Killing me softly

Posted on 23 aprile 2010

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Se mai un’emozione potesse riassumersi in un suono, per far dispetto ai dettagli ormai sordi, quel suono sarebbe: patatrac. Il divorzio di queste ore in casa Popolo della Libertà va in onda in diretta radiotelevisiva e senza peli sulla lingua. Scatafascio di pentolame e cristalleria: mentre ancora volano gli stracci, le “scaramucce” coniugali appaiono senza dubbio più rancorose del solito. Definitive, semmai. Eppure l’evento infuocato di giovedì, per quanto timidamente sognato, pare aver lasciato senza parole astanti e distanti. È un racconto zeppo di particolari e, a trascurarli, si rischierebbe uno strabismo immeritato.

Il ditino di Fini che contrattacca senza audio agli improperi del Cav. deve il copyright ad uno di quei film diretti da Sergio Leone. Ora che ha smesso col fumo, neppure il sollievo delle chewing gum riesce a contenere la straripanza, anche fisica, del dissenso finiano. Nel corso dell’intervento, l’umore del presidente della Camera era apparso altalenante. Oltre ai mille distinguo profusi in questi mesi, niente di nuovo. Forse tanta determinazione maturata nelle ultime ore e un pizzico di irritazione scatenata dalla regia della liturgia berlusconiana. Il messale prevedeva infatti uno stillicidio di interventi vuoti con cui la quasi totalità dell’establishment di governo avrebbe tributato sostegno e gratitudine all’intuizione del predellino. Uno spettacolo lento e sbadiglioso, congegnato ad arte per confinare l’intervento eretico a margine del comizio di uno stuolo di fedelissimi. Quello di Gianfranco, s’intuisce, è un suicidio premeditato, tanto che le truppe dei «tipini fini» rinunciano finanche ad officiare il rito della dissociazione. Non intervengono gli Urso, i Granata, i Raisi. Non strepita in difesa dell’ex leader di Alleanza Nazionale neppure uno fotogenico come Bocchino, o Becchino – che dir si voglia, tanto in ogni caso, sostengono i maliziosi: «è la morte sua».

L’insofferenza di Berlusconi è plateale e plastica. Agita la testa e fa il gesto di “tagliare corto”, tutta una smorfia furibonda. Qualcosa dev’essere andata storta, non era previsto il funerale catodico di Fini. Almeno non giovedì. Si era optato per una fucilata dimostrativa, colpirne uno per educarne cento, eppure Silvio ha cambiato idea. Da mesi non digerisce le prese di posizione dell’allievo di Almirante. La fondazione FareFuturoil giornale online, il movimento GenerazioneItalia: un partito plebiscitario non ammette attivismi e non consente dissensi.  “Un giornalista straniero che avesse ignorato i prodromi e la coda polemica che ha preceduto la direzione nazionale di ieri (riunita per la prima volta in un anno) avrebbe anche potuto pensare che però, questi italiani: parlano chiaro come nordici, altro che fumi e bizantinismi”, scrive Facci. Eppure d’un tratto quel rumore inatteso: patatrac, a sancire una rottura forse definitiva. Un linciaggio in stile leninista cui i giornalisti hanno assistito da una sala attigua all’auditorium di via della Conciliazione, nome disgraziatissimo, ove andava in scena l’epurazione. Silvio difende a spada tratta l’operato del Governo, tende la mano al Carroccio, prende atto delle proposte del presidente della Camera come un tronista promette fedeltà al consesso di estrogeni.

Da oggi cambia tutto. Cioè niente. «Come se non piacesse più il presepe che ho contribuito ad allestire, non è un capriccio»: giura. Da mesi la strategia è chiara, rompere le palle ed aspettare. Se fosse una guerra (ma è un semplice tafferuglio) sarebbe simile a quella ingaggiata da Fabio Massimo contro Annibale: guerra di logoramento e sfiducia. Purtroppo le schermaglie finiane non hanno convinto neppure le truppe aennine, affascinate dall’orgoglio eppure innamorate della sopravvivenza: i parlamentari d’area hanno seguito i colonnelli sotto la tenda confortevole e “porca” (vedere alla voce legge elettorale) dell’imperatore arcorese. Le giravolte ideologiche non sono affatto gradite allo zoccolo duro, erede della fiammeggiante esperienza almirantiana ed i più critici della nuova linea si ritrovano proprio nelle vecchie sezioni dell’MSI o in giro tra le teste rasate dei giovani di AG. Se fosse vero, ma non lo è probabilmente, sarebbe ridicolo ciò che sostiene l’indemoniato La Russa: ossia che gran parte dei temi della destra nazionale sono oggi patrimonio identitario dei leghisti vittoriosi. Dio, Patria e Famiglia in versione Thor, Padania e Quadriglia. In realtà le posizioni di Fini sono coraggiose e moderne, meritano di esistere (ed è questa la colpa più grave, a detta degli Inquisitori berlusconiani) e di significare minoranza.

Lo scranno più alto di Montecitorio può ben ospitare la rivoluzione copernicana o voltagabbana di un delfino prestato alla subacquea. Funziona così nei partiti di tutto il mondo: uno la pensa in un modo, uno in altro. Whatever thinks, basta che si pensi. Intanto si lavora di fantasia, come ci ha insegnato la pubertà, e si gioca al totoscenari. Il vuoto lasciato dal «coaffondatore» Gianfranco potrebbe essere presto riempito dalla squadra democristiana in fase di avvicinamento dopo le vittorie in Calabria e Lazio: a pensarci bene, Pier Casini sembra esser scomparso dai pastoni di dichiarazioni del tiggì di mezza sera. Attende e congettura, da buon democristiano. Eppoi ci sono i numeri. Anche quelli importanti, sebbene il sottoscritto non creda alla retorica del “vincere è una questione di centimetri”. Fini non li ha. Nessuno a parte B. li ha, al momento. Undici irriducibili significano niente o forse meno, per quanto i Vangeli contengano un precedente interessante. Eppoi c’è la cabala ed è l’anno dei mondiali. C’è un confindustriale fortunato che semina il panico e si appresta ad oliare gli ingranaggi del think thank Italia Futura, ora che a smesso di guidare la Fiat. C’è Ciccio Rutelli, orfano di cadrega, sempre lì in agguato: zona Vaticano. Ed i vertici PD, talmente spaesati che probabilmente in queste ore saranno a cena da Gianni Letta.

Intrappolati tra le poltrone della direzione nazionale romana, restano i pregiudizi sul “partito di plastica” farcito di yesman e la festa mancata per le regionali stravinte. Restano pure il tifo della claque e il sudore dei titani. La rabbia di Silvio ed il narcisismo di Gianfranco, da canovaccio già letto. Comincia una guerra fredda che allontana lo spettro della noia ed accende la speranza che anche in Italia nasca un’opposizione cazzuta e creativa. Astenersi democratici e perditempo.

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