Non fiori, ma opere di bene

Posted on 25 febbraio 2010

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Non aveva ancora deciso come morire. Se sparare al cuore o un colpo dritto in testa. A pensarci bene, una pistola non ce l’aveva mica: il che incasinava enormemente le cose. Viveva lontano dalla felicità e laggiù aveva piantato la sua tenda. Si svegliava ogni notte, di colpo, convinto di essersi ucciso. Un tempo era precitato per le scale del municipio, un altro aveva interrotto la folle corsa contro un mastodontico muro. Stranito, rifletteva. Poi si riaddormentava, e gli restava il sudore a benedire l’inconsistenza della sua esistenza.

Se un giorno fosse successo davvero, se gli fosse successo di uccidersi, ecco: sarebbe parso per lui un errore del tutto usuale, rituale. Prevedibile. Per questo viveva benissimo, lontano dai sorrisi. Aveva imparato tante storie e le ricordava dentro di sé, avesse avuto il tempo: ne sarebbe venuto fuori un bel libro. Certo non poteva vendicarsi, né giocare alla guerra innescata da un orribile parentado. Aveva conosciuto la violenza delle lacrime, il dolore dei pugni e ora se ne fotteva di un mutuo in più da pagare. Fanculo i soldi, pensava. Lavorava da quando gli si erano riempite le mani della forza necessaria a scaricare cassoni balordi stracolmi di mutande, e forse anche da molto prima. Malediva il Cielo, solo, i giorni di mercato che veniva a piovere sulla sua tenerissima bancarella. E sopportava bene i dispetti di una famiglia coesa, protetto da un guscio impenetrabile. Aveva una moglie forte e restava aggrappato a tutta quell’energia, i giorni che nascevano storti. Aveva una figlia troppo intelligente per essere sua, eppure gli somigliava: la bocca, forse. Non aveva ragione di coltivare la debolezza che gli avevano insegnato da piccolo. Aveva trascorso anni interi dentro il cinema dei suoi genitori, l’unico del paese. Chiunque chiedesse indicazioni per la sala Ariston, si ritrovava di fronte alla sfrontata puntualità dei concittadini che gesticolavano ampi e consigliavano dove parcheggiare. Dopo scuola, correva a casa. Poi di filato al cinema. Era lui ad accendere la passione dei quattro matti che si rintanavano tra le poltroncine rossicce. Era lui il proiezionista, coccolava la pellicola. Azionava i comandi e la gente s’innamorava, tramava, rideva. Era convinto, da allora, che le emozioni nascessero in un pulsante: era il solo, dunque, a non averne uno. Nei meriggi alluvionati, la sala si riempiva di coppie e comitive.  Succedeva tutto d’incanto: stappava la pizza e ficcava il nastro. Centrava l’immagine con la perizia dell’inesperto, qualche strappo. Poi la musica avvolgeva il buio vuoto. Avanti così per anni, roba da lasciarci la mente appresso alla noia di un incantesimo stanco. Leggeva nel frattempo alla fioca luce che il proiettore seminava alle sue spalle, aveva inventato questo gioco: leggeva una pagina e ne saltava una. Gli scrittori raccontavano troppo, quasi peggio dei registi che indugiavano sulla fondina per minuti prima che lo sceriffo sfoderasse la pistola e, in sol colpo, smembrasse la geometria immobile del saloon. Ecco dov’era finita la sua pistola, che gran casino la vita indebitata di uno che non sapeva sognare.

