Cento passi verso l’Europa della dignità

Posted on 18 dicembre 2010

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REPORTAGE – Di buone intenzioni sono lastricate le vie. Ma soprattutto di un impenetrabile strato di ghiaccio, che di qui a poco vorrà dire apocalisse meteorologica, disastro inenarrabile, suburra innevata. Si parte da Torino, diretti alla volta di Bruxelles per la Giornata Internazionale contro la Corruzione e ci si ritrova imbottigliati nel bollino nero delle infrastrutture viarie francesi: nella notte un incidente mortale ha coinvolto uno di quegli autoarticolati massicci che tolgono il sonno a milioni di autisti e le operazioni di rimozione del mezzo ora si protrarranno per tutta la giornata. È delirio, paralisi delle nevi: code di almeno novanta chilometri in un clima aurorale di gelido candore, asfalto da pattinaggio su cui le autorità hanno trascurato di spargere il sale, automobilisti assiderati in preda al disfattismo della rassegnazione.

Intanto i programmi degli eroi italiani erano ben altri, sia chiaro: quasi un migliaio di giovani avrebbe dovuto ridurre l’atrio dell’Europarlamento di Bruxelles nel teatro di un ormonale think tank intergenerazionale. Avrebbero varcato il portone d’ingresso e, da allora, non sarebbero stati più gli stessi. Seri, compunti, accigliati, concentrati: avrebbero invaso le azzurre poltrone degli euro onorevoli e si sarebbero messi in ascolto. Trattati alla mano, avrebbero esercitato tutta la potenza di una genuina moral suasion per ottenere l’emanazione di una direttiva europea per la confisca dei beni destinati ad usi criminali ed il loro riutilizzo sociale e condiviso. Parentesi: già il fatto che le istituzioni comunitarie abbiano dedicato un numerino sul calendario alla crociata contro i furbacchioni è un segnale rigenerante; che poi oggi, a farsi sentire, ci siano facce implumi e fronti brufolose qualcosa di buono vorrà pur dire. Una speranza caciarona, se non altro. Intanto, per raccontare l’avventura di questa folla gagliarda e riflessiva, sarebbe meglio fare un passo indietro: di qualche migliaio di kilometri. L’impresa principia nell’altro capo del continente, i prodi attivisti si sono catapultati fino a Nord stipati in quegli autobus da gita di ginnasio –incredibile dictu- dopo una sosta tecnica, ma soprattutto commemorativa, in quel di Torino. Hanno quasi tutti meno di vent’anni e, a giudicare dalle inesistenti telefonate impensierite, non mancano affatto a fidanzati e fratellini (manderanno comunque qualche sms dai tavolini di un autogrill sperduto per dire che tutto fila liscio, senza troppe smancerie). Sono vispi, autonomi e distrutti: al mattino hanno salutato il Salento, la Trinacria, la Riviera o la Capitale ed a sera sorridono ai monti, hanno trasportato su gomma la loro personalissima sfida alle mafie che infestano la mal’aria delle terre del sole, per dare un volto al profumo di legalità. I volontari settentrionali li accolgono gioviali nel piazzale del centro polifunzionale della Protezione Civile a Settimo Torinese, una fortezza di prefabbricati riscaldati dalle stufe, dove trascorreranno le ore della notte. La cena, innanzitutto: chi fa la fila si ritrova al cospetto di tre donnine della Croce Rossa ed ai loro mestoli generosi. Pasta o riso, pollo al forno, carote o patate, una banana. Il canone del pasto frugale non è l’abbuffo, ma lo sfamarsi: e qui così funziona, sebbene nessuna regola imponga di essere timidi nell’allungare il vassoio alle cuoche. Si liberano di sciarpe lanose e piumini imbottiti, sono circa indistinguibili: tanti capelli, decine di felpe, acconciature allegre e scarpe da rapper. Fuori dall’androne usato come mensa del centro polivalente “Fenoglio” i gradi sono meno di cinque, ma qui non si battono mica i denti: le mani al più, quando si opta per lo sfottò al capogruppo che non ha ancora capito dove dormiranno i ragazzi della sua squadra. Poi arrivano le ultime carovane dalle Calabrie e dalle Puglie, ed è l’ora della nanna urgente e a lungo rimandata. La struttura del centro ha una geometria da campo emergenziale: decine di casermoni essenziali, allineati lungo un vialetto. Camere doppie con ingresso in comune e bagno in privato, letti a castello e armadi di quel marroncino solito, pareti di un materiale riciclato e lieve, cuscini puliti su cui sognare un protagonismo vero. Nel bagno i sanitari, qualche ragnatela ed anche l’acqua calda: un lusso non da poco.

