Ciancimino, non baciamo le mani

Posted on 5 agosto 2010

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Massimo Ciancimino, del padre, ha preso gli occhi e il naso: basterebbe questo, stando alle teorie lombrosiane, a fare di lui un pericoloso criminale. Basterebbe il suo fare cortese ed insieme troppo informale, basterebbero il suo ghigno smargiasso e la sua andatura fiera, basterebbero i due cellulari di nuova generazione che maneggia e la spregiudicatezza con cui infesta l’etere, basterebbero gli occhiali da sole in un pomeriggio di diluvio e gli abbracci che offre a favore di camera, basterebbero la zeppola intollerabile e l’orologio sul polsino. Basterebbero in un paese normale, ça va sans dire. Sui nostri palcoscenici, veste la maschera del martire incolpevole, del ribelle coraggioso, del figlio sfamiglio. Massimo Ciancimino è il miglior imbonitore del suo brand, porta sottobraccio il libro-confessione redatto da Francesco La Licata e cita a memoria capitoli e paragrafi. Ha un’agenda fittissima di presentazioni e stuoli di cronisti al seguito. Gli uomini della scorta, giovani e siciliani, sono griffati come lui, scuri in volto eppure simpatici. Appena possono, chiamano le fidanzate sotto voce e raccontano di quanto siano tristi i monti senza di loro. Del freddo dolomitico e della noia geriatrica.

Quanto a Massimo, oggi è il suo giorno. Sostiene di conoscere il signor Franco, il mitico agente segreto al centro di una trama che connetterebbe mafia e servizi segreti e scatena le teorie complottiste degli sciocchi. Allude alla nascita di formazioni politiche all’indomani di un periodo nero per lo Stato. A redarguirlo, a rappresentare tutti noi, c’è Davide Giacalone, editorialista saggio che sottolinea le incongruenze del libro in vendita in fondo alla sala. Smonta i teoremi del teste palermitano e sfata il mito della bocca scucita del ventinovenne cuordileone. Il padre di Massimo, Vito Alfio, fu politico democristiano e criminale incallito. Nella carta d’identità aveva scritto: nato a Corleone. Fu rapace sindaco di Palermo e primula della corrente andreottiana, oggi al centro di un dibattito che vuole la mafia complice di reparti deviati del potere politico che se ne sarebbero serviti per destabilizzare la Nazione. Giacalone lo dipinge come “disonorato” e “tangentaro”, genitore da ripudiare. Suo figlio oggi si dice “innocente” e vittima di un sistema di collusi in cui mafiosi, politici e cardinali prendevano assieme il caffè, e la mano che dosava le tazzine di ceramica era quella di sua madre.

Si fa luce sull’inchiesta sugli appalti siciliani intrapresa da Giovanni Falcone, che porterebbe dritto al salotto di casa Ciancimino, lo stesso Borsellino se ne occupò nei giorni prima dell’attentato di via D’Amelio. In molti se ne occuparono prima che la faccenda venisse insabbiata. Finanche i carabinieri più fidati furono inghiottiti dalla vicenda giudiziaria, nella procura si sarebbero annidate infiltrazioni pericolose, responsabili di delitti e depistaggi ancora oggi sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti. Ci sono le storie che legano il morto ai mafiosi oggi detenuti, Riina e Provenzano, le insinuazioni sul possibile assassinio del testimone scomodo, le coincidenze assurde che porterebbero questa figura a fare da fulcro di una bilancia squilibrata un po’ di qua, un po’ di là. Massimo, c’è da dire, sa affascinare le platee con l’idea indomita del fanciullo imbizzarrito. Affascina mentre promette di agire nel nome del figlio e non del padre, per assicurare al proprio genito un futuro onesto. Acchiappa applausi quando si commuove per l’onere tutt’altro che leggero che si porta dietro dall’infanzia. Illude e glissa, ma noi non baciamo le mani.

Prende la parola Calogero Mannino e racconta le trame di palazzo interne alla Balena Bianca. La lotta per la segreteria, la scia di sangue del terrorismo, il fallimento del compromesso storico. Il politico navigato è stato da poco assolto dall’accusa di concorso in associazione di stampo mafioso, formulatagli nel 1994 e fondata su prove di un voto di scambio tra il ministro e frange della malavita organizzata. È elegante e riannoda il filo della storia sicula della corrente di sinistra della DC. Descrive la crisi apertasi al palazzo di Giustizia di Palermo, che – a suo dire – si sarebbe risolta pur di garantire autonomia al pool antimafia, protagonista del maxiprocesso, grazie al gioco dei saggi democristiani. Parte da lontano e non chiarisce molti punti oggi grigi. Ci vuole la lucidità di Felice Cavallaro a ristabilire la memoria politica. Che come sempre parte dalla manovalanza degli attacchini che riempivano la Sicilia con manifesti magniloquenti “la Democrazia cristiana contro la Mafia, costi quel che costi”. E arriva al balcone di Vito Ciancimino, donde si pronunziano le sentenze di vita e di morte. Donde si mafia con “cosacce” incandescenti, figlie del condizionamento ambientale.

Ci sono le storie di mezzadria culturale, le vicende della galassia violenta che sfociano nell’ecatombe. Cosa nostra, dice Mannino, è collocata nelle strutture parallele dello Stato, secondo i documenti statunitensi. Lo testimonia la rapida soluzione dello sbarco alleato, il precoce arrivo di un comandante sulle coste della Trinacria. Lo dicono le voci di piazza, i segreti dei corridoi dei palazzi capitolini, i dubbi che fanno di questi temi discussioni succulente. Volano accuse al figlio di Dalla Chiesa, definito “indegno del cognome”, e citazioni di Sciascia: «la Mafia non prende ordine dalla politica, glieli da». Si sciorinano cifre che mettono in dubbio la credibilità della mole di pentiti, convertitisi alla giusta causa. È un personaggio contradditorio, questo politico dal nome squisitamente meridionale. Denuncia mandanti e chiama le vittime, scivola sulla storia e porta in dote verbali ed atti secretati. Non soddisfa, né contenta. Il suo interlocutore tace, ammutolisce, desiste: impossibile annientare la logorrea di una pentola a cui sia stato levato il coperchio. Ed in queste storie c’è forse il demonio di mezzo, che i coperchi – com’è noto secondo la vulgata – di coperchi non se ne intende.

Ci sono troppe buche sulla strada della Verità, è un sentiero irto come quelli che conducono alle malghe sulle vette ampezzane. È scomoda, vero, ma va percorsa. Costi quel che costi.

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