Le carriere della sera

Posted on 17 maggio 2010

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L’errore, madornale, sta tutto nei sogni. Se ti metti in testa di fare lo sbirro, hai voglia. Ti tocca fare lo sbirro pure quando la città festeggia.

Francesco, calabrese, è il capo di altre cinque divise. Ed è venuto fin sotto l’urban screen che sovrasta piazza Duomo, con loro. Gente spiccia. Sbirri di quelli veri: carabinieri. Chi comanda è sulla balconata privilegiata degli uffici di proprietà del Comune e da’ gli ordini, avvolto nella sciarpa della festa. Quaggiù, tra i fumi dei tifosi, ci hanno mandato lui e altri quattro. Ha la faccia giovane, Francesco, la giacca marrone e lo Swatch. Tra questi pazzi che, dopo mille tentativi, hanno scavalcato le recinzioni del cantiere del Museo del 900. Uno dei progettisti, sborone con l’autorizzazione, ha voluto regalare un panorama mozzafiato alla figliola tifosissima, portandola con sé, su per l’impalcatura. Ha creato un precedente blasfemo ed ora è gara a chi lo frega prima. Una dozzina di squinternati nerazzurri scala i pannelli pubblicitari, lui tenta invano di contenere l’orda, ma in realtà aizza gli animi folli coi suoi sorrisetti.

Quindi tocca a Francesco, calabrese, ed ai suoi uomini. Soprattutto al più grasso di loro, barba arancione e berretto di lana calato sulla pelata. Occhi di ghiaccio e bocca superflua. Non parla, d’altronde. Per far capire alla banda che è ora di scendere, ne tira giù uno a caso e fa il segno di chi finisce dietro le sbarre. Lassù è sconcerto, qui fanno sul serio. Francesco, invece, si sgola. È uno che parla, uno che, se ti deve convincere, dice: «per favore». Chiede ai suoi di fargli da perno, si tira su a fatica e muove le braccia con veemenza ed instabilità. Guarda il vicequestore, che se la gode e ricetrasmette risate di vittoria, con gli occhi di uno mandato ad arare il mare o seminare il vento. Non lo ascolta nessuno, ed urla. Implora comprensione e si issa sulla precaria piattaforma delle spalle larghe di un sottoposto, uno che non regge la tensione e sferra una pacca ad un uomo che sfugge alla bolgia.

Scendono, infine, i teppisti del tifo senza cervello. Col coraggio dei conigli, crollano in basso, lasciandosi scivolare, e sfuggono agli sguardi degli sbirri. Ne restano in pochi, irraggiungibili e stronzi. Francesco ci rinuncia, schiacciato tra i tubi del ponteggio e la folla che cerca una disperata via di fuga. Migliaia di milanesi compressi in questa piazza che sa essere una trappola, inghiotte sulfurea e restituisce sfiancata. Se ne esce a stento, coi polmoni svuotati ed i piedi malconci. I topi di questo marasma nerazzurro sono gli ambulanti delle birre, si muovono con la destrezza furtiva dei venditori irregolari. Raggiungono i colleghi coi carrelli di rifornimento e fanno la spola col furgone parcheggiato in piazza Diaz. Nell’ebbrezza dell’impeto e tempesta di cori e cuori, la situazione precipita. E le mogli si preoccupano che le recinzioni non piovano sulle teste innocenti di chi dorme nei passeggini. Non è una festa per vecchi.

L’errore, madornale, sta tutto nei sogni. Forse. Francesco non porta anelli, non sopporta gli addobbi e gli pare una cosa da froci. Gli altri coi manganelli e lui a mani nude, per fare carriera nei secoli fedele e finire dietro la scrivania più ambita. Si becca gli sputi dei tifosi più giovani, e lo sfregio di uno sport dopato di violenza. Si gusta per radio il capo che chiacchiera col Ministro della Difesa, gli tocca l’orgasmo dei raccomandati che vibrano in poltronissima. Tiene una foto dentro il distintivo, e quella è sua moglie. Il cellulare squilla a vuoto e alla tele fanno vedere lo spettacolo. Lei si addormenta, così, senza neanche un buonanotte. È bastardo il destino, le volte che se la prende con le mogli dei supereroi. Quelli salvano il mondo e poi si scordano degli anniversari. Uno di questi giorni, ti faccio vedere. L’errore, madornale, sta tutto nell’essersi innamorata di quello giusto. E di certi errori può andarne fiera, hai voglia.

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