Il buio è un sogno d’ombra, con l’eccitazione a mille per l’avventura dell’indomani. Al mattino si parte per Torino, dopo una colazione rinforzata: gli occhi stropicciati, le sigarette all’addiaccio, le valigie in tutta fretta. L’autista non ci sta a traghettare una scialuppa di sonnambuli e dà la carica con la tecno dance; qualche partecipante dall’accento tipico del Tavoliere rilancia: «ammazza, sta l’eppi auar stamattina?». I responsabili consegnano le mappe delle città ed uno stringatissimo vademecum, si fa l’appello e si ride ogni volta che al microfono i cognomi si storpiano maldestramente. Un ragazzo sul pullman Nove (sono quindici in tutto gli automezzi che solcano il vecchio continente) si chiama Angelo Vassallo, e potrebbe essere un eroe civile morto ammazzato dai camorristi contro cui ogni giorno lottava, avvolto nella sua pragmatica fascia tricolore; invece è solo uno studente di un istituto tecnico commerciale ed é qui per dare un senso alle sue generalità. Latu sensu, è un figlio d’arte dell’antimafia militante: un raccomandato in senso buono. Ora si viaggia veloci verso il centro del capoluogo piemontese, si abbandonano gli autobus lungo un viale zeppo di foglie secche e menti vive e ci si scaraventa nelle piazze addobbate a festa. Tocca cimentarsi colla versione evoluta della caccia al tesoro, si scoprono angoli di città segnati sulla pianta e li si immortala con le fotocamere: non si vince nulla, ed il bello è  tutto qui. I ragazzi e le ragazze (tantissime, a dire i l vero: la precisazione di genere è tutt’altro che politically correct) vengono impacchettati in minuscoli gruppetti a zonzo per le piazze, tra vessilli fieri dell’anniversario e immigrati che allestiscono il mercatino natalizio. Tra i palazzi della monarchia che fu ed i viali dello struscio sabaudo. L’auditorium Rai di fronte ai Giardini Reali, l’edificio nuovo dell’Università mummificato da striscioni contrari alla riforma, la Mole che svetta in mezzo al grigio celeste. Sfilano scorci e monumenti dell’antica e provvisoria Capitale, sfilano zaini pesanti e teste pensanti: mentre la città austera brulica di borse dello shopping e quotidiani sottobraccio. C’è il tempo di una pausa pranzo per le vie affollatissime, trionfano mani oleose e pizze salate. Poi il pomeriggio d’impegno e rimembranza; il concentramento è previsto per le quindici: in piazza Statuto, l’epicentro di un terremoto culturale che sgretolò gli schemi antiquati della lotta di classe col clamoroso sciopero del luglio 1962. I giovani si radunano attorno al furgone noleggiato da Terra del Fuoco, l’associazione torinese che promuove cooperazione internazionale, educazione alla cittadinanza e integrazione dei migranti; si distribuiscono fiaccole e elmetti. Quello che sta per cominciare non sarà infatti un corteo, semmai un pellegrinaggio sui luoghi della memoria: le torce piangono le vittime di una strage silenziosa ed i caschi da cantiere lamentano la colposa inosservanza delle norme di sicurezza. Arrivano alla spicciolata pochi delegati Fiom, quasi imbarazzati dalla presenza così massiccia di nuove leve, ed arriva pure don Luigi Ciotti: i cronisti lo braccano e questi si schermisce, abbozza un «non ho nulla da dire, intervistate loro» eppure si presta alle telecamere per dare forza alle richieste di quest’oggi. Gli inviati delle testate nazionali hanno fretta, «sono quattro gatti, devo ancora chiudere un pezzo sulla mostra»: strilla al telefono uno donnona col taccuino vuoto di notizie. Si ricrederà.

