Niente manette per lo sberleffo digitale

Posted on 11 dicembre 2010

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Verrà il tempo in cui la voce di uno che grida nel deserto potrà essere udita fin oltre i perimetri angusti delle sabbie senza vita. Sarà un’epoca chiassosa, una nuova Babele fatta di echi più intensi del suono che li ha generati: ci siamo dentro fino al collo. Quel tempo è ora, quel fragore oggi stordisce i padiglioni dell’universa ecumene, a meno di non voler restare sordi ai bombardamenti della rete. La prima battaglia contro la raucedine dell’informazione d’alto bordo è stata vinta dagli strilli digitali di quei beffardi guasconi di WikiLeaks (resta la guerra, ma son dettagli trascurabili): per giorni hanno tenuto sotto scacco le poltrone più imbottite, hanno fatto traballare le scrivanie più solide. In tre rapide mosse: mirare, puntare, spararla grossa. La bolla mediatica, che si è sgonfiata una delle ultime notti di novembre, ha svelato che il potere incontenibile di un annuncio allusivo è in grado di riscrivere i palinsesti del canale intercontinentale di all news. Una guerriglia da salotto, insomma: di quelle che lasciano sul campo eserciti di opinionisti abbottonati ai propri pregiudizi e falangi di idealisti annebbiati dai fumogeni della rivolta ottimista. Di quelle che, in breve, fanno capire che il futuro sta per cominciare.

Fregate da un fantasma digitale, per giorni le diplomazie ministeriali non hanno chiuso occhio, temendo che la follia delatrice della banda di hacker che svela i segreti meglio custoditi del globo potesse mettere in dubbio l’affidabilità di un apparato che, dalla notte dei tempi, assicura riservatezza ovattata e trattative ombrose. È stato il dispetto più inquietante della storia, da Barabba in poi: s’intende. Di quei dispetti che sono come tritolo piazzato nei sotterranei dei grattacieli delle certezze planetarie, dispetti che costringono le architetture gentili della tradizione ad implodere trascinando con sé interi piani di trattative, mansarde di minacce, attici di corruzione ed ascensori di distrazioni. Wikilaeks, per chi la vive e per chi la racconta, è una vicenda tanto fotogenica da apparire posticcia, per due motivi: chi ne parla e ne scrive, troppo spesso, non sa cosa dice; chi non se ne intende, francamente se ne infischia. Eppure, diciamocela tutta: il marameo di quel biondino di Julian Assange ha capovolto gli schemi immutabili del giornalismo mondiale, è stato il sintomo più acuto di una rivoluzione in corso. La cyberdimostrazione che gli eventi dei prossimi secoli saranno redatti in linguaggio binario e che agli analfabeti digitali toccherà sillabare lettere finora ignote. L’arrembaggio messo in atto da questi pirati è una metamorfosi di quelle che, ti distrai un attimo, ed è cambiata la storia: tuttavia il rischio più grave di questo sconvolgimento è l’enfasi iconoclasta di chi vorrebbe demolire le redazioni centrali a colpi di tastiera. Calmini: per gli internauti barricaderi, infatti, la sconfitta rischia di essere cocente. Ci sono state ere in cui ogni messaggio prodotto subiva il controllo serrato di uno stuolo di censori, i quali confezionavano balle innocue per i fruitori della notizia. Poi stagioni in cui gli annunci più pericolosi giravano tra le mani dei potenti e disegnavano, negli uffici fumosi, una parabola discendente che li trasportava accartocciati fino ai misteriosi cestini presidenziali. C’era il silenzio o il coro, secondo il più tradizionale dei manicheismi: niente o troppo, ciò che si taceva o ciò che si dava a bere.

