«Se i soldi non ci sono, inventiamoceli!»

Posted on 3 aprile 2011

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Fosse solo un film, sarebbe uno di quei thriller che tengono lo spettatore inchiodato alla poltrona e lo gettano nella scena con tutta la tensione delle inquadrature. Fosse solo un film, una pellicola sgorgata dalla mente di uno sceneggiatore in gamba, questo sarebbe: una sorta di epopea dei giorni nostri. Invece Il Gioiellino – regia di Andrea Molaioli, in uscita nelle sale dal prossimo venerdì 4 marzo – per chi abbia avuto la sventura di appassionarsi alla cronaca finanziaria dei decenni appena trascorsi è anche un documentario ben fatto, la trasposizione per immagini di una mole superlativa di carta ed affini: centinaia di articoli di giornale, qualche libro, dozzine di atti processuali (non la sentenza definitiva, però, attesa per i prossimi mesi – ed il tempismo qui è una coincidenza notevole). In una sala del centralissimo cinema Apollo a Milano, uno striminzito pubblico di intenditori si gode l’anteprima e, di tanto in tanto, rinuncia all’aplomb per capitolare al cospetto delle reazioni spropositate dei personaggi.

La storia del crac si intreccia ai vizi tricolori e indugia sui mille tic della classe dirigente: c’è il prelato che incensa il proprietario della Leda– l’azienda che nella pellicola richiama Parmalat – quale “missionario del benessere”, il senatore corruttibile che firma leggi di depenalizzazione dei reati societari, il finanziere baffuto che riporta a casa omaggi tintinnati e cari ossequi alla signora, un misterioso statista protetto dal fogliame di una villa blindata ed amante delle barzellette. La parabola dell’azienda di Collecchio, cui l’intera opera espressamente si ispira (anche a costo di rischiare in qualche scena lo scimmiottamento di loghi e campagne pubblicitarie), è ambientata tra le strade basolate di una non città dell’Italia centrale, i grattaceli d’Oltreoceano ove spadroneggiano i banchieri arditi e le loro clausole vessatorie, le chiese russe innevate che custodiscono uno dei più gravi errori strategici del gruppo. Ai critici troppo esigenti che complottavano all’uscita dalla sala, qualche guascone intervenuto alla prima replicherà: «fate i difficili solo perché avete investito in bond Parmalat su consiglio del vostro direttore di filiale e meditate vendetta».

«A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino»: pare che a pronunciare queste parole fu lo stesso Tanzi (che nel film si chiama Amanzio Rastelli e ha il volto superbo di Remo Girone). Il titolo dunque dice tutto, svelando il ‘pregio’ che accomuna i protagonisti del lungometraggio: un’inettitudine incolpevole. Nella pellicola, i responsabili di uno dei più esemplari crac del nuovo millennio vengono svuotati di ogni tracotanza e perfidia, sono piccoli uomini incastrati in un ingranaggio che finirà per stritolarli. Capitani d’impresa che vivono anche di notte in ufficio, catapultati tra gli indici di borsa con tanti sogni e poche idee. Valga un frammento su tutti: Ernesto Botta, l’austero ragioniere interpretato da Toni Servillo, si ritrova a falsificare un bilancio consolidato armato di soli bianchetto (quello scomodo flacone col pennello lattiginoso) e scanner digitale, manco fossimo a ‘Totòtruffa’. Il regista insomma ha inteso portare in scena dei criminali a cuor leggero, dei falsari incapaci che, mentre vengono condotti in manette, sussurrano: «…però: che anni meravigliosi abbiamo avuto!».

Placidi come la provincia in cui si trovano ad operare, fatta di scorci medievali che si animano di pellicce nelle domeniche all’ora dello struscio, di vassoi di paste e di mediocri genuflessioni al tycoon del latte. «Oltre al prodotto, questa azienda produce di più: i suoi valori», Amanzio Rastelli ha ereditato un salumificio dal padre e lo ha trasformato in un promettente marchio affermato in diversi continenti: Leda (core business di latte e derivati, poi una squadra di calcio, prodotti da forno e succhi di frutta). Comanda ancora lui, assieme a sorella, figlio e nipote. Al suo fianco una pattuglia di manager che hanno interrotto gli studi dopo aver ottenuto un diploma da ragioniere, suoi fedelissimi. L’azienda è apparentemente florida, ma soffre i mali di un capitalismo marcio in cui la «scarsa marginalità» del latte costringerà il management a spericolati tentativi di triplo salto carpiato: la quotazione in borsa, il folle indebitamento e l’inganno globale, non necessariamente nell’ordine.

«Inventiamoceli. Se i soldi non ci sono, inventiamoceli». L’interpretazione dei protagonisti è magistrale: Servillo è una maschera senza emozioni, inespressiva ed anaffettiva, il manichino di un imbolsito contabile che impara l’inglese dalle audiocassette acquistate a fascicoli, senza famiglia e senza svaghi oltre ai vini di pregio. È il vestito sempre eguale di un ragioniere workaholic che trascorrerà la notte di Natale (l’ultima da uomo libero) a redigere un piano di risanamento. Remo Girone inscena il più emblematico dei personaggi: sorriso contrariato, attaccamento al marchio e scarse doti gestionali. Vive di imbrogli veniali e continui compromessi: con le banche che concedono finanziamenti in cambio di disastrose acquisizioni, coi plutocrati dell’Europa dell’Est che presto lo incastreranno («Russia è come paradiso: difficile entrare, impossibile uscire», vanno ripetendo). La Felberbaum interpreta un’astuta neolaureata, pronta a misurarsi con la spocchia dei colleghi maschilisti e ad imparare troppo in fretta lo sporco mestiere. Intangibile nella sua diafana superiorità, non si scomporrà neppure mentre i finanzieri disseppelliscono i suoi tesori vanamente occultati nel giardino di casa.

Del copione si potrebbe eccepire l’eccesso di solennità e la scrittura piuttosto aforistica, spesso gli attori parlano poco e quando aprono bocca paiono un oracolo. Ma la pellicola scorre veloce a colpi di bilanci truccati, sacrifici inutili ed un guizzo di responsabilità che mette in crisi il bocconiano addetto al marketing: proprio come nella storia vera, i suoi dubbi troveranno ristoro in un salto mortale da un viadotto autostradale, dopo mille tormenti tinti di ingenuità. Prodotto dalla Indigo Film, casa fondata nel 1999 da Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori, il film si aggiunge ad un medagliere invidiabile fatto di successi d’autore quali “La ragazza del lago” (premiato con 10 David di Donatello) e “Il Divo” (vincitore del Premio della Giuria al 61mo Festival Internazionale di Cannes) ed è distribuito da Bom in  – sole – 170 copie lungo tutto lo Stivale. Appuntamento da non perdere, potrebbe addirittura capitare di riflettere su sistemi finanziari ed etica d’impresa mentre si trangugiano immangiabili popcorn.

(C) www.linkiesta.it

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