Vieni a tossire in Puglia

Posted on 18 settembre 2010

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È in ballo il destino di tanti, mentre le nuvole s’inabissano all’orizzonte. In cimiteri sconosciuti, si affollano i sogni spezzati di un popolo invidiato: figlio abbronzato di una terra baciata dal sole e bruciata alle spalle.
 
La marcia, mesta e lesta, parte da un complanare a qualche centinaia di metri dal centro abitato della capitale della Taranta. La rischiosa marcia, se proprio dovesse cominciare, si arresterebbe a pochi passi da un ponte fatto costruire apposta per facilitare l’accesso di grossi camion zeppi di argilla, diretti nel ventre di un immenso camino che brucia e sputa. Il verdissimo (ma finto) prato che attornia la struttura del cementificio illude lo spettatore distratto, che imbocca la strada provinciale tuffandosi nella Grecìa Salentina, comunità danzante sorta all’ombra dei campanili -ove risuona un dialetto sghembo, quasi ellenico- e pasciuta a ritmo di turismo estivo, gastronomia succulenta e pizzicarella mia pizzicarella. A bordo dei camion viaggiano autisti autoctoni e tonnellate di creta, partiti dai cancelli delle cave che trafiggono le campagne salentine, e si allargano: inghiottono olivi secolari (non li digeriscono tuttavia, li scatarrano nei giardinetti di ridenti villette a schiera del Settentrione o ai margini delle voragini, uso paravento), aggrediscono falde acquifere, ne deviano il corso e si spingono giù giù. Cercano l’oro e incontrano Lucifero, a trentotto metri sotto il livello del mare. Come nell’agro di Cutrofiano, paese delle terrecotte artigianali e delle calzature tarocche: ambo di occasioni di cui andò persa la schedina tempo addietro, prima allorché il pentolame etnico non resse la concorrenza dell’acciaio inossidabile delle televendite, poi quando le Fiamme Gialle scoprirono il trucco delle griffes a prezzi stracciati negli scantinati di un furbo megastore. Poche chiacchiere: questa gita ha preso una brutta piega, si è arresa al cospetto dello scempio dell’Emmentaler – la terra mediterranea coi buchi ovunque – senza neppure giungere a destinazione.
 
Tocca “alzare il passo”, come dicono le anziane ricamatrici installate sull’uscio, sculture morigerate di un cicaleccio appassionato. Tocca quindi attraversare infinite bretelle di asfalto, stese trai campi, per evitare che i mezzi pesanti attraversino i centri abitati e travolgano i pedoni a spasso, come pure più di una volta è accaduto. Correre per le strade, far tappa nei bar del paese ed intercettare discussioni fratricide, nel cuore di una landa che ha svenduto la primogenitura per un piatto di lenticchie. Si incontrano guelfi e ghibellini: da un lato si difendono le ragioni dell’occupazione, dall’alto si punta il dito contro l’aria avvelenata. Poi si gioca a briscola, si vince o si perde, finalmente si litiga per una giusta causa. Denari e bastoni. La partita del Salento, anche quella, si gioca a carte scoperte – denari e bastoni – finanziamenti, delibere e proteste. Come se l’intero popolo fosse seduto attorno ad uno sterminato tavolo un tempo verde, oggi non più. Ma intanto tocca accelerare, ed alzare lo sguardo, verso le ciminiere dell’immenso cementificio Colacem che, ininterrotte, vomitano fumi ed ingrigiscono le speranze. Ci sono i numeri per chi non si fida del minaccioso fascino delle parole. Ci sono le cifre, e pure quelle parlano chiaro: il tasso grezzo di mortalità per malattie tumorali in provincia di Lecce è di ben 3,1 punti percentuali superiore alla media pugliese. Ci sono le cifre, ma neanche quelle bastano: 3,1 per cento vuol dire che in un anno (nel 2004, a voler essere precisi) 2074 salentini sono morti di tumore, una bara su quattro. Lo scrive l’ISTAT e lo recita l’Osservatorio Epidemiologico della Regione Puglia, il necrologio raccapricciante.
 
Nella zona spacciano la moria più buona, canta Caparezza che salentino non è, ma di disastri meridionali se ne intende eccome. Nelle tabelle che mappano l’asfissia, la curva degli uomini affetti e sconfitti da cancro polmonare supera quella della media italiana e si è vertiginosamente impennata negli ultimi dieci anni. Quanto alle donne: quattro su dieci si ammalano di cancro alla mammella e soccombono, una in più rispetto alla media regionale, di fatto in linea con quella nazionale. Se non bastassero i numeri, ci sono i lutti della vedovanza vestita a nero. La sofferenza dei viaggi della speranza, l’illusione delle cure prodigiose. I mille interrogativi. E le spiegazioni, che vanno cercate nell’alto dei cieli, tra le nuvole e le correnti: sono una maledizione i venti laggiù, se vuoi fare un tuffo nello Jonio e becchi un giorno di scirocco, il bagno te lo sogni. Vale lo stesso se è tramontana ed hai scelto l’altra costa, quella adriatica. Comprensibile dunque la meteoropatia di questa gente che fa delle previsioni in coda ai notiziari l’appuntamento più atteso della cena. E la spiegazione dei tassi sorprendenti va dunque ricercata nelle brezze. Che raccolgono i veleni dell’ILVA di Taranto, acchiappano i detriti del Petrolchimico di Brindisi e li catapultano in basso, nel benedetto triangolo de «lu sule, lu mare, lu ientu», secondo il motto vernacolare. Tutta colpa de lu ientu, insomma, agente indicato dall’oncologo Giuseppe Serravezza quale concausa della strage nella Terra d’Otranto. Ma non solo, ci sarebbe dell’altro: le industrie senza filtro, per esempio, che -in barba ai regolamenti- vomitano l’impossibile e allungano le canne fumarie per sfuggire ai controlli.
 