Apprezzava del silenzio la tranquillità, adorava quel buio in cui tutto si muoveva. Non aveva visto nessuno dei film proiettati laggiù in fondo. Solo i suoni, quelli aveva visto, e non li avrebbe mai scordati. Dal tono riconosceva le trame e andava pazzo per le colonne sonore. Non aveva alcuna dignità il suo pomeriggio, se non il prezzo dello svago dei consanguinei, che passavano il primo tempo a fottere nel deposito accanto al bar e nell’intervallo s’improvvisavano baristi provvidi. Di rado, il pubblico gli rendeva onore intrattenendosi finché i titoli di coda non erano scorsi dal primo all’ultimo, nessuno si preoccupava di tributargli l’estremo e vano atto di gratitudine. Il nastro andava rimosso solo dopo sette secondi di nero. Poi luci in sala. Era la regola dei sette secondi: l’unica traccia del suo imperscrutabile e divino ruolo, ma nessuno se ne accorgeva. Dietro il foro circolare donde si propagava la luce dello spettacolo giaceva l’irrequieta ansia di un lottatore nato. Per tutto il tempo delle elementari aveva atteso che i film finissero: poteva correre a casa e leggere la pagina trascurata, chissà che l’autore non avesse qualcosa di bello da raccontargli. Ogni volta s’illudeva. Aveva interrotto gli studi per perdersi appresso al destino di suo padre, uno che era meglio non contraddirlo. Uno che non avrebbe dovuto tradirlo, sua madre: se solo avesse voluto restargli accanto per il resto dei suoi giorni. La sventuata era precipitata nella trappola delle lusinghe spinte del cognato, un giorno che il cinema era deserto. Erano fuggiti lontano, lui e suo padre, lontani quanto bastava a soffocare il vociare dei vicoli in cui risuonava l’eco dell’affronto. Vivevano ad un passo dalla serenità e commerciavano in biancheria. Merletti, pigiami, collant. Gli affari andavano bene, e a cena il cibo faceva decisamente pena, senza una moglie cuciniera. Tanta la delusione, suo padre era presto morto di crepacuore, lasciando un erede imperfetto e creativo. Ora che una famiglia ce la aveva anche lui, gli era rimasto il sonno guastato da quei film che non aveva voluto vedere da piccolo. Mancava la serenità e bastava l’affetto a ricucire gli stracci del paese ingiusto. Mancavano i quattrini, ma non era questo il problema: fanculo i soldi, pensava. Gli toccava assistere allo sceneggiato di una faida ridicola, fatta di carte bollate e ricatti e cugini bolliti. La casa che aveva pagato con le bestemmie mensili delle rate scomode del credito cooperativo e degli interessi fottutissimi, se la riprendevano.

Avevano il diritto dalla loro parte, quelle garanzie che potevano fornirti la colleganza altolocata. A dire il vero, non aveva ancora deciso come morire. L’avrebbe fatto sicuro di notte: il tempo di chiedere scusa, maledire il perbenismo borghese degli amici che lo avevano abbandonato. Poteva volare, non avendo una rivoltella. Si era sempre chiesto perché mai tutto restasse incollato al pavimento, ora gli toccava invertire una secolare certezza. Ma non era ancora il tempo. Aveva la tranquillità del giocatore a fine carriera, poteva rischiare e la cosa lo faceva impazzire di gioia. Doveva vederli piangere, nel liquido orrore della tragedia. Sapeva bene quanto contassero le lacrime: solo quelle aveva conosciuto di buono in quella sala. Loro, le immagini, scorrevano con tanto di musiche di fondo e quelli del paese si consumavano in un pianto molle e fiacco. Li avrebbe umiliati, ecco. Sarebbe stata una sciagura per quei dinosauri benpensanti che erano venuti fin lassù a togliergli il sonno, cazzo se avrebbe sputtanato la morigerata perfezione di una coppia di benefattori. C’erano lui, sua moglie e sua figlia, a combattere contro l’ipocrisia degli amici del nuovo vescovo. Non sappia la mano destra cosa fa la sinistra, e così agli oboli per i restauri della cattedrale di Sua Eccellenza corrispondeva la sprezzante avarizia di chi toglie il tetto alle teste dei parenti. Ci fosse stato un dio qualsiasi in giro da quelle parti, quelle mani gliele avrebbe mozzate: certamente. Un dio di quelli che si vedevano nei film li avrebbe atterrati all’inferno quei malfattori, e forse si stava organizzando con calma. Non era una faccenda di soldi, non solo

Era fredda quella notte, da non crederci. Era un guaio riscoprirsi nudi e trasparenti davanti alla città, sbugiardati dalla baldanza di chi non ha nulla da perdere, ma restavano i denari a comperare la fiducia dei salotti buoni. Ci si compravano coperte elettrice, l’ultimo ritrovato della agiata pigrizia, con quei lerci denari. Ci fosse stato un dio, quella notte, se ne sarebbe compiaciuto: di una coppia di affamatori che crepavano nelle fiamme del lusso. Come quella pellicola di un vecchio western che si era impigliata trai denti del proiettore, aveva grattato contro la lampada e si era accesa di una luce nuova in quell’anfratto. Quel giorno di tanti anni fa si era beccato le sante mazzate di suo padre, oggi, alla notizia di un dio così superbo e peccaminoso, gli scappava da ridere. Erano morti nel falò della propria protervia, quei due. Pace all’animaccia loro.Gli restavano la casa, la moglie, la figlia. Erano talmente intoccabili che avrebbe trascorso il resto delle sue notti a vegliarle, ché nessuna fiamma mai le lambisse.

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