D’un tratto è arrivato il futuro, se ne sono accorti in pochi. C’era la rete, le infinite opportunità di scagliare la notizia oltre i muri dell’indifferenza. Il giornalismo ha tardato a fare i conti col web, ha abbozzato una reazione schifiltosa alle innovazioni di cavetti e satelliti: costretto poi dagli eventi, ha imboccato la via dell’appeasement obbligato, ha imbracciato l’arma del paraculismo di chi si credeva vestale del fuoco sacro ed ora corre all’estintore. Le redazioni appaiono oggi concilianti come«chi nutre il coccodrillo nella speranza essere mangiato per ultimo», hanno compreso le potenzialità del web e non vi rinunciano, sebbene l’approccio sia quello convintamente ortodosso del reazionario. È un problema complesso, bisunto e noioso: se ne disquisisce tanto ad Harvard quanto a Campobasso, un dibattito di cui vi risparmiamo volentieri la boria, tanto più che si registrano le vacue posizioni da arena catodica: “apocalittici” contro “integrati”. Quanto all’oggi, chi si sia perso le ultime puntate di questa soap opera dello sputtanamento ci conceda un riepilogo stringatissimo. Tre anni orsono, l’organizzazione Wikileaks fece sapere di disporre di una massa di documenti riservati della cui attendibilità non v’era certezza. S’ingegnò uno strumento di democrazia informatica (e il prefisso «wiki» voleva dire proprio questo: non ci sono gerarchie millenariste e corporazioni medievali, le notizie le scrivono i lettori. La più grande – ma non per questo più affidabile – enciclopedia mondiale funziona proprio così. Ogni dubbio trova risposta su Wikipedia, nelle mille pagine costruite da milioni di contributors: il sistema è aperto e condiviso). Il resto del marchio, «leaks», parla chiaro: significa fuga di notizie. Segreti. Soffiate. Sussurri. Il sito dell’organizzazione si occupò subito di un fantomatico complotto ordito ai danni del governo somalo, lasciando alla comunità internazionale la possibilità di correggere il tiro. Il salto di qualità è cronaca degli ultimi mesi: innanzitutto la pubblicazione di video sconcertanti sui massacri in Iraq ad opera dei militari statunitensi, chicca da brivido consegnata ad Assange probabilmente da un delatore pentito e controverso. I cecchini confondevano le videocamere dei reporter per delle armi da sparo e li freddavano sul posto. Morti collaterali, le chiamano.

Poi il buco della serratura americana: l’ultima sorpresa che la squadra di Assange ha offerto alla platea terrestre è stato un flusso incredibile di cablogrammi che le sedi diplomatiche yankee inviavano ai servizi interni per far sapere loro cosa stesse accadendo in giro per il mondo. La notizia dell’imminente pubblicazione ha gettato nello scompiglio le livree di mezzo planisfero. Dozzine di foreign officers preventivamente arrossivano e mettevano in dubbio l’affidabilità delle rivelazioni, intanto minacciavano di perseguire Assange. Capitolo interessante: che ruolo ricopre costui all’interno dell’organizzazione? Sappiamo solo che ha passaporto australiano e non si è mai laureato, sostiene di aver palesato la propria identità per evitare che i detrattori insinuassero che dietro Wikileaks si nascondessero chissà quali poteri occulti. Ci ha messo la faccia insomma, per guadagnarne in credibilità: ora rischia la vita, sempre per via del livore che anima i ragionamenti di chi occupa le cabine di regia che contano. Da più di una settimana, queste migliaia di files vengono scandagliate dagli osservatori alla ricerca della divulgazione sensazionale: in realtà i pizzini delle ambasciate in ambasce poco aggiungono ai ritratti dei leader che ingrigiti editorialisti disegnano nelle austere colonne dei più influenti magazine europei. Una sorta di gioco sciocco da intervista improntata al cazzeggio istituzionale, «le dico un nome, mi dia una definizione!». Ahmadinejad? «Un pazzo furioso». Gheddafi? «Ossessionato ed egocentrico». Sarkozy? «Uno sceriffo impotente». Berlusconi? «Un vecchio dionisiaco». La Merkel? «Timida e timorosa». Putin? «Un despota mafioso». Niente di che, nelle anticipazioni diffuse dalle maggiori testate internazionali si leggono accuse ormai entrate nella consuetudine lessicale del più villano dei Bar Sport. Sul suo blog Daniele Bellasio, del Sole24Ore, spiega: “la stampa racconta delle cose. Le ambasciate leggono i giornali e scrivono dei report per il ministro degli Esteri su quelle cose. Qualcuno trafuga questi report e li pubblica su un sito. La stampa racconta questi report con un clamore doppio o triplo. È una forma di partita di giro tesa a creare plusvalenze mediatiche”. Un gioco da tavola per addetti ai lavori: l’allegro diplomatico con cui sghignazzare a sbafo di tutte le genti? Non solo.

