Pisapia: «è un bagno di democrazia»

Posted on 14 novembre 2010

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Tanto tuonò che piovve. Ed infatti le primarie si tenevano in un’uggiosa domenica di metà novembre, clima peraltro in sintonia con l’umore della coalizione meneghina di centro sinistra. Specie dopo la notizia, questa: Pisapia dovrebbe avercela fatta. Ha staccato il diretto avversario, l’archistar Boeri, di quasi tremila preferenze. Finirà poi 45,36 per cento contro 40,16: che è un brutto colpo per le dinastie democratiche.

C’è caos, un’allegria contagiosa e raffreddata. Fresca, insomma. Uno dei volontari del comitato di Pisapia confessa di non vivere uno stress tale dalla nascita del figlio. E di figli ne ha cinque: dovrebbe essere piuttosto avvezzo alle emozioni forti. La sede centrale della banda Giuliana è un anonimo ufficio in questa traversa di via California. Bocche cucite e sigarette accese: l’atmosfera è tutta qui, i curiosi lasciati fuori ad intercettare sorrisi e calcolatrici che, quando servono, non vanno mai. L’adrenalina di una giornata intensa, attraversata da una risibile polemica sulla violazione del silenzio elettorale nelle social page dei candidati, promette di reggere. Almeno per un po’. Arrivano alla spicciolata supporter maturi e brizzolati, che hanno fatto da osservatori nei seggi sparsi per la città e lamentano l’assenza di sedicenni, pure loro ammessi al voto eppure disertori. «Siamo avanti noi» e «ha segnato il Milan» sono le uniche cose che ti sanno dire in “California” (così chiamano il quartier generale i Pisa boys), mentre ammazzano la tensione a colpi di pistacchi. Le nove e mezza e nessuno s’affaccia, il giovane addetto stampa è il più giulivo e sgranocchia i salatini del bar attiguo, nervoso solo per la prestazione scarsa dei nerazzurri. Interi pacchi di sigarette vanno in fumo, si formano capannelli di donne colle spille arancioni, sorridono: questo almeno. Altrove, nel comitato dello sfidante Boeri, musi lunghi e calcoli che non tornano. Certo di una cosa dovrebbero esser fieri costoro, se tutto finirà come sembra. La musica l’hanno azzeccata: l’inno della campagna strillava di «respirare e lavorare, perdere e ricominciare». Profetico, si direbbe: infatti gliele hanno suonate.

Per intanto l’affluenza (dovete sapere che l’affluenza è un dato che, mentre aspetti di capire chi vincerà, interessa poco o niente. Però è qualcosa di cui si può discutere, ed è urticante come gli spot nel corso di un film mozzafiato). Affluenza piuttosto alta sembrerebbe, ottantamila milanesi. Anzi no, il dato ufficiale è gonfiato: ottantamila manco per sogno. Settantamila risicati, in tanti hanno sfidato la pioggia incessante di una domenica da derby per scegliere il proprio candidato a sindaco di Milano. Arrivano i dati, ed i colpi al cuore: l’età media è piuttosto alta. 291 a 133, il dato è indicativo: lo urla la rappresentante di seggio della sezione centrale in cui stamani ha votato Boeri. E si rievoca il fantasma di Boccia, il giovane perdente di successo imposto dalle nomenclature pugliesi contro il condottiero Nikita, doppiamente vincitore a danno delle pattuglie democratiche pugliesi. «Fanculo ‘sti dirigenti», si lascia andare agli improperi un tizio che, a giudicare dalla barba, dev’essere stato comunista in tempi non sospetti. La sfida corre lungo il prato di San Siro, dove un altro derby si gioca, 5 punti pieni il vantaggio della squadra di Pisapia. Non ci sono bandiere né inni, intanto piove di quella inconsistente pioggia milanese. Chi gongola invero è il barista all’angolo: aperitivi a gogò per sopportare il freddo intenso, stuzzichini di tutti i tipi e calici di sangiovese. Anche il vino è rosso, come la fede politica delle decine di cittadini che intanto si stringono per evitare il gelo e scacciare i cattivi presagi. Centotrentotto i seggi in città, ora ne mancano venti ed il distacco di Pisapia s’allunga.

