Guerra di tetti, col coraggio di cambiare

Posted on 4 dicembre 2010

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REPORTAGE – Provateci voi: un tetto è la cosa più vicina al cielo che possa capitare a tiro (ci sarebbero le nuvole, ma non è garantito che reggano uguale). E un tetto okkupato vuol dire: puntiamo in alto. Vuol dire pure: non è detto che ci arriveremo.

Fate ciao con la manina. In tutte le piazze d’Italia, ci sono studenti antagonisti e ricercatori combattivi e docenti intransigenti. Si beccano una tramontana che trapana le ossa e le pernacchie di chi si rifugia in biblioteca per il ripasso, hanno preparato così tanti striscioni che è mancato il tempo di leggersi le settantadue pagine del disegno di legge. Tra le folle dei cortei milanesi s’intravedono ispide barbette comuniste e si respira il sudore di colorate squinzie alternative, sono scesi in strada i cittadini di un villaggio plurale a guidare la contestazione di queste settimane contro la riforma proposta dalla ministra Gelmini. Nel pantheon allargato hanno collocato le effigi di Spartaco e Fabio Volo, quella di Saviano accanto a quella di Robin Hood, c’è un altare dedicato a Wikipedia ed uno laicissimo all’astrofisica Hack: chiunque provasse ad etichettarli con le formule classiche della sociologia conformista, si scontrerebbe con l’eterogeneità di un cosmo complesso. Per strada si sgolano giovinotti caparbi e disillusi, borghesi e proletari, ingegneri e filosofi, Carlotta e Mohammed. Hanno imposto il regime morbido delle autogestioni concordate nei licei, «altrimenti a letto senza cena»; negli atenei invece hanno preso d’assalto i rettorati e paralizzato la didattica (non che non lo fosse già di suo). Nelle manifestazioni che ingolfano ogni città si registrano scontri e contusi, per colpa delle bande di bulli dei centri sociali: la loro idea violenta di fancazzismo si mescola dolosamente a qualsiasi corteo – fiaccolata – processione e si rovescia sui questurini mandati à la guerre per una manciata di centesimi in più. La notizia tuttavia è che: studenti oggi invocano diritti e maledicono il governo.

Come tempistica ci siamo: il periodo giusto per incatenarsi ai cancelli è ora, da quattro decenni a questa parte; quanto ad anacronismo non si son fatti mancare nulla: dagli slogan urlati hanno rimosso la data di scadenza, ma si percepisce netto quel tocco di geriatrica creatività (l’orribile “ridateci il nostro futuro” potrebbe averlo ideato il ghost writer di Cofferati, immortala infatti il vittimismo che da anni affligge i ventenni di questo Paese: se costoro davvero tengono al proprio futuro, potrebbero cominciare col “riprenderselo”). E se sono ancora troppo pochi, un motivo c’è: si chiama ‘indifferenza’ ed è una malattia mentale. Il guaio dei miei coetanei è la riluttanza ad ogni idea di mezza misura: li trovi guerriglieri o turbonerd, per cui mentre pattuglie di rivoluzionari sfidano le trincee antisommossa, drappelli di disinteressati corrono a memorizzare l’orario di ricevimento dell’assistente di privato. Eppure, ambo i lati, sbocciano intelletti che fanno invidia a mezzo globo: miscellanee d’un’energia di quelle rinnovabili e fottutamente derelitte. Questi pascoli di studenti imbizzarriti, potrebbero mettere il mondo a soqquadro se solo sapessero che ci vogliono due q di quadro. Anni fa, stesso posto stessa ora, seppero farsi «onda» assieme ai colleghi europei: di quell’illusione liquida oggi è rimasto poco più che una risacca, incapace di increspare il mare di guai in cui sguazza l’Accademia italiana. Vedo ventenni così banali da apparire innocui, eppure restano gli unici in grado di mobilitarsi e fiondarsi in strada a dire che no, loro non ci stanno. Hanno conosciuto dell’università la noia e il ribrezzo, ed oggi occupano questi parcheggi generazionali con la baldanza di leoni in gabbia.

