Pelo e contropelo

Posted on 20 dicembre 2009

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Chi cerca l’ombelico del mondo potrebbe scovarlo sotto casa, eccolo.

Provate in un barbiere di quelli vecchio stile nella profonda provincia meridionale. Entrarci è esperienza, a dir poco, ultrasensoriale. Gli arnesi sono ancora relitti di un passato vicino e il cicaleccio è realmente virtuale, peggio di quello di uno sputtanante social network. Un’occhiata al tavolino della saletta d’attesa e intuite lo spirito versatile degli avventori. Che si nutrono de «la Gazzetta del Mezzogiorno» per le cose serie tipo i risultati del girone sfigatissimo del campionato dilettanti e di «Eva tremila» per tutto il macroscopico resto. A dire il vero, la bibbia del barbiere ha un nome compatto e una grafica tricolore à la tedesca: si chiama «Cronaca Vera», e – se non l’avete ancora sfogliata – sapete cosa chiedere domani all’edicolante. Imprescindibile dettaglio: lo scabroso tabloid va rigorosamente acquistato assieme ad una qualche ben più blasonata testata. Voi prendete La Stampa – faccio per dire, la piegate in due, ci ficcate dentro «Cronaca Vera», e riponete l’allegro malloppo sottobraccio. Nel borgo penseranno che c’intendete di politica internazionale e global warming, in realtà il vostro formoso universo ruota attorno alla gnocca patinata e non più oltre. In più: le catastrofi prosastiche dei vecchietti lettori ai cronisti veri non sfuggono mica, né le cruente stimmate apertesi sulle palme di una perpetua sarda ottuagenaria. Comunque in un salone da barba i giornali servono poco, semmai fanno da spunto ai fantasmagorici clienti.

C’è da dire che, in ossequio al postulato della coda, se un barbiere è vuoto non ci va nessuno. Quando i divanetti cominciano a riempirsi di barbe in attesa, è allora che si entra in azione. Ci sono quelli, davvero esperti, che sanno abbinare la legge dei grandi numeri all’orario di lavoro, e li becchi solo al sabato. O alle vigilie. Rigorosamente all’ora di punta. Ci sono quelli, parrucconi nostalgici, che si radono settimanalmente la pelata e, non fosse per il riflesso, predirebbero il futuro sferico ai crocicchi delle vie. Eppoi ci sono gli altri, che senza di quelli non ci sarebbe storia: ci vanno d’estate per l’aria condizionata e d’inverno per il deumidificatore. A gratis. Poi dice che uno non si confronta, oggi quiddentro uno su due si lagna di un qualche figliastro incastrato tra la nordica neve, ché i prezzi aumentano e la qualità scende, e hanno soppresso il Torino – Lecce, treno marcio più inefficiente del globo, e tutti gli intercity notte. Si tratta in pratica di eutanasia, maledetta Feccia Rossa. E se pure il pubblico brizzolato pare diviso assai, qui prevale il sano revanscismo terrone gongolante per il fallimento padano, bastò difatti una nevicata a mandarli in tilt. Poi dice che nel Mezzogiorno si campa con le emergenze e si mangia con le calamità. Mattanto Gino ha fatto il ferroviere in una casa cantonale di quelle che ci vivevi dentro solo per manovrare la sbarra del passaggio a livello, e costui sa bene che la colpa non è delle Ferrovie. «None».

Al nord è tutto diverso, se non sei “frocio” non vai da nessuna parte. Manco il cameriere puoi fare. I barbieri, per dire, lassù si chiamano parrucchieri e i saloni s’appellano centri benessere. Dimmi tu se codesta divergenza onomastica non incide, gioco forza, sui destini degli itali manidiforbice. Nella terra della nebbia quelli che fanno le barbe o sono meridionali o sono sudamericani. O sono chiusi, e questo è un altro problema: ci torni il giorno dopo.
Poi non è che camminino, al più sculettano. E se devono sbizzarrirsi in sermoni bestiali, parlano del racket degli affitti in nero e del giro di droga al parco dietro l’angolo. È normale che uno sia diffidente: per esempio oltre il Po ci trovi pure le signore dal barbiere, e già questo un minimo ti disorienta. Da casa ti eri portato una sporta di certezze, e qui ti chiedono di rimetterle in gioco. Ci sta la manicure ed il disagio aumenta, così – per disperazione – tiri in dentro tutti i peli che germogliano sul viso implume e speri che lo strazio si quieti in breve. Infine, la dicotomia sta tutta nei camici che ti mummificano per il tempo della rasatura, nel triangolo industriale li fanno neri e li lavano spesso e ci mettono l’amido: finisce che ci stai dentro e manco vorresti sporcarli. Quaggiù, v’è la sensazione che quello che indossi abbia cinto finanche l’atavica panza del nonno tuo prediletto, allora già ti senti a casa. E non vai a cercare il pelo nel nuovo.

E chi li sopporta, per dire, quelli che devono necessariamente disquisire di carrozzeria? Sui divanetti scoscesi dove siffatti avventori stanziano abitualmente, c’è posto per la maschia superbia che si scatena con le cilindrate e le curve. Sembra sia in corso un corteo del proletariato del testosterone, e chi non lavora non fa l’amore. Chi non lavora di fantasia, invece, s’arrangia proprio. Cheppoi non è che qui non si faccia cultura, come testimonia il trofeo conquistato a margine di un fangoso triangolare di calcetto a cinque, ma pure si specula di filosofia. In cima ai crani zelanti, se sorpassi il fumo e scavalchi la polvere, scopri che campeggia il dilemmatico quesito: «In un villaggio c’è un unico barbiere. Il barbiere rade tutti (e solo) gli uomini che non si radono da sé. Chi rade il barbiere?». Ora ‘sta roba assurda pare che l’abbia scritta uno che, a giudicare dalla foto, come minimo di mestiere faceva il pensatore e, al più, deve aver messo in crisi la logica contemporanea. Giuseppe, che a fare le barbe gliel’ha insegnato suo papà da piccolo, ha l’aria di uno che le risposte le sa, almeno per sentito dire. E a Russell, quello dei paradossi, gli risponderebbe che: lui se la farebbe tagliare da suo padre, tanto pure che adesso sta in pensione: la mano non gli trema ancora. Alla luce della sagacia di cui abbonda l’eloquio del barbiere mio, poteva persino pensare fare l’economista da grande. Invece smanetta coi rasoi, ma questa è un’altra vita.

E, prima o poi, viene il turno di tutti: barba e capelli alla faccia nostra. Tocca a me, non vi dispiacete.

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