Planando su boschi di braccia tese

Posted on 15 febbraio 2011

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Uno si chiede perché mai le più moderne fotocamere offrano ancora l’opportunità dell’effetto bianco e nero, poi guarda la politica italiana e capisce. Non è il fascino del retrò a stregarci, né l’equilibrio delle sfumature: è il vecchio che ci ammalia, le idee con la muffa ed i simboli impolverati. Siamo fatti così. Ed infatti, negli istanti esagitati in cui la maggioranza frana a destra causa finissima dinamite futurista, si corre ai ripari con interventi mirati di messa in sicurezza. Si puntella il costone pericolante col sostegno di truppe nostalgiche e flinstoniane, tentando di arginare lo smottamento scatenato dall’esplosivo Presidente della Camera. All’armi: scalpita un guazzabuglio di eserciti e corazzate; la lotta per la sopravvivenza di partiti marginali passa per l’esperimento atomico. Si azzarda il colpaccio scommettendo, anema e core, sull’alleanza col Cavaliere. Ora: è evidente che il potere contrattuale di movimenti bulletti e maneschi sia pressoché nullo a livello nazionale: tutto cambia, però, se si studiano le cifre del consenso su base locale. Contano le briciole nelle regioni – si sa, ed esigui pacchetti di voti sono in grado di ribaltare risultati certi e geografie cristallizzate (un florilegio di disastri figli della smargiassa tracotanza di chi si credeva «autosufficiente» e poi finì cappottato potrebbe corroborare questo assunto, ma vi risparmiamo il castigo). Un matrimonio di convenienza insomma, il Cav. sarebbe pronto a dragare i relitti destrorsi, per dispetto e necessità. Giacché per i neri sono tempi cupi: nessun rappresentante in qualche assise che conti, nessun rimborso elettorale per sopravvivere. Niente di niente. Eppure in certe zone si registra un attivismo ingiustificato, e per attivismo s’intendono mazzate. Ordinaria amministrazione, roba solita di ogni stagione calda ma non solo: gl’imminenti appuntamenti elettorali sono troppo accesi per restare nell’ombra.

Intanto quanti e dove sono. Tanti sono, forse troppi, ma questo è un morbo comune tra le ali estreme del parlamentarismo italico. Eppure la capitale lombarda ribollisce di identità melanconiche, ed un fermento inusitato agita le teste rasate: qualche mese fa la Destra ha celebrato il proprio affollato happening in un cavalleresco hotel di piazza Missori (già convocato il prossimo per il 19 marzo), i militanti di Forza Nuova erano sul punto di inaugurare la nuova centralissima sede (200 metri quadri in corso Buenos Aires, un immobile del Comune aggiudicato mediante una gara a evidenza pubblica), ma poi la concessione è stata revocata a pochi giorni da Natale, pure i «fascisti del Terzo Millennio» di CasaPound giocoforza cercano alloggio in città, dopo uno sfratto ineluttabile (il leader storico è Francesco Cappuccio, detto «Doppio malto» per via della passione per le bionde forti). Più ad Est, si agitano le armate della neonata Fiamma Futura, corrente ribelle del partito fondato da Pino Rauti, ingrossata dall’accordo tattico con Francesco Storace e sbarcata anche in Sardegna. A Roma invece il dinamismo si misura a spanne, spanne di manifesti abusivi sui centimetri di città che si arrendono alla turpitudine: ovunque campeggia orgoglioso il profilo della lupa dei Fondatori, nobilmente prestata alla causa di un certo Popolo di Roma: la formazione è una costola dell’establishment alemanniano, unisce giovani belli liberi ribelli sotto la guida di Giuliano Castellino. La forza di queste sigle sta, oltre che nella fiera retorica dannunziana, nella fedeltà ad una liturgia che non ammette sbavature e, soprattutto, nell’ambizione che percorre come un brivido le vene dei militanti. «A questo giro, ci si gioca il tutto per tutto. Se ci scappa il treno, restiamo a terra», s’è detto in qualche umida sezione di colla profumata e la testuggine, serrata nelle file, si è messa in movimento. «Per contare, bisogna farsi sentire», s’è detto altrove, «alzare il tiro dobbiamo, a noi».

