D’istruzione della squola terrona

Posted on 24 giugno 2009

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Solitamente fatico non poco a scorrere tra le righe dell’opinione dominante, avvertendo, con sdegno, il sentimento dell’acquario: il mondo ci scruta e noi, incapaci di reagire, ci limitiamo ad agitare labbra afone. Nelle passate settimane, grandi luminari della sociologia prêt-à-porter si lambiccavano nel tracciare i confini territoriali dell’istruzione italica; un editoriale del Corriere di qualche domenica fa a firma di Ernesto Galli della Loggia, inoltre, offriva un’interessante, per quanto a tratti apocalittica e intellighente, prospettiva sull’abusato tema della geografia culturale. La teoria del gap nord-sud, suffragata da stime ufficiali e paradossi numerici, non può né deve restare l’unica analisi di un fenomeno articolato e spericolato, tanto più che molti degli stregoni che promettono di curare la malattia formativa non conoscono punto la questione.

Ecco la mia, di riflessione, modesta ed adolescenziale. Dubito che la squola meridionale sia solo premiato diplomificio e fucina di somari, ciò nondimeno, dribblando l’evidente conflitto d’interessi, tenterò un ragionamento – per quanto possibile – intellettualmente onesto. È vero che il ritardo del Mezzogiorno (rifiuti, criminalità, trasporti, sanità, …) rispetto ad altre aree dello Stivale è patente, com’è innegabile che la generalizzazione in cui spesso si incorre non giova all’economia del dibattito. Ribadisco che gran parte degli ‘analisti’ ha abbandonato ormai da tempo banchi e calamai; non che la canizie sia una colpa, d’altra parte sarebbe opportuno un approccio face to face con una materia tanto delicata. Posso testimoniare, ormai virgin di servo encomio, dacché allievo di un ateneo distante mille chilometri dalle mie vecchie aule, che il livello delle scuole da me frequentate è, senz’altro, concorrenziale se non eccellente; ammetto che l’esame di maturità ha riservato risibili sorprese anche all’interno del mio istituto (in una delle tre classi ben dodici maturandi su diciannove hanno conseguito la valutazione massima!) eppure non posso sfuggire all’irritazione, sebbene contenuta, che certi refrain patetici e vagamente padani mi suscitano. Il «silenzio del Sud» (definizione che impazza tra gli opinion leader nordici) persiste solo grazie all’udito di chi non si lascia assordare dall’urlo di una generazione protagonista e chiassosa, che, certo, annovera nei suoi orti svariate insipide zucche vuote, ma che ha volontà e carte in regola. Lungi dal restare un istericoj’accuseil fragore meridionale sa farsi impegno deciso e pragmatico riscatto; giacché non serve rivendicare una secessione speculare, boicottare il dibattito ostentando superiorità, né lagnarsi di un pregiudizio frustrante, occorre piuttosto dimostrare che:

−      le “nostre” lodi valgono (eppure le cifre gonfiate made in Calabria hanno stupito anche me),

−      i certamina e le olimpiadi non sono baluardi nordisti, anche il Mezzogiorno brilla nel firmamento delle eccellenze,

−      la nostra preparazione è a prova di futuro

−      in breve, i cervelli -salvo transumanze- pascono anche sotto il sole mediterraneo.
Solo in parte hanno ragione la ministra Gelmini, che pure vanta un curriculum quantomeno non ineccepibile, e l’ex ministro Berlinguer, che, da addetto ai lavori, potrebbe magari proferire un timido mea culpa,c’è davvero «un’intera realtà sociale» rimasta indietro, ma anche un Sud “sano”, che fatica in maniche di camicia rinunciando ai tormentoni intellettualistici post-estivi, s’insinua nelle maglie del sistema Italia e contribuisce, in maniera sostanziale, alla sua vitalità. Chi scrive vorrebbe essere fante di questo ingente, vittorioso e misconosciuto esercito. Quanto al corpo docente che, inerme e ferito, combatte una battaglia strenua, si rinunci a trasferire su di esso delle colpe che sono, perlomeno, plurali. L’aggiornamento costante, la selezione oculata, le sanzioni legittime divengano punti all’ordine del giorno nell’agenda governativa; i proff. terroni sanno il fatto loro, sono appassionati, preparati e motivati, certo non nella loro totalità: guai, ergo, a non preoccuparsi di scartare i fannulloni e gl’impreparati, che, pur in ridicole percentuali, rischiano di offuscare la brillantezza dei colleghi in gamba. Per altro, il buonsenso mi spinge a credere che una docente di italiano a cui sfuggano le norme elementari del congiuntivo possa aggirarsi anche trai corridoi di un istituto triestino, senza che la sua presenza corrompa la salute dell’istruzione friulana in toto, ad ogni modo, i “maestri”che ho avuto la fortuna di incontrare, quasi tutti, conoscevano molto più della sola consecutio, erano in grado di trasmettere i contenuti e far amare la materia a noi, distratti e perversi teenager nell’era del broadcasting.

Ho rinunciato da tempo a sperare nell’apporto decisivo dei circoli economico-politici (sinistri ed arruolati o piuttosto destri e militanti) citati nel saggio editoriale. Non occorre affidare l’istruzione alle cure di imperiti professionisti dell’orrore, ho imparato che, anche in assenza di facoltosi bilanci, un’azienda può investire in capitale umano. È un investimento sicuro. La partita, per giunta, è appena cominciata. La Scuola è fatta di studenti, genitori, insegnanti e risorse: possa questo poker trionfare senza assistenzialismi di maniera o pallosi pourparler.

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