Infatti il punto è un altro: il cicaleccio di Wikileaks ha risvegliato la coscienza civile globale dal torpore in cui si trastullava. Ha dimostrato che non esistono segreti elettronici (al diavolo le rassicurazioni degli impresari della digitalizzazione) ed ha insegnato ai quartier generali delle autorità mondiali che le marionette dei potenti si muovono in un teatrino grande più di un emisfero, il cui sipario è stato forse disvelato per sempre. Non che la trasparenza non sia un bene: ovvio, restano tuttavia da chiarire le conseguenze dei tanti contatti “bruciati” dall’hackeraggio dei periti di Wikileaks. Detto altrimenti: la diplomazia è uno sporco lavoro, ma probabilmente va fatto in quel modo oscuro e paludoso. Quanto alle indiscrezioni diffuse nell’ambito del cablegate, non venivano neppure classificate come “top secret”, insomma questo erano: segreti di Pulcinella. Intanto il server è stato bersaglio di qualcosa di paragonabile ad un attacco terroristico, l’hosting dello storico sito ha fatto leva su una remota clausola del contratto per rescinderlo, il servizio PayPall con cui si potevano donare anche piccole somme al gruppo ha sospeso la fornitura, quasi certamente in questi istanti Assange sarà nelle mani di Scotland Yard. Ciò che fa pensare, dunque, è la (non) reazione della comunità internazionale: nessuno dei grandi network ha speso neppure un «boxino di taglio basso» per salvare il soldato Jule, eppure milioni testate hanno campato per giorni con il materiale di risulta del suo sito. Vada per l’Italia, giacché non ci si aspetta nulla da un Ordine conservatore ed autoreferenziale che mostra più affinità con l’Inquisizione che col web 2.0; manco altrove si è invocato (per dire) il primo emendamento della Costituzione a stelle e strisce che sacralizza la freedom of press. Se il lavoro di questi quattro anarchici del mouse sia assimilabile a quello di una blasonata redazione vecchio stampo, toccherà stabilirlo ad una delle tante corti che promettono di annientare il vandalismo mediatico della combriccola. Intanto una cosa è certa: le informazioni sono state rubate (che è un reato), ma nessuno si è opposto alla diffusione. Tantomeno il Segretario di Stato americano.

Purtroppo ci si gioca la credibilità a pubblicare una mole sconfinata di dati senza alcuna forma di vaglio critico; è prima di tutto «una questione metodologica», per dirla con Reporters Sans Frontières. È qui siamo alla discussione filosofica, trattenete gli sbadigli: quello di Wikileaks è giornalismo? In realtà conta poco, è un quesito bigio ed attempato e ci trascinerebbe in una polemica che vede fronteggiarsi professionisti da un lato e blogger dall’altro. Più che una querelle tra il vecchio ed il nuovo (bizantinismo pallosissimo da scontro generazionale), è una guerra tra il buono ed il cattivo: l’informazione è un bene prezioso, le notizie valgono oro, i fatti vengono prima delle opinioni. Se la mettiamo così, Wikileaks merita il Pulitzer per demeriti altrui, più che per abilità proprie. Innanzitutto perché è stata in grado di scardinare gli austeri portoni dell’informazione, perché ha creato competizione in un settore trai più imbalsamati: vi sarà certamente capitato di ammirare lo zelo con cui gli addetti stampa del più sciatto dei “presidenti” trattano coi giornalisti e depurano i comunicati da ogni audace pensiero o l’approssimazione con cui gli inviati delle agenzie formano capannelli per consultarsi sulle dichiarazioni e dettare la stessa pappetta omogeneizzata. Ora: la crisi della stampa è colpa della stampa, e certi stimoli non possono che rappresentare un bagliore nella notte della notizia. Il fatto che la rete sia riuscita a dettare l’agenda delle prime pagine che da settimane capitano tra le vostre mani, cappottando la graduatoria dei fatti in copertina, è una di quelle rivoluzioni sublimi e subliminali, silenziose e clamorose allo stesso tempo: uno sberleffo collettivo capace di sovvertire l’ipotattica stasi del giornalismo intercontinentale. In alto i calici, brindiamo dunque alla faccia della segretezza di chi stravolge il corso degli eventi per insabbiare le proprie responsabilità e teme le rivelazioni di hooligan spettinati che brandiscono annunci formidabili al posto di sfollagente. Libertà per Assange, l’eroismo non merita le manette, e lunga vita a Wikileaks. Che – in esclusiva – ci confida la sua ultima scottante rivelazione: nonvisforzatealeggerechénonc’èscrittoniente. Fregati, ma niente paura: siete in buona compagnia, mezzo globo terraqueo almeno.

in edicola con The Week del 10_dic_2010, www.thedailyweek.it

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