«C’è niente per me?»

Posted on 26 novembre 2010

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REPORTAGE – Mi chiedono di essere puntuale e di imparare da loro, sono ancora adolescenti eppure portano negli occhi il riflesso scintillante di narrazioni figlie della prosa magica che solo il destino sa scarabocchiare. È domenica e non ci sono partite. Raggiungono la sede un’ora prima dell’inizio del turno, telefonano al pony express e si riforniscono ai distributori: birre calde e pizze fredde, tutto è contraddizione qui. Scherzano ancora un po’ a proposito dei messaggi perentori spediti nottetempo su facebook da un capo insonne, poi vestono quella divisa marziale e insieme taumaturgica che brillerà nella notte milanese.

«Speriamo tu possa trovarti bene qui stanotte, non sappiamo neppure che ti aspetti di vedere». Loro sono otto giovani volontari, passeranno la notte a bordo delle due unità di strada della Croce Rossa che attraversano il centro della città, carezzando i cartoni di solitudine accampati sotto i riflettori di lucenti marmi commerciali. Preparano in fretta il kit e non fanno storie. Li guida Alessandro che nel cognome ha scritto il destino: ha faccia da ginnasiale, orecchino da maschio alfa e tempra da marine. È qui da quando aveva sedici anni, ora ne ha ventidue: si era iscritto ad uno di quegli spocchiosissimi corsi universitari, qualcosa come tecnologie agrarie, poi ha mollato tutto e si è imbarcato in questa regata nell’oceano della solidarietà. Se mai dovesse reimmatricolarsi, sceglierebbe una facoltà di psicologia e forse lo farà, uno di questi giorni. Ora mi stringe la mano con la determinazione di un agente immobiliare e non abbassa mai lo sguardo; anche quando toccherà fare qualche manovra per uscire dal garage, punterà lo specchietto retrovisore della Punto trafiggendo di riflesso le mie lenti. Alessandro mi mette in guardia, alcuni senzatetto saranno volgari ed irriverenti (colpa della diffidenza e di qualche birra di troppo), altri invece attendono l’arrivo dei volontari e si lasceranno andare ad un sorriso di quelli che parlano all’anima. Perché mai abbia scelto di vivere il freddo pungente delle notti meneghine trai giacigli degli homeless neppure lui sa spiegarselo, «sai: i pregiudizi intorno a noi sono tanti, ho scelto di crescere in Croce Rossa anziché parcheggiarmi in un boschetto a fumare cannoni». Non ci sta a passare per bigotto però, «ieri notte sono stato a ballare, per dirti, ho fatto le sette del mattino. Preferisco usare la testa, ecco»: gli credo, lo testimonia l’inchiostro che un buttafuori di stanza al LimeLight, affollatissimo discopub zona Bocconi, gli ha stampato sul dorso della mano. Intanto si affretta a caricare un mucchio di scarpe anche per Luciano, un anziano senzatetto che bazzica in piazza Mercanti in sella ad una bici che ha la capienza di un camper fricchettone in riva al mare. Poi si stipano biscotti del programma di aiuti comunitari e crostatine alla marmellata di albicocca, niente di più: giusto un sollievo per la colazione di domani, un tesoro glicemico da serbare al riparo dagli sciacalli. Scarseggiano i guanti in lattice taglia emme (qualcuno li ha addirittura portati da casa, ma mi chiede di non scriverlo) ed aleggia un’euforia contagiosa che Alessandro si sforza di contenere: «chi ha preparato il tè la scorsa volta, ché sapeva di buono?», la risposta, orgogliosa ma timidissima, è del più giovane della squadra, un ragazzino che – al seguito della propria famiglia – da Palermo ha raggiunto Milano. Oggi si impegna in questa avventura da volontario imbottito nel pile arancione che ha comprato a sue spese, non becca un quattrino e domattina, per lui come per il suo amico ‘Orci’, nessuno sconto sulla verifica in classe di inizio anno.

