Volare sopra le parole

Posted on 17 febbraio 2010

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Dire cosa sia, da che parte stia la verità non è cosa comunemente mortale. Semplicemente cercare la verità è forse cosa nostra, tutto qui.

Inutile dunque inseguirla nella lettera di Povia, spedita in diretta dall’Ariston e firmata dalla vostra bambina per sempre. Canta di progetti, speranze, corse, abbracci: ad un anno dal lento volo di Eluana Englaro. La protagonista del testo sanremese supplica di non voler dormire in fondo al mare, chiede a mamma e papà di spiegare le ali verso un’altra vita. Non sopporta il dolore dell’immobilità, il silenzio della paralisi «mentre il mondo può vedere il sole». Alla vigilia della kermesse ligure, la polemica giurassica sulla scelta singolare dell’artista aveva scatenato la curiosità dei mercenari dell’opinione, mentre risuonava ancora l’eco della gaia redenzione ad opera del buon Luca di appena un anno fa. Pena per i nostri denti, dunque. C’è da dire che il ritmo piano ed armonico piace, invece è il testo che avrebbe dovuto far discutere. Per almeno un paio di motivi. Intanto Povia in questi anni aveva spesso indossato i panni dell’integralista, cantando l’amore ortodosso ed eterosessuale, ma non solo. Dal palco del Family Day, chiacchieratissima processione romana delle associazioni cattoliche di qualche tempo fa, aveva tuonato contro le coppie di fatto e l’estensione dei diritti a tutto ciò che non fosse uomo – donna – figli. Giocava a fare lo speaker vaticano con quell’aria da capellone sognatore, e la parlantina da integerrimo custode dei valori peninsulari. Insomma la canzone parla di brividi che nessuno si aspettava dall’autore. Ed a rileggere i versi si scopre una verità nuova, le parole di una figlia che non c’è più sono tenere e morbide. Una figlia libera dalla prigionia della malattia, consapevole di una scelta disperata.

Mancano tuttavia la fierezza di un messaggio deciso, l’orgoglio bipolare del cantautore schierato: meglio così. Tanto più che ci si attendeva il fascicolo terzo della catechesi poviana. Che non è arrivato. La canzone in gara alla sessantesima edizione del concorso canoro è spiazzante e commovente. Si schiera dalla parte del relativismo etico e spinge alla riflessione. A guastare il nobile tentativo resta quel fiacco narcisismo del cantautore, resta il sospetto che troppo netto sia il confine tra palco e realtà. Pesano, più di ogni altro vuoto pregiudizio, la mimica elementare e la scenografia fin troppo plastica. Tutto puzza di show business, ma a pensar male si fa peccato. Guai però ad inseguire le convinzioni, a santificare le certezze. Oggi Povia vola sopra le parole, ma atterra su un terreno difficile. Tutto ciò al termine della giornata mondiale della lotta contro la Hybris, la più grave malattia dell’anima: come dice Camillo Langone. Nel frattempo spiace arrendersi alla constatazione che un anno dopo lo stillicidio legale e intimo della giovane Eluana, la musica abbia fatto più delle aule parlamentari. Niente di nuovo sul fronte del testamento biologico, nulla. E la tempesta di dichiarazioni è scemata nella calma piatta dell’oblio. Fa discutere intanto la vicenda di Salvatore Crisafulli, ingabbiato in un’esistenza vegetale che difende con forza e speranza. I gesti impercettibili ed i rantoli strazianti proclamano la gioia di una vita che vola a bassa quota, si accontenta. Gode del calore di una solidarietà familiare e vitale. A Catania, tra le vecchie case del centro storico, non si arrende la battaglia di Salvatore, di Pietro e di Marcello. Resta viva a ricordarci quanto conti la volontà di ognuno di noi, quanto importante sia la nostra verità. Resta viva a ricordarci che la vita è tanto intensa. Che non bastano neppure le canzoni stonate e le luci della ribalta a riempire le notti insonni di chi sogna il risveglio.

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