Muri appesi ai Crocifissi

Posted on 7 novembre 2009

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Basterebbe tacere, talvolta. Avete presente il silenzio? Ecco, quella cosa lì. Ed invece tocca indignarsi mestamente per una storia che puzza di medioevo e si tinge di moderno. C’è di nuovo che ci fanno il lifting. E la sedicente Corte europea dei diritti dell’Uomo “non è in grado di comprendere l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo”. Insomma stiamo violando una qualche serissima Convenzione, pare. Estirpatelo, levatelo, scrostatelo. Fate come se foste a casa vostra, gente. Ma fate in fretta, di grazia. C’è il rischio che a breve qualche scolaretto si converta, finisce che rispetta i comandamenti e non si sa come va a finire. Tuteliamoli i bimbi corruttibili, non sia mai ne venissero turbati. Esiliatelo pure quel Nazareno inchiodato mani e piedi, non opporrà resistenza. Cacciatelo. Prima fate meno m’imbarazzo. E perdonate se mi vergogno un po’ a far decidere a un causidico di Strasburgo che ne sarà dell’anima mia. Non ho mica bisogno di simboli per esser quel che sono, ma non ci sto a sentirli tutti rammaricati per il potenziale distruttivo di un pezzetto di legno inchiodato alla parete.

Ad ognuno la sua croce, a noi quella di diventare ciò che non siamo. Insegniamolo alle elementari che di domenica non si va a scuola ché ci sono le partite e che Wojtyla è un centrocampista dell’Atletico Varsavia, raccontiamoci che a Natale si festeggia la nascita dei pacchi regalo e che un certo Gesù, ebreo, è il personaggio protagonista di un bestseller scritto a quattro mani, lo sanno tutti che l’Immacolata è una trattoria tipica in centro città e che Sant’Ambrogio è la fermata della metro più vicina al cinema. Lo scandalo del Dio vivente, umiliato, nudo, ferito non ha bisogno di repliche e non è tempo di panegirici. Ci son stati già quelli che si sono giocati a dadi le vesti sue, a noi restano le pezze. E, sebbene mi sia capitato di fare il chierichetto part-time, come chiunque abbia una nonna che va a messa i giorni santi, non mi sento un fervente clericale. E invece mi tocca fare l’Inquisitore. Destreggiarmi tra atei praticanti e baciapile farisei. Scoprire il Salvatore tra le carte di un tribunale. 

Io le ho fatte le elementari, se non ricordo male. Per cinque anni, mi pare. Non so come funzioni all’estero, ma in quell’auletta si respirava libertà. Mica faceva lezione il Crocifisso dietro la cattedra. Quello se ne stava lassù, zitto zitto. E ci guardava, tutto qui. Poi la maestra Lia ci raccontava che quel sangue sulla fronte e la ferita nel costato volevano dire che eravamo tutti uguali. Tutti fratelli. Che non si facevano i dispetti, tra di noi ci si aiutava. C’era pure alle medie. E manco lì parlava. I dispetti abbiamo continuato a farceli, ma mai una parola dal Figlio del Padre. Mai nessuno che ci abbia evangelizzati. Manco una conversione sulla via del laboratorio di scienze, niente. Conta il potere dei segni, non viceversa. Quel simulacro di cartongesso strilla al mondo che ad amarsi c’è più gusto, se ne facciano una ragione gli eurosceriffi. Di questi tempi, a soffrire per tutti e chiedere perdono, c’è rimasto solo Quello. Ma ormai s’è fatto vecchio, con la storia dell’anno zero. E la polvere del futuro.

Sono un italiano medio, perbacco. Posso rimediare in fretta, se vi va. Ci metto un attimo a scordarmi chi sono e fare il moderno. Pensare che avevo già intenzione di aderire all’Unione Italiana Atei Agnostici Razionalisti, che ho provato ad ascoltare per intero un’omelia di La Russa sulle radici giudaico – cristiane, che ho letto in mezz’ora tutti i libri del matematico Odifreddi senza neppure essere laureato. Insomma mi applico, voilà. Non raccontiamoci la balla delle minoranze, altrimenti rimuoviamo le bandiere tricolori che, com’è noto, inducono gli stranieri a diventare patrioti democratici. Non blateriamo contro il Vaticano, ché tanto ci sono mali peggiori sulla faccia della terra e nel ventre d’Italia. Non insistiamo col rispetto delle diversità, d’altronde qui nessuno vuole imporre un battesimo di massa o l’indulgenza plenaria. Non facciamo della fede un tema da talk show, ora che è anche cominciato il Grande Fratello e ci sono delle priorità. La religiosità è perla intima, stupore e inno alla vita.

Non è ancora tempo di Giudizi Universali, sicché il Paradiso può attendere. Scrive la Ginzburg, non una suora, che l’Innocente è “l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente”, non abbiamo mica paura che il concetto si diffonda pure trai banchi di scuola? Io no, proprio no. I nostri figlioli non son mica fessi, possono credere in Vishnu o in YuGiOh. Liberamente. Possono sbattezzarsi e convertirsi, certamente non vogliono abbuffarsi della polemica quotidiana tra Peppone e Don Camillo. Non sanno cosa sia il bianco e nero. Vedono a colori e ne vedono di tutti i colori, povericristi. I benpensanti frequentatori di confessionali tacciano. Tacciano gli anticlericali della laicità tascabile. All’unisono. Forse, nel silenzio, ci ascolteremo davvero. Quel Cristo posto in croce avrebbe tanto da dire, eppure tace. Da lassù. Se parla, lo fa per sconvolgere. Sussurra frasi ad effetto, un po’ come i retori di casa nostra. Ma con un senso, le Sue.  Se per essere europei bisogna rinunciare a radici e identità, bell’investimento che abbiamo fatto. Potevano dircelo prima: ci si organizzava per bene. Neanche il tempo di abbattere qualche campanile e farci un outlet delle idee.

Mica si fa così.

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