Compagni avanti, il gran Partito

Posted on 28 febbraio 2010

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Incredibile. Uno, nella vita, sono poche le certezze che gli restano. La sintassi, per esempio: eppure non si direbbe. Ed i colori, forse. Fino a ieri guardavi l’arcobaleno, vedevi il rosso, pensavi a Nichi. Nell’ordine era il primo in fondo a sinistra, impossibile sbagliarsi. Poi un giorno arriva uno nuovo a scombinare gli assetti. Nella fattispecie quello nuovo fa il precario in un call center e, di mestiere, sogna la rivoluzione. Nel frattempo si accontenterebbe della presidenza della Regione Puglia, così per ingannare il tempo. Si candida e fa sul serio. Evidentemente i comunisti giocano a scavalcarsi a sinistra, e ci riescono. Sulla sua falce e martello non c’è un fulmine, ma un 4, «simbolo della IV Internazionale di Trotsky e della Lit (lega internazionale dei lavoratori) che si pongono l’obbiettivo di ricostruire l’Internazionale rivoluzionaria».

Urca: il Comitato Centrale del Partito di Alternativa Comunista, riunitosi in consesso, ha scelto il trotzkista Michele Rizzi per sconfiggere la guerra imperialista, il razzismo e la crisi capitalista. Michele Rizzi, mo’ mo segno, per cominciare la sua campagna ha puntato in basso, accampandosi sotto il Comune di Barletta assieme agli operai della Bar.sa. che rischiano il posto e non sanno a che santo votarsi. Porta l’orecchino, si veste come uno normale e sfoggia un lieve accento nordbarese. Alle sue spalle sventolano vessilli nostalgici, bardati d’una passione sanguigna: è uno che ti chiedi se ci è o ci fa, ci parli e capisci che crede sul serio in ciò che profetizza. Lo sguardo timido ed il mento alto, convinto che la sua sia tutta un’altra storia. Tutta un’altra storia. Parla di profitto non distribuito, di lobbies cannibali ed altre amenità. È un caso più unico che raro, ma non diteglielo: si schermisce e se la prende coi cliché della stampa di regime. Se ci si mettesse alla ricerca di un gemello, si finirebbe lassù in Francia. Ironia della sorte: si Parigi teniss ‘o mare, sarebbe ‘na piccola Bari. Il gemello, dicevamo, si chiama Olivier Besancenot, leader della Ligue comuniste révolutionnaire (Lcr), uno che la campagna per l’Eliseo l’ha fatta porta a porta, in bici, non fosse altro che era e continua ad essere il postino a tempo determinato del suo piccolo paese. Si finisce per scoprire che quella di Rizzi è la candidatura più europea del panorama, considerato lo smottamento a sinistra in corso: se Barcellona avesse un Rizzi, sarebbe una piccola Barletta. E le suonerebbe alla gauche d’oltralpe, di santa Regione. Michele guadagna due euro e mezzo l’ora e se la prende con Vendola, il barone rosso del Tavoliere. E con Fitto, il ministro affamatore. È serio e preparato, ricorda nell’aplomb i personaggi di una ignota saga televisiva nostrana U’ purp, remake baresissimo della fortunata serie televisiva La Piovra: una sitcom di brutti ceffi dal cuore d’oro. Parla di occupazione, di lotta di classe, di patronati ladri, di delocalizzazione: «sono pronto a fare in modo che la nostra coscienza aumenti a tal punto da mettere in discussione lo stesso sistema capitalista, per distruggerlo e portare al governo i lavoratori».

Se i compari gli chiedono quale sia il suo programma, timorosi di una restaurazione stalinista, ribatte deciso: l’Adelchi di Tricase, la Franzoni Filati di Trani, la Cofra e la Bar.s.a. di Barletta. Ecco qui. Il suo programma è questo, e lo si potrebbe dimostrare fisicamente. Se lo cercate in giro, meglio guardare trai derelitti, è lì che lo trovate. Nelle poche tivù che lo ospitano, ci va in dolcevita e mostra i muscoli. Per dire: si è messo a manifestare davanti alla sede Rai di Bari che, a suo dire, trascurava il ribollire alternativo della Lega Internazionale de Lavoratori, di cui Rizzi è l’estrema, adriatica propaggine. Alla Fabbrica di Nichi, pletorica macchina da guerra vendoliana, contrappone i Comitati Operai, le fabbriche unte e vere, dove si lavora e «non quelle di cartone», con inevitabile allusione alle riciclate scenografie dei video del leader di Sinistra e Libertà. Nichi rappresenta la sinistra al caviale, «quella che al Governo con Prodi ha sostenuto una politica padronale di guerre imperialiste, innalzamento dell’età pensionabile, finanziamenti alle scuole private e precarizzazione del mondo del lavoro. Ed anche in Puglia, quell’esperienza ha lo stesso sapore». Non le manda a dire al vecchio compagno di partito e, quando parla, pare un comunicato di rivendicazione: «stante il valore relativo che continuiamo a dare alle elezioni borghesi, consideriamo questo passaggio elettorale quale un pezzo del cammino della costruzione del nostro partito su scala regionale, con riflessi su quella nazionale». Capisce che la sua candidatura sia una notizia, se non altro, dal fatto che un manipolo di fotografi del gruppo L’Espresso lo abbia tirato giù dal letto di prima mattina per un servizio. Eppure sentite qui: «a me interessa poco di spazi mediatici, anzi mi scocciano le interviste, solo che le faccio per dare risalto alle lotte». Il suo radicamento sul territorio è un fenomeno virale, inaugurato con la vetrina delle scorse elezioni per il rinnovo del consiglio della sesta provincia pugliese, quella col nome da supereroe: la BAT. Oggi è presente dal Gargano al Salento, e non è che sia una passeggiata: niente affatto. Dovrà vedersela con i principi dell’impero centrodestro, coi cuginetti delle truppe rosso Nichi, colle trippe egocentriche della squadra casinista.

Un Risiko insolubile che ti fa capire perché di capelli, a Rizzi, siano rimasti ormai pochi. Il suo è un vero buttamento di sangue, come dicono a sud della Padania, ma ci sembra piuttosto avvezzo Michele: uno col problema di arrivare a fine mese, figurati se s’inguaia appresso al siparietto locale. Alle scorse provinciali ben 651 elettori hanno creduto nel suo progetto antisistema, quasi mezzo cittadino su cento campa a pane, amore e falcemartello. Non un successone, ma tutto sommato una soddisfazione di quelle che giri col pugno chiuso per una settimana intera. La rivoluzione non può attendere, diteglielo a chi lo snobba. Mocc’a lui. I compañeros, a questa tornata, si scontreranno «financo», come dice Rizzi, con una listarella dal nome inquietante: Rifondazione DC di Publio Fiori. Avete letto bene: Rifondazione DC si chiama. Ma questa è un’altra faccenda: la democrazia, se assunta in dosi massicce, può avere effetti lassativi.

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