Mi è caduta sull’uccello

Posted on 25 ottobre 2009

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È un Paese, l’Italia, dove tutto va male. Lo diceva mio nonno che era un meridionale.

È un Paese di carta, patinata e stampata. È un Paese, d’altronde, una quasi frittata. Ché peggio di così le primarie del piddì proprio non potevano andare, chi se l’aspettava la vigilia col botto? Bim bum bam dev’esser sembrato un sistema fin troppo aleatorio per la designazione del capo d’un partito cazzuto, allora s’è optato per i gazebo alla domenica, dopo l’ingloriosa guerra dei delegati alla convenzione. E, mentre quei tre se le davano di santa ragione sul triciclo democratico in giro pei comizietti, nell’Urbe si consumava la disfatta sodomitica del giornalismo prestato alla politica. Il pasticciaccio brutto di via Gradoli.

Tutti in campo colla pettorina giusta, suvvia, non a caso pare di sabato giochi la serie b: quella della dialettica da ricevitoria, dei sanculotti del novantesimo minuto, dei giustizialisti della moviola. Alè alè alè, oh oh. C’è chi «io mi sarei fatto la meglio modella, altro che travioni ad allietare Primari e Servitori dello Stato». E chi «tutta una razza di politici mascalzoni, perché mai dovremmo pagare gli extra a dei rincoglioniti?». Gli italiani si vedono al momento del bisogno, ed ora bisogna reagire. Prendere una posizione che non sia orizzontale né ovina, ma scomoda quanto basta. Reazione a catena: tutti al bar a giurare che siamo davvero al limite, che non c’è da fidarsi manco di quelli colla faccia pulita. Mele con le squillo, il portavoce sui viali dei viados, Silvio e le escort a Palazzo Grazioli, il governatore senza braghe ma colla camicia. Tanta coca in pista e tutti gli altri in mutande, a tariffe modiche. Se la politica la guardi dal buco della serratura, capisci che la commedia sexy di Lino Banfi, oltre che un monumento pop, è un documentario sui giorni nostri girato con qualche lustro d’anticipo. E la partecipazione straordinaria di Edwige Fenech.

Predica bene, marrazzo la male. E, dunque, quest’altro l’abbiamo fatto fuori per sempre. Eppure ci stava tanto simpatico quando aiutava gl’investitori frodati e le vecchine truffate sulla terza rete. Mi Manda RaiTre eppoi la discesa in campo sotto le insegne della società civile, quella che la mattina si fa la barba, legge Repubblica, porta le cravatte e da le mance ai camerieri. Mi mandano gli elettori a rappresentare la società incivile, quella che siamo. Quella che la domenica a messa e il martedì a puttane: quella che castrerebbe gli stupratori e stuprerebbe gl’incastrati, che ammanetterebbe i pervertiti e si pervertirebbe colle manette, che dimissionerebbe i frustrati e frusterebbe i sovradimensionati. Proprio quella lì. La degenerazione siamo noi, che nuotiamo nel torbido e strisciamo nel fango. Che c’indigniamo e c’appassioniamo. Schifiamo gli amministratori col vizietto e scandagliamo la rete alla ricerca degli scatti compromettenti. Che siamo tutti Alfonsosignorini.  

E in questo clima avvelenato, di piogge acide e fumi tossici, soffocheremo anche noi. Che salvaguardiamo il deretano e mercifichiamo le bambole, da irreprensibili eterosessuali. Che riempiamo le conversazioni cogli aneddoti scabrosi della lingerie ministeriale e nostro padre c’ha l’amante mediterranea come la dieta. Che siamo umani, troppo umani e dalla poltrona non ci schioderemmo manco per sogno. Che è la «debolezza privata» che ci frega, mica la pubblica virtù. Giammai. Che del moralismo da parrucchiera abbiamo fatto un catechismo e lo studiamo per bene, per entrare nel personaggio. E ci vergogniamo epperò tolleriamo, ma rispettiamo sebbene non condividiamo. Se la strategia dello sputtanamento durasse ancora un po’, i politici credibili non li troveremmo neppure in grassetto nei sussidiari di storia. Né tumulati negli ossari delle cattedrali incensate, tantomeno in giro per il mondo a fare il loro mestiere. Ché i governanti son lo specchio del popolo che rappresentano: sessuofobico e ipocrita, ça va sans dire.

Eppure di quelli retti, onesti ce ne sono ancora parecchi su piazza. Sudano e fanno progetti. Ma si confondono bene, per non dare troppo nell’occhio. Del ciclone. 

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