Gian Franco Tiratore

Posted on 13 settembre 2009

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Pare dipenda dall’imbottitura. Uno si siede su quella poltrona e, tadàn, diventa un uomo nuovo. Già, dev’essere lo schienale: come vi spieghereste altrimenti la mutazione genetica di quanti vi si sono onorevolmente accomodati? A Montecitorio non si parla d’altro, chi favoleggiava la «maledizione della presidenza», lungi dall’essere confuso col Divino Otelma, è oggi assunto al ruolo di profeta patrio.

Chi ambiva a ricoprire la terza carica dello Stato ripiega sugli scongiuri, buon per lui – a sfogliare in rapida successione i destini camaleontici dei presidenti della Camera nella nefasta Seconda Repubblica. La giovane Irene Pivettipasionaria del Carroccio, smesse le camicie verdi demodé, agli albori del nuovo millennio ha cambiato parrucchiere e s’è occupata principalmente di inchieste su Rete4, tette culi e brutti anatroccoli su Italia 1, salsa e merengue fino alla semifinali di Ballando con le stelle. La spigliata milanese è telegenica, pensare che un decennio orsono sui palchi della bassa padana urlava di fottere a mare gli immigrati clandestini. Non gliel’avrà detto Aldo Grasso, ma già allora era trash. Il pettinatissimo Luciano Violante, ci è arrivato da ex magistrato e parlamentare di lungo corso.Col tempo le velleità accademiche lo hanno riavvicinato alle sudate carte, tanto che sembra studi ancora da giudice della Corte Costituzionale. Gli esami non finiscono mai, si sa: meglio vantare un curriculum di tutto rispetto e vergognarsi a mezzo stampa di esser stato comunista. Lui che poteva permetterselo, giacché venuto alla luce in un campo di concentramento, su il Riformista s’è pentito. Abiura che ti passa. Pier Casini, da timido parlamentare centrista col ciuffo più bello del Transatlantico, si è reinventato indiscusso leader vanesio e centrale.Ancora in carica, ha stampato il nomen omensul logo del partito ed ha girato l’Italia biascicando che i-valori-non-sono-in-vendita e voltando le spalle al king maker Silvio che in lui vedeva l’erede naturale. Da qualche legislatura è all’opposizione e si allena a giocare ai Due Forni, troppo pigro per decidere cosa fare da grande, provaci ancora Liolà. Bevtinotti Fausto, pvofessione vifondatove, è entrato alla Camera ed è uscito dalla politica. Folgorante in solio, il sindacalista massimalista infatuatosi del cachemire ha scalato la vetta della rappresentanza comunista e no-gobal fino ad imbattersi nell’avventura soporifera della succitata poltrona, finendo contestato dai pischelli che lo avevano osannato ed osannato dai confindustriali che lo avevano contestato. Un pomeriggio, affascinato da uno spettacolo circense, ha fondato l’Arcobaleno e sfondato la Sinistra. Festa per la disfatta e ritiro in salotto.

Oggi tocca a Fini. Un tempo delfino, un giorno successore di Almirante, è stato capace di svoltare a Fiuggi e sdoganare i missini neri; oggi ha deciso di fare di meglio. Si è ritrovato, senza volerlo, leader di una destra liberale europea. Fossimo francesi, scandinavi o tedeschi ce lo ritroveremmo primo ministro.  Ma tant’è: la normalità in Italia è anomalia. Ora che anche la sua creatura, Alleanza Nazionale, non esiste più e finanche i più valorosi colonnelli sono rientrati nei ranghi ministeriali del Cav., s’è messo in testa di fare il battitore libero. Ed incassa applausi manco fosse alla finale di Champions’. Convinto che «delegittimare – o peggio – demonizzare l’avversario sia una malattia infantile del bipolarismo», s’è fatto baluardo dell’unità nazionale e non passa giorno che non metta alla berlina il secessionismo folkloristico di quei tizi celtici che schifano (in ordine di comparsa) i terroni, i clandestini, il tricolore, i negri, l’inno di Mameli, il couscous, Napoli, la lingua italiana, i mussulmani, l’esame di maturità. Per dire, uno che dichiara: «sul testamento biologico non ci può essere vincolo di partito», nella stragrande maggioranza dell’ecumene, è un oratore che sfiora la tautologia. Al di qua delle Alpi è un apostata o un matto furioso. Se aggiunge: «ripugna la coscienza non considerare chi arriva in Italia, regolare o no, una persona», notoriamente rischia l’autodafé o la neurodeliri. L’eroe occhialuto in oggetto ha cofondato il Popolo delle Libertà ma non ci sta a sciropparsi l’eclissi dell’Utilizzatore Finale. Ha un’idea di partito plurale, non militare. Si è smarcato da tempo e, filtrando sulla fascia, corre a fare il goleador. Dopo Gerusalemme, ha sfondato un altro muro, quello della xenofobia. Propone il voto amministrativo per i migranti regolari ed ammonisce il druido di Pontida: «negare che accanto alla politica dei doveri verso gli immigrati c’è la politica dei diritti non credo sia un suicidio politico, farlo è il suicidio della ragione, non solo della pietà cristiana».

Incoronato principe di laicità, si batte per la libertà di coscienza sul fine vita e per la separazione del potere temporale da quello spirituale. Non lo convince il Medioevo della politica, a quanto pare, né il Ventennio delle libertà negate, cui guarda con rammarico. Cresce il consenso e fervono gli accoliti. Nel partito del predellino una truppa è già pronta alla fronda, pare siano per lo più fanti a militare dalla parte del Presidente Fini, giammai gli alti in grado abbandonerebbero le insegne del potere. Sono uomini o caporali? Nomi, non se ne fanno. Tutti guardano con attenzione ai dodici redattori de il Secolo d’Italia ed ai giovani, talentuosi e brillanti, della chicchissima fondazione “Fare Futuro” e del gemello web magazine. Troppo stanchi della “quotidiana corrida, dove cambia il toro, cambia il torero, non cambia solo la muleta e si cerca il momento shock in cui qualcuno resta sul terreno”. Di certo si sa che sono coraggiosi, preparati, incazzati, e moderni. A conti fatti, l’unica mutazione riuscita è ancora in corso. E non smette di sorprendere. Se, di qui a breve, Fini sarà in cima ad un ben più potente colle dell’Urbe non è noto. Tocca pazientare, per intanto, e pernottare criticamente in quella caserma da cui si sogna la fuga, assieme a quei caporali che paventano la scissione pur di incassare l’assessorato o strappare una candidatura. «Una destra non ideologica, sobria e meritocratica, colta e risorgimentale, elegante e rigorosa, laica e non bacchettona»,come scrive la Perina, può guidarla al momento solo uno che di nome fa GianFranco. Tra morire camerata o sopravvivere cameriere, Fini ha scelto la terza opzione. E mi sa che c’ha ragione.

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