Con costanza, contro Letizia

Posted on 12 novembre 2010

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Doccia fredda per chi si fosse illuso che Milano sia semplicemente la ridente capitale della Repubblica Padana, una grigia cittadina a sud dell’operosa Varese. Da quattro mesi il popolo di centrosinistra è in moto, domenica 14 si celebreranno le primarie di coalizione eppoi via alla volata verso l’attesissimo confronto primaverile. L’esperimento di democrazia diffusa ha riempito i paginoni delle cronache politiche locali, soffocato dalla morbida rassegnazione che sarà piuttosto difficile strappare al centrodestra la roccaforte meneghina. Eppur bisogna votare.

La sfida a quattro? Il primo a rompere gli indugi è stato Giuliano Pisapia, sessantenne principe del foro e parlamentare eletto, da indipendente, nelle liste di Rifondazione Comunista. Si sono fatti sotto nell’ordine: Stefano Boeri, talentuoso archistar dalle fratellanze nobili, sostenuto ufficialmente dal Partito Democratico meneghino. Poi il saggio Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, e il fisico Michele Sacerdoti, attivista civico ed irriducibile ambientalista. Impossibile barare: il derby si gioca trai primi due forti candidati, non senza qualche colpo basso. Partiamo dai programmi: che non esistono, o meglio girano versioni talmente uniformi da risultare indistinguibili. Per Boeri «le priorità sono cinque: sicurezza, ambiente, lavoro, casa e scuola pubblica», Pisapia dice di avanzare solo proposte concrete: «finanza Civica, donne in rete, famiglie protagoniste, lavoro e solidarietà». In queste concitatissime settimane non c’è stato il tempo di redigere la bibbia programmatica ed il vuoto è stato colmato dagli efficaci slogan ideati dagli staff di giovani creativi, e di questo vi diremo in seguito. Quanto al piano schiettamente politico, la giostra è una montagna russa imbizzarrita: il centrodestra è in affanno (lo dimostrano i dati delle scorse provinciali e regionali, in città le sinistre raggiungevano percentuali ragguardevoli e sceglievano di “perdere facile” scommettendo in entrambi i casi su Filippo Penati, candidato credibile ma bisunto). In più, le fibrillazione interne alla coalizione di maggioranza fanno traballare la poltrona del primo cittadino, ed anche in Comune la diaspora della libertà non sembra arrestarsi: per primo l’assessore alla Sanità, Landi di Chiavenna, si è imbarcato sulle scialuppe della neonata formazione finiana. Lo hanno seguito a bordo esponenti delusi dal dirigismo azzurro e malpancisti dell’ultimo ora, persino Manfredi Palmeri, giovane presidente del Consiglio Comunale un tempo di stretta osservanza berlusconiana. Comunque la maggioranza tiene, e la sindaca Moratti è la candidata naturale alle prossime consultazioni: è ancora spendibile, resta una scelta autorevole e saprebbe reggere i costi di una compagna faraonica. L’incognita esiste ed è pelata, si chiama Gabriele Albertini: ha fatto il sindaco per due legislature, oggi vive ibernato nell’emiciclo europeo e non digerisce le scelte dei vertici nazionali tanto che potrebbe scendere in campo in solitaria. Ma neanche troppo in solitaria: in qualche modo (coi consueti sussurri e le rumorose reticenze che caratterizzano i giochi di Palazzo) un’aggregazione di sigle centriste che andrebbe da Futuro e Libertà all’UdC si è detta pronta a costruire un’alternativa al governo morattiano puntando su Albertini e sulla sua «l’ingenuità quasi fanciullesca di un duro che si spezza ma non si piega né tanto meno si impiega» (il copyright è di Indro Montanelli che, agli albori del millennio, ne declamava le virtù). Tutta questa incomprensibile girandola di cognomi e acrostici serve a dire che la partita è aperta, molto probabilmente il sindaco verrà scelto al doppio turno e tocca capire chi ce l’ha più lungo, il fiato.