Il medico col sorriso si batte contro emissioni e tumori, fa i miracoli col camice, i baffi e un talento prodigioso. Non sa cosa sia la paura. «Certo, non dipende solo da Taranto e da Brindisi, che sono i grossi bubboni, ma anche da inquinanti delle piccole realtà di provincia. Come la Copersalento di Maglie. E altri inceneritori e cementifici. Ci sono studi del Cnr che lo dimostrano», spiega a chi gli domandi le ragioni vere della topografia del terrore con epicentro salentino, gli assassini di questa gente sono tanti e incravattati. Riprendendo la vecchia marcia, si fa tappa a due chilometri dalla città barocca di Galatina, sede del cementificio Colacem s.p.a., una società umbra del gruppo Financo, nelle mani della famiglia Colaiacovo originaria di Gubbio. Il logo dell’azienda, manco a dirlo, riprodotto come marchio nei sacchi di malta e cemento che da qui prendono il largo per l’Europa, è un lupo leggendario per loro, francescano e mite. Ma anche temibile e aggressivo per gli abitanti di questa terra, costretti a convivere con un gigante dell’industria tricolore. Che gestisce in maniera rapace le risorse non rinnovabili. Depreda, compra, scava, amplia. E vive la propria esistenza secondo i dettami di un celodurismo applicato al business del cemento. Si muove con destrezza tra le istituzioni, omaggia i notabili in periodo natalizio, s’inventa munifiche borse di studio e sponsorizza ogni sorta di evento: dalla sagra alla sfilata, dal concerto al calcetto. La coabitazione col lupo talvolta è famelica, talvolta conflittuale. Dipende dal vento, forse. E dal latrato del ricatto occupazionale che, in tempi di caccia, è quello più efficace se si vuol terrorizzare amministratori e contestatori.
 
Attenti al lupo, living together: è l’animale più caparbio se si tratta di disciplinare gli armenti, stordire il nemico ed azzannarlo. Ed attenti al branco, un gruppo di società che, insieme a Colacem S.p.A., sono soggette all’attività di direzione e coordinamento da parte della Financo, la holding, una s.r.l. A spulciare gli ultimi bilanci depositati si leggono le difficoltà e s’intuiscono le intenzioni dei Colaiacovo: il gruppo appare solido, eppure tra il 2007 ed il 2008 ha ridotto l’utile di un terzo. Quanto a Colacem S.p.A., il fatturato 2008 si è attestato intorno ai 450 milioni di euro contro i 490 dell’esercizio precedente, in flessione del 5,5% per via della spropositata crescita dei costi di produzione “collegata ad una lievitazione dei prezzi di approvvigionamento dell’energia”. Il presidente, in una missiva diretta ai soci, è costretto ad ammettere che «la dinamica dei semestri rivela che fattori esterni hanno condizionato il risultato complessivo. Non possiamo che porre l’accento sugli eventi che hanno sconvolto la finanza e l’economia mondiale, impattando anche sui settori del cemento e calcestruzzo, tra i più reattivi alle grandi dinamiche. Ci siamo trovati a dover affrontare una fase senza precedenti». Al fine di reagire alla crisi, si sceglie la via della delocalizzazione: per proseguire la lunga marcia, tocca imbarcarsi su un gommone e percorrere a ritroso le rotte che -fino a pochi anni fa- pacchi di merce umana affrontavano nottetempo lungo il Canale d’Otranto. A pochi chilometri dalla costa salentina, si ergono gli altopiani dell’Albania, nuova terra di conquista: è qui che ci si imbatte nello stabilimento Colacem Albania Sh.p.k., nuova cementeria a ciclo completo. Ed in loco già si forma una nuova generazione di operai.
 