Noi la crisi non la paghiamo. Anticipati dagli operai delle fabbriche in liquidazione, hanno intuito l’impresentabilità di certi schemi comunicativi ottocenteschi e, per fare notizia, si sono arresi al sensazionalismo: hanno occupato le terrazze delle segreterie di facoltà (però che errore ricevere le visite dei deputati in libera uscita e dei cantanti senza rime, era da tempo che non vedevo scolari somari arrivare in classe «accompagnati dai genitori»), ma hanno pure tentato di violare il portone del Senato ottuagenario e la sommità della Torre pendente. Che poi: sebbene non abbiano ottenuto granché finora, almeno resterà il segno indelebile delle loro gesta nelle foto ricordo dei turisti stanziati attorno ai monumenti del Belpaese. L’impressione è che, in queste ore di rivoluzione immobile, la protesta studentesca stia locupletando una ritualità stanca. Molto mediatica e poco carnale, s’inscena una lotta anomala: ci sono troppi avversari, troppe imboscate, troppi malintesi. Pochi successi. Pashmine e converse, poi caschi, fumogeni e appunti: più che guerra, è amarcord loffio. Merita di essere raccontato per il gusto delle cronaca e la sincera simpatia per un popolo che ancora conosce la sublimazione delle angherie in sfascio allegro di vetrine e imbrattamento murale.

Ho voluto infiltrarmi in questa trincea ideologica e impolverata, convinto che si candidi a restare l’ultimo baluardo del pragmatismo giovanile. Sono sceso in strada tra le bandiere dell’Unione degli Universitari ed ho trovato i megafoni che gracchiano e non si sentono, quelli rattoppati con gli adesivi del collettivo antifa: voci rauche mitragliavano in aria una disciplina marziale che reggeva giusto il tempo di attraversare l’incrocio di Piazza Castello (a Milano occupare le terrazze del Duomo è piuttosto complicato, dunque s’è ripiegato sui tetti del Politecnico dopo un saluto agli immigrati che, da giorni, vivono accampati sulla torre ex Carlo Erba di via Imbonati, nonostante i fiocchi di neve). Ho avuto come l’impressione che non pagasse la scarsa credibilità dei brutti ceffi alla testa del corteo, due giovani pelati con le rughe e le carriere assicurate negli uffici stampa di rosse fondazioni culturali, che strillavano motti ignavi scritti in rosso sui fogli a quadretti piccoli. Certo, puntano in alto: prima le gru, poi i tetti. Giacché la metafora dell’arrampicata rappresenta il sogno infranto di una stirpe al palo, ed è – inoltre – il ritratto plastico della levatura delle nostre istituzioni, che stanno in basso. A pomeriggio sono corso nelle facoltà occupate, ho respirato il clima da campeggio scout: coi giovanotti che ballano sulle note di un arrangiato djset, il vino novello nei fusti di plastica a poco prezzo, il servizio d’ordine che ripulisce le macchie e riattacca i cartelli col nastro adesivo comprato in cartoleria. Mandavano foto al sito di Repubblica col blackberry e rispondevano alle telefonate dei giornalisti curiosi. Ho pensato: potrebbero esserci qui a lottare, ora, i genitori di questi studenti, con i pantaloni a zampa e le gonne fiorate; ci sono loro, invece, e fa lo stesso effetto. L’unico tocco di modernità l’ho visto imprigionato nei flash accecanti delle fotocamere nuove, o nel civismo spinto di chi si metteva a riprendere tutto e lo postava sulla bacheca del gruppo studentesco. Ovunque riviveva la magia dell’improvvisazione e nessuno pretendeva granché, una notte al massimo di occupazione. Colazione al bar domattina, occhiaie ed un flirt in più.