Arrivano giovani coi motorini, i giornalisti coi taccuini ed i reporter con le telecamerine. «È la vittoria dell’umiltà», dicono in tanti. C’è gente che non vinceva da anni, tra questi volti. «È bello essere felici, è bello essere noi», pronunciano frasi che neppure Pasolini avrebbe pronunciato eppure sono sinceriAttendono Giuliano per festeggiare, questi arriva con le quattro frecce accese. Supera il comitato, non si ferma (è al telefono con lo sconfitto Boeri, rivelerà in seguito). Fa il giro dell’isolato e scende dall’auto. Un’onda umana lo sovrasta, ha il tempo di sorridere. E di improvvisare un discorso: «abbiam fatto un miracolo, adesso dobbiam fare il secondo», riferendosi all’appuntamento con le elezioni vere. Sono pronti gli striscioni, li hanno preparati i ragazzi questo pomeriggio e li hanno serbati per stasera. Andavan bene comunque: c’è scritto “Grazie Giuliano”, una scaramanzia trionfante. «La vittoria è nostra, ma anche di tutti». Lo abbracciano e lo assaltano, ci sono pochi occhi lucidi e tante pacche. «Senza di voi non avrei fatto niente», «neanche noi senza di te»: va in scena questa lunga storia d’amore tra Pisapia ed il suo popolo. «Adesso vinciamo anche il secondo round tra qualche mese», pronuncia piccole frasi e poi sorrideA chi lo incorona “Vendola del Nord”, omaggiando le prodezze del suo unico sponsor, reagisce con una smorfia. Di stanchezza e felicità. I fotografi si scatenano ed è festa di flash. Giuliano si aggrappa allo striscione che reca la scritta “Grazie” e lo spiega così: «l’obiettivo è un altro, ho scelto questo striscione perché è tutto merito vostro». Poi si collega in diretta cogli spettatori di Radio Popolare, non si nega affatto.

Ha ben in mente la meta, che è un pensiero troppo tosto per essere affrontato stanotte, e non rinuncia ad una bordata verso la sindaca, oggi incoronata in videoconferenza dal premier Berlusconi. «Con noi vince la democrazia, proprio nel giorno in cui la Moratti è investita dall’alto». Ringrazia Boeri e gli altri sconfitti, promette di lavorare insieme a loro per il bene della città, glissa sul ruolo dei dirigenti piddini: non li ha sentiti e vuole condividere questi momenti coi “suoi”. I ragazzi hanno fretta di brindare, ci si trasferisce tutti all’Arci di via Bellezza (proprio accanto a Parco Ravizza, polmone privilegiato dello struscio bocconiano). Volano i tappi e le iperboli: «è la prima buona notizia da quindici anni a questa parte». Non si discute del flop affluenza, che tocca i minimi storici (addirittura era stata più alta quando si era trattato di scegliere Veltroni, il che dà la misura delle cose) né si pensa all’eventualità di un terzo polo nascente. Ora che il candidato di sinistra è davvero di sinistra, frange moderate del PD potrebbero uscire dalla coalizione e convergere su un moderato come Albertini, in predicato di correre per un posto di guastafeste. Sorgerebbe insomma il Grande Centro Milanese, che tutto sembra tranne che un partito: un outlet al più. Per strada impazzano caroselli di auto e concerti di clacson molesti, sembra una liturgia pletorica. Quasi non ci credono, da queste parti. Ed infatti non era per loro, il Milan si aggiudica il derby della Madunina e la città fa festa. In fondo siamo a Milano, una città nel pallone. Ed il calcio vince a tavolino sulla politica.

(C) the Week

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