L’incubo di una notte binaria

Posted on 4 febbraio 2010

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Verso Sud in una notte, manco il tempo di accorgersene. Il viaggio che più sconvolge è quello lentissimo. Quello che si gusta piano e ti resta nella schiena. Che scricchiola alle giunture e frena di tanto in tanto.Vi ci porto stavolta, tutti a bordo. Una raccomandazione prima: per annebbiare la nostalgia della metropoli non basta un treno qualsiasi. È bene tuffarsi in quei convogli arrugginiti che dodici-ore-dodici e sei a casa in un battibaleno. Ci vuole l’oscurità a sbiadire il frastuono dei ricordi. Già in Centrale l’attesa per il binario è un limbo che scuote i pensieri, confusi tra le valigie formato famiglia. Il Milano – Lecce più che un treno è uno status symbol. Ci sono universitari, ricoverati, manovali e immigrati. Fossimo altrove, saremmo ovunque. Vedi il popolo dei pendolari della speranza riversarsi tra le carrozze con l’ardire di una falange sconfitta. E intuisci l’etnia già dal taglio dei capelli. I foggiani ce li hanno ordinatissimi e con la riga in vista, ai baresi son rimasti i riporti ed un velo di forfora, i salentini abbondano in brillantina e finiranno come i baresi. Di sicuro c’è che costoro, che il posto l’hanno tra le carrozze di testa – sorta di prima classe degli incapienti, impiegheranno un’incommensurabile mole di minuti per raggiungere l’agognata poltrona. Ed in quella prima, insopportabile sofferenza pregusteranno il sapore di un’avventura cervicale. Una volta su, tocca sfasciarsi la capoccia nel tentativo d’incastonare i bagagli in perfetto stile Tetris. Fare amicizia coll’allegra masnada dei compagni di ventura. Disvelare antiche parentele col capotreno alto in grado, ché tanto la velocità liquida non fa mica per noi. La sociologia in tema si spreca: perché mai transumare muniti di una quantità di masserizie tali da poter arredare un qualsivoglia megastore longobardo? Perché sì, punto. La ricchezza dei poveracci abbisogna di un’ostentazione pingue e scolorita. Si serve del metro più genuino che le domestiche scorte possano offrire. La povertà si misura in pagnotte, per definizione è inversamente proporzionale al peso dell’imbottitura. Quanta più salame, che nelle patriarcali Puglie si declina al femminile, tanti meno argenti. L’inquietante dignità dei muratori che scendono a festeggiare la cresima del figliolo, però, prorompe anche dal riflesso degli scarpini. Riverniciati all’uopo. Se c’è una cosa per cui non si bada a spese sono i calzari; dev’essere un retaggio pagano, fors’anche feticista: i piedi devono stare comodi, ne va della salute tutta. Quindi sui sedili giacciono calzini spaiati dentro modelli che respirano, degni d’un design frutto della scaltra emulazione di un operaio indocinese. Ma il portamento è quello regale di chi avanza, scalzo, nel futuro.

Tutto è spinto, piuttosto finto. Quegli aggeggi, che oggi contengono biancheria sessuorepellente, un tempo erano zaini e quegli orpelli, che oggi si arrendono alla gravità, un tempo erano tette. Senza di loro il viaggio non sarebbe lo stesso, sarebbe una crociera o un’escursione. Due palle: il guaio della prima è che non c’è una meta vera, il brutto della seconda è che ci sono troppe zanzare. Il treno si anima di notte, si accende di: vita storie sbadigli. Di controllori che fanno piano e richiudono lo sportello. Di vesciche stracolme svuotate all’addiaccio. Di esalazioni irrespirabili e salviettine rinfrescanti. La notte di un treno è una storia lunga. Tanto lunga che ti accorgi di essere in Puglia dal primo sole che sfotte gli olivi, dagli invasi che inghiottono piogge e dai pannelli fotovoltaici che appestano i campi. Ti accorgi di essere a Sud anche dalla professionalità del controllore che, di fronte alla apocalittica prospettiva di dover azionare il blackberry, gli si inceppano le speranze. «L’hanno già controllato a ‘sto bglietto, vero?» è la migliore via di fuga degli ultimi centocinquanta chilometri. Anche le cabine sono semivuote: la donna ecuadoregna, che da Bologna in giù non aveva fatto altro che urlare al telefono in uno slang afringlish, è scesa a Bari e, stando alla sua versione, non sa ancora chi dei suoi amanti dovrà pagarle i cinquanta euri del biglietto. Resta l’intellettuale coi baffi che stanotte sperava di sgranocchiarsi Guerra e Pace, però quegli altri gli hanno spento la luce. Resta il laureando che si è fatto lasciare dalla tipa giusto all’altezza di Ancona, ponendo fine ad un mieloso stillicidio che andava avanti grazie solo a qualche dannata promozione You and Me. Resta la fetente pattuglia di punkabbestia che ora dorme beata, dopo aver appestato di fumo e liquami quel tripudio di assorbenti che è il cesso ferroviario. Dormono tutti a parte un eccitatissimo operaio, si capisce lontano un miglio che un ricevimento nuziale di quelli ad oltranza lo attende di qui a qualche ora. In un noto ristorante a picco sul mare di Santa Cesarea Terme, ove ha prestato collaborazione non retribuita nelle vesti di vice cuoco mentre studiava all’Alberghiero, andrà in scena il filmino del suo riscatto. La vittoria di un fidanzato a cui è stato preferito il cugino, consigliere comunale dalle scorse consultazioni. Per vincere tale disfida, si è portato dietro una tizia di Bologna, collega sua siliconata, che per tutto il tempo fingerà di essersi accasata chez le metalmeccanic.

Le stazioni meridionali sorgono nel cuore della periferia popolare, ci trovi palazzotti scorticati, vagoni in pensione e graffiti malconci. Sono desolate, scorate officine nonostante le bande di parentado giunte sui binari ad accogliere lo polentone loro prediletto. All’alba i quartieri dormitorio sono solitari e severi, pullulano di Fiat relegate sui marciapiedi e carrelli della spesa presi in prestito dal market. È la campagna il pugno nell’occhio, per uno che si sia addormentato a Piacenza e si risvegli ora, a San Severo. C’è una brina spettacolare che si squaglia sotto i rai di una stella vitale. Chi siede lato finestrino si becca lo sganassone più violento della vita sua. Da Levante s’accende un sole bestiale e lo c’entra in pieno volto. Per gli uomini di buona volontà ci sono valigie da trasbordare e passeggini da rimontare: tremendo quello di questa mamma. Negli occhi incavati, dilaga un trucco sbavato. Sciolto da lacrime per un viaggio che non s’avea da fare, il viaggio di chi corre incontro ad una bara. Questi viaggi sono pieni di funerali, di insonnie e di pianti. Vita e morte sono infatti vicenda binaria. Tutto, d’un tratto, finisce. Verso Sud in una notte, giusto il tempo di un sogno lesto. Questo.

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