Le primarie, dunque. La campagna elettorale ha assaporato l’indifferenza cortese che le genti milanesi sanno rivolgere alle faccende non strettamente connesse ai propri domestici affari: non si stratta infatti di astensionismo (malattia cronica che affligge le urne tricolori), piuttosto di disimpegno. Che è peggio. Straordinariamente, lo scontro tra dinosauri – i quattro candidati hanno duecentocinquanta anni in quattro – ha visto scendere in campo giovani e giovanissimi impegnati nei quartier generali e per le strade a volantinare. Tuttavia pare che i più attivi siano gli eteroctoni: pattuglie di fuorisede, meridionali e migranti riuniscono comitati di quartiere ed organizzano cene sociali per presentare alla Città gl’indaffaratissimi concorrenti. La mobilitazione è ampia e coinvolge concretamente decine di associazioni e centinaia di cittadini, le succursali lombarde dei partiti centrali hanno preferito restare nell’ombra, forse anche su richiesta degli sfidanti che non avrebbero gradito accasarsi nelle sedi diroccate del centro sinistra democratico. Epperò le burocrazie hanno fatto il loro gioco: il PD ha scelto Boeri, peraltro accusato di scarsa indipendenza per via della collaborazione con l’amministrazione comunale nell’ambito dei primi progetti per Expo Milano 2015, oltre che per il summit del G8 alla Maddalena. Del resto, Pisapia non ha rinunciato a fare tandem con l’ubiquo Nichi Vendola, oggi più che mai «un brand che tira» (come lo stesso Governatore ha ammesso) ed ha imbarcato i tanti operai della Fabbrica che anche in terra padana ha un certo seguito. La comunicazione finora è parsa la scelta più efficace di questi mesi: Pisapia si è affidato all’agenzia di comunicazione SEC che cura le campagne elettorali del vittorioso Roberto Formigoni, ha scelto i consigli ciellini per andare sul sicuro con motti ironici come «a Milano si pensa poco al traffico e troppo ai traffici» o ancora «vi hanno dato la bicicletta, sin son dimenticati le piste ciclabili». Boeri ha fatto l’esotico, investendo sulla creatività dei miracolosi pugliesi di Proforma mixata a quella della banda di Ideificio: i ragazzi oggi rappresentano “la Milano da Bari”, in curriculum hanno vittorie prodigiose come quelle di Vendola nel 2005 e nel 2010, eppoi un flirt impareggiabile col sindaco democratico del Capoluogo, Michele Emiliano. Hanno collaudato lo slogan: «cambiamo città. Restiamo a Milano» ed hanno coniugato in tutte le salse il monosillabo cubitale MI, insieme diminutivo e pronome riflessivo. Gli altri due hanno lavorato di fantasia, come nella più artigianale delle sfide. Onida ha scelto il rosso, colore della sua “passione civile” per la «Milano che partecipa», in realtà una sorta diaccusatio non petita dal sapore decoubertiniano. Michele Sacerdoti  «ama la sua città», un po’ meno il look: ha un sito fatto da sé, nessuno slogan forte e suscita una genuina simpatia per i modi cortesi e decisi con cui affronta i drammi seri delle speculazioni edilizie all’ombra della Madunina. Su facebook, che è il termometro della visibilità degi aspiranti, Pisapia vince a mani basse coi suoi diecimila fan.

I numeri, infine. Circa i sondaggi circolati, bisognerebbe rammentare che spesso hanno l’attendibilità statistica di una tombola natalizia, tanto per campione quanto per metodo. La forchetta poi, croce e delizia degli esperti catodici, è troppo ampia e supera il vantaggio che ciascuno dei due big ha sul rivale così da rendere l’attesa uno stillicidio al cardiopalma. Nessuno s’arrischia a formulare previsioni apodittiche, certo è che Pisapia ha superato le attese e Boeri non ha scaldato gli animi. Le urne domenica si apriranno per gli elettori dai sedici anni in su, compresi gli stranieri con regolare permesso di soggiorno. Secondo Swg, Giuliano Pisapia sarebbe a + 3, per Ipr Stefano Boeri è in vantaggio di + 2. Nella notte del 14, su questi schermi andrà in scena l’attesissimo spoglio ed i milanesi conosceranno lo sfidante ufficiale di Donna Letizia.

(C) The Week

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