Mea culpa, mea maxima culpa

Posted on 24 maggio 2010

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Faceva tante cose, ma le faceva tutte male. Molto più che un epitaffio. Alzi la mano chi è convinto sia piuttosto una biografia, la sua: nella fattispecie. Vedo boschi di braccia tese ed il motivo è presto detto. È il multitasking che ci fotte, riducendo a icona la concentrazione: urca.

Leggi la posta mentre la moka tintinna e si fa sorgente di riflessi pronti. Tutti tre gli account, nell’ordine: non sia mai. Infatti non è mai, mai nulla d’interessante. Lustri orsono, qualche ditta d’oltreoceano si dilettava nell’intasarti la casella con la réclame di prodigiosi viagra indocinesi. Ora neanche quelli, questione di tempo: verrà un giorno. Controlli i quotidiani, mescendo latte e caffè. Si complica tutto coi sedicenti frollini ideali per l’inzuppo. Ideali un corno. Il resto del tempo a rincorrere indiscrezioni e disvelare misteri, col supporto degli aggregatori e il rimbalzio ipertestuale. Atomi vorticosi troppo interessanti perché qualcuno li caghi, seppur di striscio. In ascensore cerchi la connessione, per strada sfogli l’Internazionale, cogli spiccioli della panettiera dalle uova d’oro t’impappini. In metro centellini il Foglio, le sue preziosissime rubriche. Piangi o ridi coi titoloni de il Manifesto e vivisezioni gli strali quotidiani dei disfattisti del Fatto. Tutto il marciapiede avanti così: c’è chi se la passa peggio. E t’addormi luminoso cliccando sulle roventi ovvietà della Gazzetta delle Puglie, dopo una giornata così intensa da sembrar vuota.

C’è la conferenza con quello chicchissimo cattedratico carismatico, la telefonata alla nonna vivace che tarda a rispondere, l’appuntamento in biblio brillantemente dribblato. Il tuo slogan è una scritta: «a me Vishnu me fa ‘na pippa». È alta la considerazione che hai di te, vertiginosa: si direbbe. Spropositata, a giudicare dal tuffo del cellulare tuo pregiatissimo nel laghetto del lavello ove s’apprestava il risciacquo delle vettovaglie testé insudiciate. Procedeva tutto alla grande, finché un documentato studio della Stanford University, a cura di una banda di ricercatori, guidati dal sociologo-matematico Clifford Nass, sentenziasse che il cervello dell’individuo multitasking lavora male. Tipico studio mandrakata, di quelli pronti a giurare che, sulla base della tua predilezione per il caciocavallo, in un’altra vita sei stato un fantino reggiano. Di quelli che i quattro terzi dei neopatentati canadesi hanno attraversato col rosso almeno cinque martedì al mese. Studio nobilissimo coi suoi esperimenti su oltre cento studenti. ‘Merigani. Una ricerca di una scientificità intrinseca: destinata a mettere ordine nelle nostre linkatissime giornatacce.

Maria Laura Rodotà, per vocazione, fa questo: scrive di costume sul Corriere. E con la sua penna riuscirebbe a profanare qualsiasi tema nell’orbita gravitazionale che abbraccia dai  pannolini biodegradabili a Michelle Obama, non molto lontano da qui. Oggi è convinta che «le donne, che come è noto cercano di conciliare lavoro-figli-partner e anche senza uno o più tra i tre elementi trovano sempre vari modi di rovinarsi la vita, tendono al multitasking per cultura più che per natura». E che «chi è continuamente bombardato da flussi di informazione (da telefono, computer, tv) e cerca di fare tante cose insieme è disattento/a, non riesce a concentrarsi né a utilizzare bene la memoria». Ne è talmente persuasa che, nell’ammicco tipico del rossetto suo sbarazzino, sperimenta il rincoglionimento mediatico sulla propria pelle. Scrive testualmente: «c’è chi non riesce a distinguere gli elementi rilevanti da quelli rilevanti» e, nel copincollare, l’irriguardoso grafico si scorda di ovviare al refuso della Maria LauraLa necrosi del solingo neurone è in agguato dietro il monitor, colpisce tutti senza sconti. Tutti.

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