Fermate il mondo, voglio scendere. Hanno tutte le ragioni di questo mondo, tuttavia si sbagliano di grosso: come quelle vecchine che si son fatte fregare la pensione da un finto promotore finanziario ed ora si rifiutano di aprire la porta, foss’anche l’infermiere. Allo stesso modo, questi giovani, traditi dagli amministratori potenti e nolenti per mezzo secolo o forse più, guardano al futuro e ci vedono un baratro. Il coraggio della paura? Manco quello gl’è rimasto. A voler essere rigorosi (ma qui s’è rinunciato da tempo a certe velleità), si potrebbero analizzare puntualmente i due livelli di questo fattaccio brutto: c’è una riforma universitaria nel cassetto e c’è la riformanda università nel pantano. Chiunque si sia confrontato con le inefficienze degli atenei di casa nostra, prosegue ora gli studi col fastidio che si avverte nella sala d’attesa di un ginecologo porco. Esistono, lungo lo Stivale, poli d’eccellenza zeppi di talenti costretti a scontrarsi coi bizantinismi di segreterie ingolfate (risolvere le procedure per laurearsi in tempo è più complicato che ottenere il permesso di soggiorno, per dire) e le bizzarrie di baroni rampanti (nella facoltà di Economia dell’Università di Bari insegnano otto docenti con lo stesso cognome, Massari dalle indubbie competenze: percaritadiddio). Il livello d’insoddisfazione della classe studentesca raggiunge ormai apici ragguardevoli, dunque un riordino del sistema lo auspicano tutti, destra sinistra sotto sopra. Manca l’eroismo del cambiamento, però: a leggere gli articoli del disegno di legge si fa in fretta. Una premessa è alla base: sono finiti i soldi. Si potrebbe obiettare che il taglio dei fondi alla cultura è una coltellata all’avvenire di questo Paese, ma è ciò che dicono anche i medici, i forestali e i poliziotti: vuol dire che i sacrifici sono democratici (sì vabbè, la casta non fa testo).

Dunque occorre razionalizzare: interrompere le carriere agevolate solo dall’anzianità, rendere i rettori responsabili delle proprie scelte, fare in modo che il senato accademico si occupi di didattica, costringere i privati ad investire in formazione e sapere, stabilire criteri di valutazione oggettivi per gli atenei, parlare di meritocrazia senza essere fischiati. Insomma, sulla carta: cose sacrosantissime. Però dicono che si arrivi a trasformare le facoltà in asl, coi manager e le calcolatrici, e che la ministra non si sia confrontata con le rappresentanze studentesche, ma solo cogli imperativi di Tremonti «mani di forbice». Sarà pur vero, ma è un dettaglio. Un macroscopico ed ininfluente dettaglio: l’università va cambiata in fretta se non si vuol frequentare diplomifici senza aule, coi docenti insoddisfatti e gli allievi arresi. Incazzatevi allora, e non siate timidi: il bello di questa lotta sta nel fatto che in pochi ce l’hanno davvero col governo (finisce che ci stanno quasi simpatici quegli irreprensibili maggiordomi senza portafoglio e senza idee). Il bello di questa guerra è che, nel campo avversario, gli studenti italiani ci hanno collocato la storia di questi ultimi trent’anni senza speranza. Sono in strada a lottare contro una ventina di legislature, un migliaio di sottosegretari, cinquecento confindustriali e millemila genitori: è una battaglia impari ma può essere vinta. A tavolino: ci si siede comodi e si fanno i conti con se stessi, uno studente concreto il futuro se lo mangia a morsi, non lo chiede mica in prestito alla Cgil.

Ci si siede sui campanili, sulle impalcature, sulle parrucche e si studia una strategia per dimenticare i padri, per cancellare i torti e riacquistare i diritti. Quest’intuizione, dinamitarda e bastarda, di irrompere nei monumenti e srotolare una bestemmia dalle balaustre della politica nazionale, funziona davvero solo se non si perde la lucidità. Ci si siede, si convocano i giacobini e gli si dice: «siete troppo noiosi, tornatevene nel sottoscala», si invitano i dirigenti del ministero e si racconta loro come funzionano gli esami cogli stramaledetti CFU, si telefona ai settantenni e si parla chiaro: «vi siamo grati per il vostro contributo, ma ora accomodatevi in panchina a fumare la pipa». Certe guerre si possono vincere solo se si scende in campo disarmati, si inforca una matita e si ridisegna la storia. Poi si telefona a mamma e le si dice: torno tardi stasera, non mi aspettare.

in edicola con The Week del 03_dic_2010, www.thedailyweek.it

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