Chi vota la Fiamma. Praticamente nessuno, ormai: il logo da sé vale mezzo punto percentuale  – in lievissima crescita, secondo le analisi di BiDiMedia – eppure i dirigenti fanno di tutto per evitare di raggiungere tale risultato. Scissioni, per esempio, poi anche espulsioni, annessioni, ricorsi. Il più in affanno in questo momento pare proprio il più antico dei partitini post almirantiani: la Fiamma rischia infatti l’estintore. Notizia delle scorse settimane, succulenta come poche, era la manovra di riavvicinamento (“apertura di dialogo” si legge sui comunicati in politichese) al tanto biasimato gruppo «rinnegatore». Alla guida resta saldo l’on. Luca Romagnoli, ricercatore con un debole per la gaffe antisemita, un tempo europarlamentare grazie ai miracoli del sistema proporzionale, ora sempre più alla canna del gas (sorta di contrappasso per un quasi negazionista, si direbbe). All’ultima uscita pubblica del Presidente Fini, una missione diplomatica della Fiamma presenziava in località Bastia Umbra. Vecchi rivali tenterebbero oggi l’accordo – pare – col paterno interessamento del Senatore Lamorte, tesoriere del patrimonio missino. Manovra vana, per ora. Per orientarsi nella notte democratica, non bastano bussole banali. Ci prova l’Osservatorio milanese: accanto ai maggiorenti azzurri segnala la presenza di Roberto Jonghi Lavarini, «orgoglioso fascista», e di sigle che inneggiano alla rivolta di Pinochet, oltre ad associazioni come “Destra per Milano”, “Area Identitaria”: innocue se non superflue. Ma temibili. In Germania sarebbe impossibile fondarne di simili, da noi «se po’ fa’», anche perché la consistenza di suddetti cartelli declina troppi zeri per essere rilevata dai sondaggisti. Eppure la ricerca di affiliazione (nei siti di tanti circoli, accanto al logo nostalgico, spicca quello “per Berlusconi presidente”) con personaggi che, al momento della chiusura delle liste, verrebbero etichettati come “impresentabili” è spasmodica e forsennata: ideologica, in senso deteriore.

Il più presente, grazie anche all’ironica acrimonia del suo segretario, è il partito de la Destra. Ha sostenuto in maniera tosta e convincente la Governatrice del Lazio Polverini, portandola alla vittoria e compensando la dabbenaggine degli azzurri capitolini, capitolati sull’uscio di un paninaro. Il ruolo di Storace, un tempo portavoce di Fini, è ingigantito dal desiderio di scavalcare Futuro e Libertà a destra (ed infatti invoca elezioni anticipate ad ogni dichiarazione). Per l’appunto: il furore dei rivali intransigenti vuole controbilanciare la defezione di una consistente fetta di elettorato erede della tradizione missina. Da tempo, l’ex ministro della Salute – Storace lo è stato, un attimo dopo aver ceduto la poltrona dell’Eur al rivale Marrazzo – fronteggia le conversioni finiane con comunicati sarcastici ed iniziative provocatorie. In realtà la formula della fiaccola tricolore non si è mai compresa: da partito ai prodromi dello sfascismo berlusconiano, fiero avversatore della leadership del premier alle passate elezioni politiche, ha oggi stretto un rapporto simbiotico con le folle pidielline in tutto lo Stivale. All’epoca del battesimo della formazione, le malelingue azzardarono lo zampino di un finanziatore occulto: un tale imprenditore arcorese, poi niente più: l’alleanza andò a scatafascio. Storace intanto condivide con Gianfranco l’agenzia di comunicazione e marketing: la SpinWeb dei fratelli Crespi, sfortunati ideatori del “Contratto con gli Italiani” e – prima del tracollo – sondaggisti per il Cav. Oggi, dopo appuntamenti elettorali toppati (prima in tandem con la Fiamma di Luca Romagnoli, poi in monovolume con: Lombardo, Pionati, Fatuzzo), la formazione è vicinissima al salto: un illustre braccio destro di Storace è pronto a sedere in Consiglio dei Ministri, fino a ieri circolava il nome di Nello Musumeci, maggiorente siculo del partito, oggi ne abbiamo la certezza. In attesa di un giro di poltrone, vigila instancabile sul Triveneto anche Piero Puschiavo, giovanotto dagli inoppugnabili basettoni, tantinello xenofobo quando si tratta di «salvare la razza itala dall’imbarbarimento».