Il serpentone dei mille si snoda per le vie del centro, ordinato e scanzonato. La voglia di libertà ed il coraggio della rivendicazione hanno l’aroma delle caldarroste scottate sui marciapiedi che invade i manifestanti, insieme all’olezzo di zolfo delle fiaccole accese e all’aria fredda che sfonda i polmoni. Il disk jockey è un migrante africano (“un mio vicino di casa”: dirà più tardi Michele Curto, presidente di Flare – network internazionale di ONG che operano nel campo della lotta alla criminalità organizzata), la sua orecchiabilissima hit parade vede nelle prime posizioni i tormentoni di Caparezza, Rino Gaetano e Fabrizio de Andrè: è una musica ribelle, impegnata e ballabile. Lo spettacolo dei costruttori di pace affascina persino i balconi severi dei corsi torinesi che si riempiono di curiosi, qualcuno di loro osa chiedere i motivi che hanno spinto a scendere in strada. Rispondono: «siamo qui a commemorare il terzo anniversario del disastro alla ThyssenKrupp», qualche cittadino si avvicina ed abbraccia i giovani, si commuove sinceramente e ritorna nella propria bottega. È una città matura e popolare Torino, nessun automobilista maledirà il blocco della circolazione sulla corsia che porta fuori dall’abitato, niente strombazzate o intolleranti evasioni. Alla testa del corteo spicca uno striscione firmato da Giovanni Paolo II, inneggia alla «ferma volontà di difendere il lavoro e la sua dignità». Molte sigle cittadine si uniscono alla processione dei diritti che si dirige alla periferia occidentale della città, parlano delegati sindacali dello stabilimento Fiat di Mirafiori, immigrati che da anni lavorano a Milano e parenti delle vittime (assente ingiustificato: tal Antonio Boccuzzi, sopravvissuto alla tragedia e deputato direttamente scelto da Veltroni sulla base di criteri vagamente affini a quelli del casting di un reality show). Dopo circa tre ore, ci si ritrova nelle tenebre della zona industriale, con molte torce ormai spente. Ad infiammare i cuori, ci pensa don Luigi Ciotti di Libera. È una pop star, quaggiù ci si spintona per avere una sua foto mentre le casse amplificano una dichiarazione di guerra alla corruzione: «una società che ruba a se stessa mille euro per cittadino, sottraendoli alle politiche sociali, va cambiata radicalmente». Tacere è una vergogna, urlare è un atto di giustizia e verità. La voce secca ed incrinata del prete irrompe nel vuoto dei sobborghi, è emozionata ed invoca responsabilità e protagonismo. Le poche luci, di fronte ai cancelli della Thyssen dove sette operai morirono di lavoro, diventano candele e vibrano al suono di un appello: «ci vuole più coraggio e meno prudenza, ragazzi». La memoria graffia, ha bisogno di passione ed impegno, riesce a saldare la terra con il cielo: permetterà un giorno di arrestare l’escalation di illegalità che s’infiltra tra gli affari. A breve i pubblici ministeri chiuderanno la requisitoria con le richieste di condanna per i fatti del dicembre 2007, la tensione è alta: è uno dei rarissimi casi in cui agli imputati verrà contestato l’omicidio volontario per un disastro sul posto di lavoro. A chi si ostina ad etichettare certe stragi come morti bianche, qui si contesta che se proprio un colore si vuole abbinare al dolore della scomparsa: allora sia il rosso, tinta del sangue che macchia le coscienze di chi non reagisce alla carneficina e le mani di chi è colluso col malaffare.