Le squadre si muovono solo dopo aver riempito i moduli che le burocrazie tricolori impongono. Parlano uno slang da comitiva ambrosiana a zonzo sui Navigli, «zio, muoviti: ti avevo detto di caricare lo zaino medico sull’ambulanza». Intanto vergano cognomi, responsabilità e guasti sulla tabella di marcia, altri diari di bordo stileranno nel corso dell’uscita ed una relazione al termine della notte. La radiotrasmittente gracchia e disciplina i movimenti delle ambulanze come fossero panzer di un risiko delle emergenze. In pochi attimi siamo a Cadorna, tempio postmoderno consacrato ai clochard più anziani e malandati: ad una fermata dal capolinea. Nonostante il clima attempato della stazione, a dimostrazione delle geografie variabili nella terra di nessuno, dal nulla sbuca una banda di tre giovanissimi. Trentaseienne il capo, minorenne il più piccolo. Abitano vite precipitate lungo un abisso che ognuno reputava fin troppo lontano dal benessere pigro delle giornate in cui tutto filava liscio. «Stasera siete in ritardo», li rimprovera il primo: alla domenica infatti tutte le mense sociali sono chiuse e «se non passiamo noi, non mangiano», mi confida Alessandro. La procedura è elementare: si parcheggiano i mezzi, si scende in strada, si attendono gli ultimi. In poco tempo torme di disperati, imbarazzati e querimoniosi, accerchiano il furgone e chiedono un paio di calze nuove o una galletta zuccherata. Vengono a rifornirsi e tornano dai loro compagni, come questa giovane che sembra stanca e triste ma qui tutti sanno che si fa di eroina. Teniamola a mente, questa spettinata, sarà l’unica donna che incontreremo nel corso della notte: l’umidità di Milano e la polvere di solitudine portano barbe lunghe e niente gonne. Intanto i ragazzi sono subissati di richieste, l’addetto alle pubbliche relazioni è Santo, il più scafato della combriccola, dipendente precario e insieme volontario. Tradisce fiere origini calabre, ispira una fiducia innata tanto che tutti gli si rivolgono chiamandolo per nome. «Qualcuno vuole aiutarmi a pagare il mutuo, non so, il piano di rientro della banca? – parla un giovane senzatetto che non si arrende – voglio lavorare, impazzisco a forza di stare tutto il giorno in strada. Facevo cartongessi, pareti mobili e pavimenti galleggianti, mi hanno anche offerto un posto da specializzato in un oleodotto siberiano. Mi pagherebbero autista, interprete e puttane una volta alla settimana, oltre allo stipendio di migliaia di euro. Non ci vado, non ho più la carta d’identità e non me la rifanno perché non ho un domicilio». Racconta di aver lavorato, rigorosamente in nero, per l’impresa che ha curato la logistica della festa nazionale dei berlusconiani al Castello Sforzesco, ha steso tappeti azzurri per poche briciole: «soldi non ce n’è ed i rumeni si accontentano di due euro all’ora. I vecchi clienti mi chiamano ancora, ma è dura con tutte le spese. Fino all’anno scorso non mi mancavano i soldi, poi è venuta la crisi». Da tempo rifiuta le offerte delle cooperative di lavoro, è convinto che “i capi” si arricchiscano sulle sue spalle e ci lascia con la sua filosofia: «nella vita le certezze sono fatte di argilla, promettete che tornerete almeno voi».