Un tram chiamato Santanché. Alla sottosegretaria in forte ascesa pare sia stata affidata la missione di trafugare reperti dai mausolei del movimentismo cameratesco, ma c’è dell’altro. Non si può sottovalutare il talent scouting dell’europarlamentare leghista Mario Borghezio (fiero integralista cristiano, battagliero secessionista antitutto, campione delle preferenze a Nord Ovest). A Milano, per dirne una, il “Centro identitario” di via Bassano – sede dei Volontari verdi del padanissimo Max Bastoni (nomen omen?) – ospita i raduni dei militanti di Cuore Nero, cellula lombarda della Tartaruga capitanata da Gianluca Iannone; i problemi del gruppo sono tanti: debiti, innanzitutto, che hanno portato alla chiusura dello storico ritrovo di via Pareto e scissioni, inoltre, come quella di un minuscolo branco confluito nel PdL (in più, alle scorse regionali, i militanti compatti sostennero Massimo Buscemi, uomo della corrente di Dell’Utri, oggi Assessore Regionale: bella scommessa). Discorso a parte meritano i «né rossi né neri» di CasaPound, il movimento che se la passa meglio. Si gloria di un afflato culturale, rappresenta oggi una rivoluzionaria voce fuori dal coro. E fa incetta di consensi trai giovanissimi, Blocco Studentesco – suo braccio universitario – ha sparigliato le carte alle ultime elezioni del CNSU. Domenico di Tullio, legale del gruppo, ha anche pubblicato con Mondadori “Nessun Dolore”, romanzo che esalta le gesta degli anarchici che occupano case sfitte per assicurare il mutuo sociale alle giovani coppie italiane, ballano a ritmo di un rock violento e sudatissimo, e sono infine “intellettualmente ganzi più che mai”: discutono di informazione e celebrano il direttore di Radio Radicale, apprezzano Guareschi, si riappropriano di Rino Gaetano, promuovono iniziative di concreta solidarietà all’indomani del sisma abruzzese, difendono con la forza le occupazioni abitative (persino Enzo Raisi, potente ras finiano solidarizza disinvolto sulla loro pagina facebook). Oggi scalpitano per invocare le dimissioni del ministro Bondi, colpevole – a loro dire – di aver svenduto i monumenti del regime che fu in cambio di uno strapuntino parlamentare da parte della SVP.

Marciare per non marcire. L’antico grido di battaglia, roco ed anestetizzato, risuona ancora tra caschi e bandiere, ma muta nel significato: si punta alla salvezza, calcisticamente parlando, più che alla promozione. Secondo Mario Pirani di Repubblica, «la promessa di riservare loro qualche sgabello di governo e sottogoverno ha galvanizzato le varie accozzaglie da curva Sud, che dovrebbero, secondo i sondaggi del premier, tutte assieme portargli un 3% di voti»: ecco svelato l’arcano. Una letteratura di croci celtiche, deliri nazionalisti, precetti confessionali si alimenta ogni giorno nelle tecnologiche gabbie politiche che la rete offre agli irriducibili: un mix di ribellismo da tifoseria incazzata nera e richiami alla Guerra Santa contro la minaccia clandestina, alimentata forse anche da un interesse periglioso che la cronaca riserva loro. Si respira un’aria piuttosto cimiteriale, ma torna difficile credere ad una sapiente regia di estremizzazione della maggioranza di centrodestra: vero è che in mezza Europa si va imponendo una galassia di formazioni che cavalcano i draghi dello scontro sociale brandendo gladi ultraconservatori (non in Francia, invece, dove alla guida del Front Nationale, partito che imitava il Movimento Sociale Italiano finanche nel simbolo ardente, è arrivata Marine Le Pen: quarantenne «rottamatrice» dei retaggi novecenteschi di cui si ammantava la formazione fondata dal venerando padre Jean-Marie). Né si può tacere che sia in atto una manovra chiassosa per sconfinare dalle riserve metropolitane in cui i cuori neri sono derelitti, per questo si cercano lo scontro, la provocazione, la rissa. E li si trova. La barbarie politica non conosce età ed è il pasto lauto di osservatori dall’indigno facile, giacché solo le idee forti potranno salvarci dalle superstizioni. Il futuro immortalato in bianco e nero: uno s’illude che il Novecento fosse un «Secolo breve», ed invece non finisce più, facciamocene una ragione.

E tanti saluti. Romani.

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