Interrompere gradualmente la produzione nel Salento (che ha costi proibitivi) e trasferirsi nei Balcani, per essere competitivi. Il progetto appare chiaro a tutti gli osservatori: a questa gente ospitale e sveglia non occorrono abbecedari di economia aziendale per leggere e interpretare l’evoluzione del mercato negli occhi degli ingegneri che -sempre più spesso- fanno le valigie e, dall’aeroporto di Brindisi, volano fino a Tirana. Eppure l’arma brandita in queste ore di dubbi è la rivoltella della perdita di posti di lavoro, le centinaia di famiglie sono eteromobilitate e strumentalizzate, pur di trasformare una semplice scelta amministrativa in una caso di coscienza da prime time. Il centro della storia è ancora Galatina, coi forni della struttura che dovrebbero essere riconvertiti ed utilizzati per la combustione di rifiuti. I proclama della proprietà sono incoraggianti, insolitamente concilianti. Non solo si promette che «l’impiego di rifiuti nei forni da cemento non determina un incremento dell’impatto, mentre un inceneritore dà origine a nuove emissioni», ma addirittura si asserisce che «nei rifiuti come il C.D.R. è contenuta biomassa, per circa il 40%, che è sostanza rinnovabile e le emissioni di CO2 derivanti dalla sua combustione vengono considerate pari a zero». Non si citano fonti né si adducono studi (anzi: alle richieste dell’amministrazione comunale di Soleto di informazioni circa l’emissione di polveri derivanti da metalli, i tecnici umbri hanno risposto di non poter fornire alcun dato), dunque non c’è spazio per il condizionale: le scelte di Gubbio si coniugano all’indicativo nel Salento. Eppure la Puglia, dati alla mano, detiene un funereo primato: è la regina delle regioni italiane nella speciale classifica dell’inquinamento da anidride carbonica.
 
Il dato ha dell’incredibile: solo se metteste assieme i tassi del “triangolo industriale”, otterreste la doppia cifra del Tacco. Per inquinare quanto la Puglia ci vogliono almeno tutti i fumi prodotti dai leader del settore secondario (Lombardia, Piemonte e Liguria). Quanto alle diossine, nel Tavoliere se ne emette una quantità di 22 volte superiore a quella prodotta dalla Lombardia, eppure i panorami non sono sovrapponibili: altro sorprendente record. Scorrendo poi le tabelle redatte dall’Osservatorio Epidemiologico dell’ente regionale si resta basiti, le colonne pugliesi delle emissioni di idrocarburi, monossidi, benzene, azoto e zolfo svettano su tutte le altre. Ed, alla luce di tali inarrivabili performance, le migrazioni di giovani fuorisede non possono che essere lette in chiave di istinto di sopravvivenza, fughe rocambolesche dall’irrespirabile, lungo gli itinerari dei volatili che pure hanno abbandonato il Salento per le medesime ragioni. Toccherebbe all’ambito di zona decidere, e la totalità delle amministrazioni dei comuni interessati dall’attività del cementificio (Soleto, Corigliano, Sogliano, Cutrofiano) si è espressa con un secco diniego. Da destra e manca si sono levate voci a difesa della salubrità dell’aria, sono scesi in campo democratici, popolari, storaciani, finiani, sinistri, dipietristi e vendoliani. Chi più si batte per ostacolare le mire dei Colaiacovo sono i comitati civici, trasversali e spontanei: al grido di «chi muore non lavora» irridono le minacce della proprietà e chiedono serie valutazioni d’impatto ambientale. Chi più tentenna è l’amministrazione della città di Galatina, figlia del caso e del ballottaggio. Una maggioranza che va da democratici cristiani a socialisti sostiene il sindaco tesserato di Io Sud, movimento della senatrice Adriana Poli Bortone, fuoriuscita dal PdL in rotta coi vertici locali.
 
Ha deciso di non decidere la maggioranza di Palazzo Orsini, ed il sindaco farmacista si è detto convinto della bontà della scelta. Ha lamentato il fatto di non essere in possesso di dati seri sulle emissioni che l’impianto dovrebbe generare, ha dichiarato di non fidarsi delle esperienze di altre regioni (presso lo stabilimento di Rassina -in provincia di Arezzo- infatti, sono stati effettuati investimenti di quasi un milione di euro per riconvertire l’impianto alla combustione di CDR: si legge nel bilancio di Colacem. Stesso destino cui andrebbe incontro la struttura leccese). La delibera fatta approvare lunedì, al termine di un consiglio comunale lungo sei ore, è un capolavoro di cerchiobottismo muscolare. Ed il dottor Giancarlo Coluccia è un politico navigato: cita il Protocollo di Rio (che non esiste, si tratta in realtà di una Convenzione), apre al coinvolgimento dei cittadini (che per giorni hanno manifestato davanti al portone dell’edificio barocco che ospita i suoi uffici). Tergiversa, dribbla e rinvia, «nelle more di questo percorso partecipato». Come nel bel mezzo di una crisi coniugale, ricorre alla «pausa di riflessione»: nelle dichiarazioni infarcite di politichese viola il comandamento evangelico del parlare “sì, sì; no, no” e impone un forzato stand by al presidente della Provincia di Lecce che pure vorrebbe venire a capo della vexata questio. Diventa l’asso nelle manica della società per azioni, la quale -colta alla sprovvista dal rigurgito di ambientalismo degli annebbiati cittadini dell’hinterland- prende tempo, glissa e convoca una conferenza stampa per venerdì diciassette, incassando le facili ironie dei detrattori. Una partita contro il tempo, denari e bastoni, per sopire i fermenti di un popolo ancora capace di indignarsi. E difendersi.

(pubblicato su The Week, www.thedailyweek.it)

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