La storia di questi ragazzi è l’epilogo di un film scritto a quattro mani: l’incoscienza e l’indifferenza hanno collaborato alla riuscita della pellicola. Quella di Marco, per esempio, andrebbe bene per la prima serata; è una vicenda tanto angosciosa, di quelle che si raccontano senza mai sollevare lo sguardo dal marciapiede. Madre e padre che scelgono di divorziare. Lei che si rifà la vita accanto ad un nuovo uomo. Lui che detesta il figlio non suo. La fuga, la scelta irrimediabile della strada, la richiesta al comune di un alloggio a tariffa agevolata. Il nulla: oggi gli restano mille morbidi balbettii e un cane minaccioso con cui spartisce i pasti, rinunciando alla famiglia ma non agli affetti. Il tempo di soffocare un nodo in gola e si riparte, ci arrampichiamo trai lussuosi sampietrini della zona Duomo, raggiungiamo via Dante dove un giovane clochard ricama all’uncinetto accessori coloratissimi: ha un tocco lento e ritmato che prima d’ora avevo visto solo nelle mani di una nonna mediterranea, prima che smettesse di usarle per sempre. Una passione testarda ed insieme scientifica: sciarpe e scaldamuscoli. Aron ha un nome da cartone animato giapponese, indossa addobbi fosforescenti e calza Converse all’ultimo grido. Gli hanno prescritto di bere almeno due litri di acqua al giorno, eppure i morsi lancinanti del morbo sono sempre in agguato. Lamenta una malattia congenita, «la pietra nei reni», che gli tormenta le nottate e si vanta di un nuovo paio di occhiali acquistati al mercato. A Santo, che gli consiglia una visita oculistica, ribatte disarmante con un accento tremendamente ispanico ed una creatività tipicamente italiana: «ho preso un foglio, ho inforcato le lenti e riuscivo a leggere. Questo mi basta». I problemi sono ben altri per lui: «in un ospedale a Firenze – racconta – mi hanno martirizzato con una flebo per sei ore, anzi per giorni. Odio i dottori, odio gli ospedali, odio le medicine, odio le malattie». La sua nenia, solo apparentemente epicurea, si accompagna ad una sofferenza estrema che infonde un tocco di macabro realismo alle parole. Ha tantissima voglia di raccontare: «sono stato male davvero, mentre gli infermieri si divertivano infinitamente con uno straccione barbone come me». Pare che solo l’unguento che si spalma prima di procedere all’ecografia abbia avuto un effetto lenitivo, «e tre secondi dopo il dolore era già sparito, perciò non tolleravo i sorrisetti beffardi delle ausiliarie». A stento ci lascia andare, vuole che ognuno di noi abbia un suo braccialetto, lo avvolge al polso dei volontari e tergiversa in un’eruzione di cronache. Di più, la militanza fedele di questi guardiani delle tenebre si misura in bronchiti e reumatismi, non teme le piogge che da giorni funestano la città ed è densa e accanita, proprio come il catarro. Ruotano nel vento queste agonie, volteggiano tra le insegne e collidono con l’indifferenza cortese dei milanesi sullo struscio, che -incuriositi- fissano l’assembramento. C’è una scintilla nei loro occhi che dice molto, forse tutto: provano indignazione i più, rallentano e riflettono. “Perché ai pezzenti regalano il cibo, mentre io me lo devo sudare ogni santo giorno?”.

Un italiano acciaccato cui regaliamo un paio di scarpe nuove ci ricompensa con l’euforia: «mi sento un altro, ora mi metto a correre». Lo seguiamo con lo sguardo fino ad una piazza popolata di turisti tedeschi, bionde doppio malto e truzzi variopinti, facciamo il suo stesso percorso schivando ciclisti che seminano il panico e pedoni rintontiti dalla noia. Parcheggiati i mezzi accanto all’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele, c’è il tempo di un caffè e di qualche chiacchiera: i primi a farsi sotto sono i venditori di rose che insinuano le coppiette ed i trafficanti di aggeggi molesti che volano verso la sommità delle guglie gotiche. Le regole sono chiare, il servizio notturno è rivolto ai senza fissa dimora, ed i mercanti di cianfrusaglie un letto ce l’hanno: a loro tocca al massimo una tazza di tè caldo e niente più. Ci sono gruppi e norme, caste e differenze in questa enclave rappezzata. La classe barbona non va in paradiso, ha un rapporto sbilanciato con la morte. Costei è un’eventualità, un episodio che prima o poi si verificherà senza preavviso. E non c’è da temerla o scansarla, tocca accoglierla e ringraziarla del passaggio, come fa chi non ha “nulla da perdere”. La classe barbona vive in un limbo, sospesa tra passato e presente, tra famiglia e comunità. Lo si intuisce dalla rassegnazione dei tanti che non chiedono nulla, italiani affamati dalla crisi e sfrattati dalla società. Custodi della dignità, vestono abiti lindi ma non hanno coperte. Temono di esser confusi con gli stranieri che vivono di espedienti per spirito di avventura o ribellione, parlano poco e a voce bassa, sorseggiano con parsimonia la tazza di tè e ficcano uno strato di cartone tra il maglione azzurro ed il giubbotto imbottito, si acquattano in una custodia per i vestiti di quelle che si usano in lavanderia e s’addormentano in balia dei sogni. O vegliano, per paura di essere derubati. «Mi dicono: “non devi esser cattivo”, ma qualche sera vedrete: li prendo a sprangate tutti. Non si può vivere così, sei in strada e gli altri come te ti portano via la roba, quando io vedo una cosa mica la tocco. Sono un ergastolano, conosco le regole della guerra, so come si tagliano le gambe. Li cerco la notte e li massacro». Ammutoliamo di fronte a tanta lucidità, il racconto di quest’uomo sessantacinquenne non conosce soste, si spezza solo per consentire al suo aedo di tirare su col naso e riparte nervoso. «Non sono un barbone, faccio questa vita: se mi offrite un bicchiere lo accetto, ma non vado in giro a rubare a chi non ha nulla. Bisognerà fare come ho fatto a Bologna». Nessuno ha il coraggio di chiedere, solo Santo osa e «ne ho massacrati due ed uno l’ho ridotto in carrozzina con la spina dorsale rotta. Ho preso solo sei mesi coi benefici della legittima difesa». In pochi credono al delirio delle parole, convinti che si tratti solo di minacce, finché l’uomo non estrae una catena dal giaciglio e la impugna, mimando un’aggressione. Il resto dello show è un’escalation di violenza.

