Pugliamo Milano, stanotte

Posted on 9 giugno 2010

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Più dei lobbisti ciellini, più del priorato massone, più delle enclavi yankee. Più di tutte le congregazioni milanesi, in Bocconi può la comunità pugliese. Dal Gargano a Otranto, le pattuglie appule hanno colonizzato l’ateneo commerciale, sbaragliando la concorrenza. Con un trucco, questo: mentre tutti si chiudono, noi ci si apre alla conquista. Si occupano le scrivanie, mentre altrove si idolatrano le poltrone. Si vincono i premi ambiti, mentre intorno si gioca al ribasso.

Poi arriva Vendola, applausi a scena aperta anche qui tra gli accenti ambrosiani. Imbarazzo di quelli che gli tocca parlare insieme a lui, e sono dei pezzi grossi pure loro mapperò se li filano poco. Arriva Vendola, si accomoda e parte il video. Va in onda il corto (circuito, dati problemi tecnici) di Focaccia Blues, la storia leggendaria di un fornaio altamurano che ha fatto fuori quei giganti del Mecco. Con tutte le patatine e gli happy meal. Quaggiù in platea soffrono fronti madide. Lo spirito è quello di una spiaggia salentina ma le camicie, stiratissime, sono quelle degli stagisti a contratto liberticida nelle società di Piazza Affari. Si parla di cibo, di identità, di sviluppo. Potrebbe essere un G8, ci fossero una comitiva di capi del mondo e qua e là quattro contestatori incappucciati. Invece è un punto G, piuttosto, un centimetro di epidermide dove si gode e si urla. Si ama e si suda. Considerati i centigradi in sala, tantissimi, appositamente offerti per ricreare il clima di una panchina al solleone di queste ore umide. Epperò con le parole è più bravo il sommo Nichi: per dire che il nostro pane quotidiano è una questione seria, usa l’espressione «il problema lievita». Si scaglia malizioso contro gli hamburger usa e getta, il sol pensiero di una scappatella in salsa ketchup ancor l’offende. Non gli aggrada «l’Europa carolingia troppo distante dal Mediterraneo», e la faccenda dell’oggi «che si introietta» nel domani non è mica sciovinismo delle Murgia barese. È prurito dell’ombelico del mondo, storia nuova dei metalmezzadri del Tacco d’Italia: la terra di tutti.

Si consegna il Premio Puglia “Francesco Attanasi”, uno che era partito da Soleto ed aveva varcato la soglia del successo con il tamburello sotto le dita. Poi la vita, a volte, finisce lungo una curva che la prendi dritta e freni troppo tardi. Però il merito risuona. Con la pizzica e la memoria, che poi sono la stessa cosa. Ci sono i talenti a celebrarne l’immortalità: un oncologo che si prende cura di mezzo mondo, un sarto che veste i ventenni cool e camicia, un film che racconta di pane, amore e fantasia. E pure rivoluzione: i pugliesi sono gente così, vivono ovunque tranne che in Puglia. Ti parlano di sogni, scandiscono il ritmo: mena che tengono prescia. Una civiltà dei segni, un rito di fertilità, un’anonima canzone. «Di chi va per il mondo e si porta il Sud nel cuore», il buon pane di una buona globalizzazione, come dice l’ad di Expo 2015 Lucio Stanca da Lucera, provincia di Foggia. Sta costruendo un’esposizione universale che abbracci Milano in orizzontale, piuttosto che in verticale come le architetture egoiste di Shangai 2010. Racconta di un libro di ricette per riscoprire i profumi che la domenica mattina, quando ti svegliano i rintocchi che scampanisciano, si propagano tra le lenzuola che ti coccolano le speranze. E distilla una ricetta contro la fame, del mondo mica nostra di noi emigranti. Espone la panza per guadagnarci in credibilità e si complimenta con la più efficiente università di Puglia, la Bocconi. Mentre i giovincelli terronissimi sotto la biblio si fanno vento col Sole 24 Ore, ché il riscatto passa pure dallo status symbol. E, nei centri storici delle terre laggiù, lo sanno pure le fioriere.

Mancano Lino Banfi e Renzo Arbore, poi c’erano tutti. 
Ci sono le star di TeleNorba ed un palinsesto di progetti mischiati alle bruschette: si assesta lo scialle Tiziana Schiavarelli e la sorveglia Dante Mormone, vita ordinaria dei due coprotagonisti del cortometraggio. Idoli di un tempo adolescenziale per chi, nel Tacco, abbia premuto i pulsanti più remoti del telecomando, ove andava in onda l’allupata idiofiction vernacolare metà malavita metà bellavita. Ma si parla anche di sicurezza stradale. E dell’inesistente pena di morte per stanchezza e sonno, cui pure un guardrail assassino ha condannato Francesco Attanasi, dall’Adriatico in Padania per portare musica, scienza e rimetterci la giovinezza. È tempo di ragionare di certezze e, con o senza il camice, Giuseppe Serravezza è un casaranese che vuol cambiare il mondo cominciando dalla salute. Ai guai ci pensano la Colacem e la CoperSalento e i sansifici: tutti quelli che intossicano le terre a Mezzogiorno, torturando i polmoni di vecchi e bambini, lui lotta contro i tumori che si portano via ogni anno più salentini che milanesi, poi uno dice che laggiù tira un’aria buona. Ed a raccontare in giro che i griffatissimi jeans che porti indosso te li cuciono dietro casa, uno potrebbe benedire la fortuna di una zia sarta. Invece no. A Gallipoli vestono il mondo e parlano in dialetto e si chiamano Meltin’ Pot. La famiglia Romano rappresenta la storia di imprenditori mezzi matti che, anziché emigrare, hanno importato il globo terracqueo nelle campagne e tra gli ulivi. E con i loro “five pockets basic jeans” dai mercati rionali sono sbarcati in Canadà, gente in gamba questi dell’industria tessile.
 
Ci si guarda negli occhi, alla ricerca di parentele germogliate sotto le stelle. Risuona l’etno folk degli Sciacuddhruzzi. Un nome che vuole dire demonio, ma quello buono. Vuol dire che quando ti capita qualcosa e non sai con chi te la devi prendere: quella volta, la colpa è dellu sciacuddhri, un folletto dispettoso che sconvolge le massaie e mette scompiglio trai filari. State attenti allu sciacuddhri, se pronunciate il fonema ddhr col suono giusto, siete nati a Sud Est e poi vi scambiano per anglosassoni. Intanto, in questo momento di violini e fisarmoniche, vi ribollisce il sangue con tutte le vene e pure i piedi ballano e le mani battono. O’ rondine ci rondini lu mare / Vieni chiù quai te ticu ddoi parole, essere a Milano e sentire i mozzichi della taranta che addenta e tormenta. E lascia il segno, ferisce e sparisce. Come la vita di chi ha visto l’alba, là dove il Sole nasce, e mai più s’addorme. Ed ora si ubriaca di vita e negramaro, alla focaccia vostra.

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