Insert coin: il ballo di San Precario

Posted on 1 maggio 2010

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Mezzo mondo si domanda perché mai la regia di una festa del Lavoro sia nelle mani ingorde dei sindacati italici, d’altra parte mezzo altro mondo se ne frega, ergo la linea editoriale di queste vane elucubrazioni oscillerà alla ricerca di un consenso se non unanime: quantomeno plebiscitario.

Attrezzare un palco in una piazza romana costa soldi. Attrezzarlo con le chitarre e le trombe e le musiche giuste, che piacciano ai giovanotti, costa due milioni di euro: iva esclusa. A quest’ora, cioè quasi in diretta, Antonello Caporale, redattore de la Repubblica, s’incazza a mezzo stampa e tuona in poche righe: «fossero stati con la coscienza a posto, e coerenti e determinati, i tre sindacati confederali avrebbero saldato il conto anziché del concerto soltanto del palco, magari con qualche luce psichedelica in meno. E avrebbero invitato gli artisti, i concertisti, gli autori, i direttori, i conduttori (e le conduttrici) a prestare la propria opera gratuitamente. Proprio in ragione della festa del lavoro. Per chi ce l’ha e per chi l’ha perso». Tombola.

Gente di Primo Maggio, come invoca la Sabrina Impacciatore, vi fanno la festa. In pratica sì. Ora insomma: che il trio Epifani – Bonanni – Angeletti, le tre disgrazie, intervengano al concertone che hanno finanziato coi soldi pure di mia zia (tra le irriducibili Cisl leader), barricati in un camerino qualsiasi, al riparo dei fischi delle folle danzanti, mi pare oltremodo disgustoso. L’ebbrezza della piazza la lasciano a Vinicio Capossela, bontà sua: saprà il demiurgo barbuto liberarci dell’incesto generazionale. Che poi, da un lato si gioca a drogare le percezioni sfasate dei teenager convenuti alla parata e dall’altro li si fotte sulle garanzie per gli anni a venire. Dice che il sindacato è vicino alle esigenze dei giovani. Con un linguaggio da pterodattilo e una prospettiva giurassica: vicinissimo è, quasi si strusciano, all’incirca.

Qui gente che s’ammazza di lavoro, un sacco bello. Ma tant’è. C’è gente che bivacca nel parcheggio occupazionale. Ma tant’è. Serve davvero un’edizione in differita del festival di Sanremo? Forse sì, serve. Eppure dalle colonne de l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, Marco Simoni obietta: «Continuare a organizzare il concertone per suggerire un’immagine di vicinanza ai più giovani non serve a nulla senza iniziative politiche adeguate, anzi, è controproducente: nessuno ci crede, alla vicinanza. Lo dicono i dati sulla sindacalizzazione. Solo il 19% dei lavoratori sotto i 34 anni è iscritto ad un sindacato». In pratica si festeggia a sbafo, in piazza San Giovanni. Si vive a sbafo, ambo i lati. Vecchi e giovini, senza pensioni e senza occupazioni.

Il tiggì di Rai3 apre così: una festa amara, per via della crisi. Mapperò va in edizione ridotta, per dare la linea alla ballata. Sì, in compenso c’è una bella atmosfera laggiù: panem et circenses. Dura un’intera giornata la solidarietà a perdere. Pare un rito voodoo, ballatevela la mazurca. Alla faccia vostra, applausi.

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