È sera, c’è un’aria che potrebbe sembrare di sconforto ma è di rivolta: è il silenzio di un migliaio di giovani che lottano con le idee, le firme, le leggi, le campagne. E contro il freddo lottano pure, si abbracciano e si danno appuntamento a Bruxelles per la mattina seguente, dopo un viaggio massacrante con le ossa rotte ed i sonni interrotti. Solo alcuni gruppi in realtà riusciranno nell’impresa di raggiungere la sede dell’emiciclo europeo, dopo quasi venti ore di resistenza autostradale. All’alba si comprende che tutti i piani stanno per saltare: a Bruxelles è impossibile approdare, le arterie francesi sono trappole per pullman e la conferenza di “Confiscopolis” rischia di fallire. Partono telefonate incrociate e confronti serrati, si fa una deviazione e ci si accampa in un autogrill innevato, ci si arrende al caffè imbevibile che una rude barista serve senza garbo e si tenta di rinegoziare il planning della giornata. Si decide di simulare una conferenza stampa per non far passare sotto silenzio l’evento e si scartano i panini preparati il giorno prima (nessun appetito riuscirà a dare fondo alle scorte di agrumi stivati nel bagagliaio dell’autobus grazie allo zelo dei giovanissimi scout). Di nuovo a bordo: Davide Toso, responsabile del convoglio Uno, pianifica un’inversione di rotta, intrattiene i ragazzi con un’ironia piuttosto collaudata e, tra le risate, constata che «l’umore è alto». Ora si punta dritti a Strasburgo e la si raggiunge in poche ore: si parcheggia al cospetto dell’imponente capsula di cristallo che avvolge l’antico edificio della Gare. Ci sono tutti gli scricchiolii dei sedili scomodissimi e la voglia matta di godersi la città glaciale, in una corsa spensierata per le strade donde si ammirano i colori accesi dell’Alsazia. Ampi ponti svettano sull’Ill, il fiume che bagna la città, uniscono i quartieri più moderni al centro antico, per le strade di Strasburgo è più Natale che altrove: decorazioni eccentriche e luminose bardano i palazzi e decorano le vetrine. Si percorrono pochi metri e la cattedrale gotica di Notre Dame invade la vista di chi capiti nella piazzetta antistante, dopo aver dribblato le decine di casette edificate in occasione delle festività natalizie per ospitare piccoli esercizi che commerciano in cianfrusaglie, dolciumi e tessuti. Questi tetti laboriosi hanno il fascino tipico dei capoluoghi dell’Europa del Nord, l’efficienza soverchiante delle burocrazie snelle e l’ozio invidiabile di chi annega nelle pinte. Il tour è singhiozzante, incespica in divagazioni doppio malto e scivola su liquidi speziati: combatte il freddo coi voluttuosi gradi della Fischer. Intanto altri bus sono ad un passo dalla meta. Nei grattacieli trasparenti del potere europeo, l’infaticabile don Ciotti smania per vedere applicata una legge più severa contro i corrotti e riesce a strappare una promessa a Cecilia Malmström, Commissaria UE per gli Affari Interni: il prossimo anno sarà finalmente varata una direttiva per coordinare i provvedimenti di confisca dei beni di provenienza criminale, un business dal valore stimato attorno alle centinaia di miliardi di euro. Una sola cifra poi è citata per pudore, e strozza la gola di chi la pronuncia: secondo l’ONU, l’impatto della criminalità organizzata è pari al 10% del PIL globale. Perciò si è qui, per seminare un chicco di legalità che forse germoglierà, accudito dagli arnesi puliti di ventenni che non conoscono la paura.

La resistenza di queste tempre è fatta di acciaio e seta, si arrende finalmente a sera dopo un trottolare estenuante. I mezzi parcheggiati in Francia puntano oltre le Alpi, mentre a Bruxelles ci si addormenta dopo una scorazzata per la city. Si attraversa la notte, naufragando nella debolezza di mille cose nuove. E si torna a casa senza incertezze, con la convinzione che se esiste una «cosa nostra», quella è la giustizia. Anzi no, è la dignità. Così robusta e indistruttibile che viene prima ancora dei diritti, ruggisce nell’anima e imbratta le mani. Esiste davvero, e forse già questo basta.

in edicola con The Week del 17_dic_2010, www.thedailyweek.it

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