tanto. Vorrebbe cioè, in sintesi, comprendere “che ne sarà di noi”. E si chiede, ticchettando sugli smartphone, se mai il panel di illuminati pensatori sia in grado di sciogliere l’interrogativo in un leale (sia fosco o rassicurante) responso. Si parte col messaggio del sindaco Pisapia, letto da Monti qui in veste anche di Presidente dell’Ateneo Commerciale: «non posso: sono a Parigi per l’Expo. Ma vi apprezzo davvero tanto, grazie per il contributo d’idee». Poi il resto, dopo i convenevoli. Il suo attesissimo “ed ora parlo a titolo personale”. Piccola bordata al governo con delicata omissione di cognomi: «angusto è il dibattito tra il Ministro dell’Economia, sapiente tutore dei conti dello Stato, ed altri suoi colleghi che immaginano di stimolare l’economia con misure di finanza pubblica». Poi l’auspicio che si confonde col calendario: la settimana in corso rappresenta una «benedizione per il dibattito politico di casa nostra», magari la politica diventasse davvero «ricettiva a suggerimenti e critiche» che provengono dalle stanze europee dei bottoni. La pretesa verrà accolta in fretta dal direttore del Corsera, il quale non risparmia stalii all’esecutivo in ambasce, i tanti “sì” – a suo avviso – rischiano di rappresentare un secco “no” al Governo.

Intanto, le pretese dello staff organizzativo del Forum Internazionale erano piuttosto timide. Lo rivela la sala riservata all’evento, un’intima aula da centocinquanta posti ove, di solito, si fa lezione e si suda per ragioni climatiche, o didattiche. Gente in piedi e improvvisati ventagli: questo il risultato del cauto pessimismo sconfessato dalla partecipazione. La “presa diretta” sul futuro del Paese è affidata ad Anne Bucher, direttora delle Riforme Strutturali della Commissione Eu. Per capire il clima, basti la chiosa del direttore De Bortoli: «ottime le raccomandazioni, ma ci vorrebbe un governo a cui indirizzarle. Ci vorrebbe un governo, ci vorrebbe un governo forte e – prima di tutto – ci vorrebbe una situazione politica stabile. Ho l’impressione che in Italia tutto ciò manchi». Eppure l’eurocrate non era stata affatto tenera: in Italia avete «need to reform» in tantissimi campi. «È singolare che – solo per fare un esempio – i vostri giovani siano ostaggi del precariato» (“devastante” lo definirà poi Micossi, Direttore Generale di Assonime – l’associazione che raggruppa le SpA), che è condizionato dalla scarsa istruzione e dal continuo supporto delle famiglie, blocca la mobilità sociale e fa sì che l’Italia detenga la maglia europea in tema di disoccupazione. Il direttore De Bortoli ha la sua linea, indecisa tra sarcasmo e sfiducia, e regala perle del tipo: «ho come l’impressione che quello del nostro Governo sia un “Piano per le Riforme” preterintenzionale». Allude al pressappochismo della classe dirigente politica e insinua che tutto sia merito di una sorta di “serendipity economica”. Risate in sala e tutto un gran darsi di gomito.

Poi tocca a Tito Boeri, l’economista fratello dell’urbanista Stefano, recordman delle preferenze meneghine ed oggi assessore. «Nel 2020 potremmo esser testimoni di un ritorno al passato. Nelle centosessanta pagine del Piano di Riforme nostrano mancano tutta la semplicità e lucidità di cui sono intrise le appena venti pagine del Piano olandese». Sottolinea l’importanza della contrattazione a livello aziendale, sfata il mito del contratto nazionale ed affronta la materia del diritto del lavoro. Con ardore e furia. Sorride del fatto che, per entrare nelle professioni («e nella politica», aggiunge divertito De Bortoli), servano «cognomi identici a quelli di chi è già dentro». Auspica incentivi condizionati all’impiego, convinto che la scusa del “non ci sono soldi” non regga, ritiene che occorra il coraggio di spendere piuttosto capitale politico, cioè «di aver voglia di meritarsi il consenso popolare». (Nota di colore: inesperti cronisti lo attendono al varco -microfono alla mano- per dichiarazioni politiche, peccato l’abbiano confuso col fratello). Anche il giurista Piergaetano Marchetti non risparmia accuse ai politici che governano la Nazione. E per non confondersi nella mischia, osa: «questo nostro confrontarci rappresenta una fuga verso l’alto. Soprattutto oggi». Intanto lo spettro che aleggiava in aula si fa sempre meno diafano. «La bella voglia di partecipazione che gli Italiani hanno dimostrato in queste settimane è un gran segno». Vuol dire che, «al netto dei rifiuti e dell’indignazione» nel nostro Paese è ancora possibile sviluppare un’elaborazione e  guardare lontano.

Dal pubblico scocca la riflessione sorridente: «un mio amico, docente emerito dell’università del Venezuela, mi aveva avvertito. Qui mi sento a casa, l’Italia è l’unico Paese sudamericano del vostro continente». Ma tocca poi al Rettore Tabellini tirare le fila della tavola rotonda. Dibatte della necessità di tramutare le raccomandazioni in azioni. «È momento delicato per l’Italia, indipendentemente dal Governo che si occuperà di questi problemi, e l’Europa deve conservare un ruolo da protagonista». Appuntamento a questo autunno, dunque, con il sequel dell’incontro odierno. Appuntamento con chi ci sarà: ma questa è un’altra storia.

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