E razzismo a badilate, «i lombardi non si comportano così, sono di Garbagnate e so che da noi non si tocca niente. Quei bastardi vanno sistemati, come ho fatto col magrebino cui ho piantato una sventola l’altra notte». Ne manca uno infatti tra gli stranieri della galleria, stando alle stime sussurrate da Alessandro. Usa il termine “curati” per dire pestati, batte l’acciaio contro un tavolinetto del dehor di un bar – il Café Noir – dove vive rintanato, procurando un tonfo sordo che squassa l’elegante equilibrio di piazza Filippo Meda. «Nella mia vita non ho più niente da perdere». Porta una fede all’anulare della mano che più agita e gli chiediamo se sia sposato, l’onda d’urto della sua risposta è così veemente che qualche divisa indietreggia: «porto la fede come un promemoria, devo steccare anche mia moglie con un colpo qui». Usa un lessico da macellaio e indica il centro della fronte, immaginando un proiettile. Si accredita presso i volontari con una terribile biografia, ha scontato venticinque anni di galera ed è uscito col “condono”, gli toccherebbe una pensione sui settecento euro, ma mancano i documenti per avviare le pratiche, ha con sé il solo foglio di scarcerazione vecchio di cinque anni. E tanta amarezza. Srotola un canovaccio da cronaca nera, coi dettagli tipici dell’orrore: la moglie che si gode il patrimonio ricevuto in dono da parte di suo padre, i lustri trascorsi dietro le sbarre dove si cresce fuori e si marcisce dentro, il decreto che lo tiene lontano dalla casa della donna e che gli impedisce di rientrare nella vita confortevole di un tempo. E tanta brutalità: «io c’ho un figlio e gli han detto che son morto, aveva due anni quando mi hanno portato via, so dov’è. Vivono nella villa che mio padre ha costruito. Quando si sposa, mi rivedrete in prima pagina – tutti lo fissano nel volto, quasi che fosse un dovere memorizzare quanti più dettagli dei suoi tratti gonfi e rugosi – vado a cercarla e le pianto un buco in fronte. Pàm, che mi frega?». Cova un rancore che potrebbe esplodere anche ora, anche subito. Ma è cosciente, e questo spaventa ancor più, attende la vendetta con meticolosa rassegnazione. È un ingegnere edile, non lo hanno ancora fatto fuori dall’albo, non gli possono revocare il diploma. Si placa solo per provocare un “nero” che si avvicina guardingo: «stai tranquillo che ti tartasso, ti prendo», sostiene di essere nervoso. Solo nervoso. Ci allontaniamo dubbiosi e sconvolti, non pensiamo ad altro ma parliamo d’altro: certe impotenze fanno male. Pochi attimi e siamo in Corso Europa, dopo un salto in piazza San Babila. Ci accolgono due cani imbizzarriti che slittano e si tamponano. Sono di Ambroeus le bestiole, vivono con lui in tenda e lo abbracciano come figli innamorati. È lui che ci riceve: porta una camicia di lana a scacchi, occhiali dalla montatura retrò, oscilla sorridente sulle gambe ed esalta la bontà degli scodinzolii. Lamenta il furto delle coperte buone, per comodità si era separato dalle chincaglierie nel corso della giornata ed ora dorme rannicchiato e tremante. Al freddo.

