Altro giro, altra corsa

Posted on 6 giugno 2010

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Spenti i clamori infanti del sabato, restava lì. Solo in contemplazione. Quietati i ritornelli tonti della festa, si ritrovava davanti a lei. Solo in agitazione. Le avrebbe detto di tutto, ne avesse avuto il coraggio. Le avrebbe parlato dritto al cuore, alla luce del faro testimone di storie marce. Glielo avrebbe detto, un giorno magari domani. Che le doveva tutto: senza di lei quella vita sarebbe stata un’ombra buia. E lo sapeva anche lei, ma sentirselo ripetere voleva dire musica. O molto di più.

Non aveva tanto tempo, ancora qualche istante e il parco si sarebbe trasformato in terra di nessuno. Ma restava lì. Nello splendore mite di uno sguardo eterno. Non c’era niente di nuovo in quel rito antico, aveva trascorso la sua ultima esistenza nell’ordinato ritmo del dopolavoro. C’era sempre una luce diversa, nella notte. O un vociare sordo impigliato nei timpani. O una brezza strana che prima non c’era ed ora eccola lì. Istanti neutri ed intatti che uno poteva anche perdersi, a voler confondere la fretta con l’urgenza. Invece, immobile, la guardava ovunque. In ogni brillìo d’acciaio, ovunque. Nel riflesso d’asfalto, ovunque. Scrutava di lei l’impotenza meccanica, il rigore della perfezione. Se ne era innamorato, a voler chiamare le cose col loro nome. Come tutti facevano in città: ad ogni cosa un nome, folle ossequio alla legge suprema cui obbedivano uomini cani e borse. Viveva di lei, nel silenzio di un viale desolato.

Poi era ora di andare, tempo di soccombere al trasloco metropolitano. Toccava alle polveri farsi da parte, lasciare il campo al lustro illecito dei derelitti. Ancora un attimo. Lo avessero ucciso ora, a tradimento, sarebbe morto contento. Si sarebbe portato lei, per sempre incisa nelle pupille gonfie. La compagnia più dolce di un martire innocuo, molto meglio di questa brezza che soffia e scompare. Ciò che vedeva, e che avrebbe visto per l’eternità intera, era un tripudio di tenacia. Si poteva rinfacciare di tutto a quel mostro di cemento che s’era divorato la città, ma non che non avesse gusto. Aveva lasciato due cose. Le tenebre e lei. Forse tre, a voler obbedire alla matematica che reggeva le sorti degli anfratti antropomorfi. Aveva lasciato lui a vegliarla, in silente vergogna. Sentimento nero di amore visto e vinto. La guardava negli occhi, occhi erano quei fanali e bocca era quel cratere e chiome erano le sue liane.

Ultimi sguardi e via, sentenziava il celebrante di una messa senza incensi. Odorava di platani, erba sudata e sabbia smossa. Ogni sera, si ritrovava lì. L’aveva vista volare, lo faceva per amore suo. Quel volo lungo un giorno, profanato dagli schiamazzi, lo faceva solo per lui. Ed atterrava senza fatica, con la levità di un uccello dalle grandi ali: giaceva alla mercé dei sorrisi stupiti. Aveva toccato le nuvole e le era rimasto dentro il sapore umido del vento che soffiava solo lassù, era scesa al livello dei rami alti: aveva visto grovigli di foglie secche, giù per i mattoni lungo la strada. Ridevano tutti, calzoni corti e vite lunghe. Soffrivano la sconfitta quell’attimo solo, unico, fottuto. Soffrivano della vittoria di chi guadagnava il bis e ridevano folli della primavera che è spensierata e vergine. Sapeva anche lei che il suo tempo era il sempre e che la notte durava quanto il buio. Giusto perché anche lei si spegneva.

Lo metteva di buonumore la solitudine. Profumava di scelte e promesse, quella vita senza nient’altro intorno. Lo rallegrava almeno quanto la stanchezza, ma forse di più. Di fronte a sé aveva lei, splendida e giovanissima. Il giostraio la guardava ancora un attimo, dal cielo in terra: l’amava talmente da piangere insonne. Finiva in un attimo la gioia dell’attesa. Premeva un bottone e spegneva l’amore: pareva un pulsante ma era un grilletto.

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