Storia di Vincent, il poeta folle

Posted on 13 agosto 2010

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Gli artisti pagano un prezzo troppo alto per la propria genialità, a stento compresi, vivono un isolamento figlio di un’irritabilità che fa di una mente suprema un’attitudine brutale verso le esistenze. Specie quelle altrui. Nemmeno un delirio della natura è in grado di spiegare questi artisti, lo spazio della ragione non è di questo mondo. È del mondo di Vincent.

Vincent Van Gogh ed il suo orecchio mozzato: postumo di una lite furibonda con un pittore rivale. Ed un salice piangente, da guardare senza filosofie per esprimere il disagio, quello vero. Pessimi sigari, bicchieri di gin e disperata malattia aprono nel cuore dei teneri un varco per la pazzia. Sono errori che solo la solitudine può spingere a commettere, che neppure l’ospedale e le iniezioni possono curare. È una condotta riprovevole ed immorale, dicono i parenti. Ma conoscere una sola realtà rende idiota, pensa Vincent. Non è un criminale, è un folle. O forse nemmeno. Potrebbe guadagnare qualcosa, dipingendo quei quadretti ottimisti e spiritosi. Ma sceglie di gustare la libertà. Basta questo. La povertà sarebbe stato il suo futuro, ma un giorno avrebbe visto la luce. Theo che non incoraggia i sogni di Vincent, che allora prende un treno di terza classe il venti febbraio del 1888, lungo i frutteti che in Provenza hanno un’aria gioiosa. Tanto che il sangue si rimette a circolare, contrariamente a quanto accedeva a Parigi. Cattivo caffè, pessimo tabacco, marcio assenzio. E pitture. Una camera ed uno stanzino dipinti di giallo, sole e calce. Per soli quindici franchi al mese, lontani dalle locande che deprimono e costano care. Tantissimi capolavori, dodici ore filate di lavoro. In casa e in strada.

Al buio dipinge i girasoli, perché declinano presto ed occorre imprimerli in fretta. Il sodalizio con Gaugin è traballante e mistico, parlano di paradisi esotici, donne fresche e colori incantevoli. Ma si detestano, o almeno Gaugin schifa quel suo coinquilino fulvo. Urla disperato, come un innamorato ferito, quando riceve in dono un ritratto di chi ha visto di lui la parte peggiore e non si fa scrupoli a sbattergliela in faccia. Abbassata la testa, torna a casa e recide il proprio orecchio con un solco impressionante nella cartilagine. E lo dona ad una donna, nella casa di tolleranza. Perché lo custodisca, e faccia tesoro di un caso da prima pagina. È una tigre impressionista. Imbizzarrita come un esercito nei guai, si imbastardisce Vincent. Giacché fra i migliori non esiste alcuna disgrazia, forse. A casa comincia il tormento vero, con quel paese che spia ogni dettaglio insignificante. Rinunciare alla libertà è un vizio che neanche gli animali possono concedersi. Allora accetterà ogni supplizio, finanche il manicomio, purché lo lascino dipingere per il tempo che gli resta. Finge di essere pazzo, per risparmiare il peso di un mantenimento al fratello prossimo alle nozze. I pittori vogliono dipingere, questo basta. 

Vuole dipingere Vincent, accettatene la pazzia. È folle, ma felice. La vista delle stelle lo fa sognare. E, di fronte ai punti sulla carta che indicano le cittadine unite da un treno si chiede perché non prendiamo la morte per raggiungere una stella, così come una carrozza per andare a Parigi. In manicomio dipinge “La notte stellata” e mille dei capolavori che oggi scrutiamo con noia e ignoranza. «Niente sarebbe atto più piacevole di non svegliarsi più». Prima gli olivi e poi i cipressi. E nasce il figlio di Theo, per farlo sentire più solo. Ed un neonato col suo stesso nome non potrà che rimpiazzarlo nel cuore dell’unico che avesse a cuore quella sua stupida vita. Il sole alto, una pipa da fumare ed una pistola. Un grilletto, uno sparo indeciso e debole. Tutt’altro che fatale. Per tornare in albergo e gemere: «mi sono sparato, speriamo di non essermi mancato». L’infezione è lancinante, nessuno interviene. «Mi annoiavo e allora mi sono ferito», la tristezza può durare tutta una vita. Lo seppelliscono in terra consacrata, sebbene il parroco non volesse prestare neanche il carro per trasportarne il cadavere. La musica è lenta, ritmata e secca. Come un urlo soffocato nel vento, di un campo senza stelle. O una vita nascosta dalla follia, destinata a brillare nel tempo, perdendosi nei campi.

Nel grano e contro le colline. Senza confini, come il mare: di un verde, di un giallo. Tenero come la paura e morbido come la morte. Immortale come Van Gogh.

(Questo brillante testo è liberamente ispirato all’opera di Giordano Bruno Guerri, storico ed autore di “Follia? Vita di Vincent van Gogh” ed allo spettacolo il cui testo, poesia vestita di prosa, è di Paola Veneto, moglie di Giordano, e regista. A Cortina InConTra magica è la pièce con Dominique Fuchs, sublime storico d’arte, Daniel Dwerryhouse, nei panni di Vincent van Gogh, Alessandro Parise, nei panni di Theo van Gogh, Sartre, Gauguin, Isabella Carle, sorella di van Gogh e voci femminili, Giacomo Del Colle Lauri Volpi, al folle piano).

per Cortina InConTra

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