A due passi dalla galleria San Carlo giace un’altra tenda rossa. Ci vivono Antonio e Paolo. Come gabbiani ipotetici – anche loro appassionati dei versi di Gaber – senza neanche l’intenzione del volo: due miserie in un corpo solo. Sono la coppia più allegra incontrata finora, Paolo è polacco, biondo e robusto, parla un italiano depurato da ogni inflessione e si agita come un putto spensierato. È innamorato, stanco ed ubriaco (esattamente in quest’ordine) e si aggiusta col medio la frangia dorata senza dare nell’occhio. Sanguina da una mano, ha una ferita profonda. Come di zanna. Racconta infatti di esser stato «morsicato» dal cane di un giovinastro incravattato fuggito troppo in fretta. I volontari lo medicano con una delicatezza inusitata. In preda alle risate, dal retro di una chiesa ortodossa accorre il rumeno Ottaviano, questi è convinto di essere un conduttore televisivo e trasforma la tragedia in avanspettacolo. Sceglie un’inquadratura di tre quarti e chiede alla regia di zoomare sul sangue. Nel giro, per tutti è “Barbara D’Urso”, così la chiamano i suoi amici. Impressiona, quanto a follia: fissa una telecamera nel vuoto e si rivolge al pubblico a casa. Ma è con la serenità di Antonio detto Antonino che tocca confrontarsi stanotte: «di giorno facciamo colletta, tre birre a testa, prova tu a stare in strada e non pensare». «Avevo tre negozi di calzoleria a Bologna», intuisco l’epilogo e suggerisco gli effetti collaterali della congiuntura sfavorevole. Invece no, mi tocca frenare e fare i conti coi sentimenti che spesso fanno più danni della povertà. Silenzio. «Ho conosciuto una ragazza splendida, son stato con lei quattro lungi anni, ero innamorato perso. Ci siamo lasciati, c’erano ottantamila euro sul mio conto, ero in crisi ed ho girato il mondo con quei soldi. Poi son finiti ed è finito tutto. Ho cominciato a bere e mia madre mi ha cacciato di casa. Da un anno e mezzo sono qui, ho messo a posto le cose con mia madre, vado a trovarla spesso in Emilia. Ha accettato benissimo questa situazione – prima ancora che glielo si chieda, per evitare l’imbarazzo di una domanda che tutti insinuano, è lui stesso a rispondere – stiamo insieme io e Paolo, è la mia prima esperienza omosessuale. Sono felice». Sorride nervoso e cambia discorso, travolgendoci in un dibattito sulla psichiatria. Poi ricomincia, «non usiamo il profilattico, siamo insieme tutto il giorno, mi fido di lui e lui si fida di me. Abbiamo fatto le analisi e non c’è nessun rischio». Non è un amore di contrabbando il loro, nient’affatto, pare che la madre di Antonino sia affezionatissima al suo nuovo compagno e che le chiacchierate al telefono trai due siano interminabili. Ha il coraggio di sorridere e l’umiltà di chiedere: «c’è niente per me?». Ha bisogno di vestiti nuovi, lo riforniscono di tutto, stringe il malloppo tra le braccia, si emoziona come un bambino. L’‘Orci’ mi spiega che i clochard non indosserebbero mai capi che non siano della loro taglia, sorta di ossequio bislacco ad una fantomatica ordinanza sul decoro che l’amministrazione avrebbe emesso. Ma Antonino non fa mai problemi.

Piove ovunque per chi non ha un tetto, e le coperte stanotte sono merce rara. Persino (o soprattutto) la precarietà ha una sua poesia, in rime baciate dal vento umido di un autunno come mille altri. Per strada a Milano, sembrano arrendersi anche le stelle. Qui hanno smesso di cercarle, lassù ci sono antenne e grattacieli e basta. «Ma un giorno tutto forse cambierà», mi rivela Elia il libanese. Le sue illusioni non hanno il permesso di soggiorno, ma sperano tutti che il sogno clandestino di un profeta venuto dalla Terra dei Cedri si avveri insieme a quello degli altri. Elia scruta il cielo e dipinge stagioni, riapre gli occhi ed è già primavera.

in edicola con The Week del 26_nov_2010, www.thedailyweek.it

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