Blu blu, le mille bolle

Posted on 17 aprile 2009

0


Di anomalo non ci sono solo le cravatte sopra le righe. I calzini a pois, i soprabiti vintage, le scarpe retrò. Anomale sono le opinioni, prima di tutto.

Il gioco si fa guru. Se al tavolo dei relatori siedono i leader indiscussi di una corrente minoritaria all’interno di un partito fantasma, tutto appare dissonante. Quelli dello zero virgola qualcosa lottano senza tregua per conquistarsi la fiducia dei due o tre tesserati: in palio c’è la presidenza del salotto. E di sgargiante ci sono pure i panciotti full color, ma non solo. Le idee liberalissime, per esempio. L’occasione è la presentazione del libro La crisi ha ucciso il libero mercato?”, raccolta di saggi dalla chiave di lettura singolare. La pluralità di punti di vista si proietta di pomeriggio, dopo un nubifragio catartico. La visione a spettro ampio, sebbene ridotto, è sconsigliata ai profani – nelle catacombe di una libreria milanese risuona il verbo degli iniziati ai culti monetari. Di anomalo, ancora, oltre al sarcasmo compiaciuto dei druidi del capitalismo, c’è la santificazione del crack. Nel volume, il Premio Nobel per l’Economia Vernon L. Smith e altre simpatiche canaglie del calibro di Kevin Dowd, Stan Liebowitz, Pascal Salin, Lawrence White si confrontano con le cause del disordine e le conseguenze che l’azione degli Stati (o, almeno, di quelli che mettono sul piatto “soldi veri”) potrà avere, nel breve e nel lungo periodo. Zoomando soprattutto sulle tesi poco amate dagli opinion leader che condizionano, coi loro errori di valutazione, le scelte degli emisferi gemelli, vedere alle voci: politica monetaria della Fed, azione di enti parastatali come Fannie Mae e Freddie Mac, garanzie implicite offerte alle mega-banche.

Lo spettacolo è assicurato. Con Oscar Giannino, pittoresco giornalista economico liberal fino all’osso, da poco orfano della sua testata, e Alberto Mingardi, giovane studioso libertario e divulgatore appassionato, a capo dell’Istituto “Bruno Leoni”, la materia si rifà il look. Premessa dirompente: l’analisi – giurano – non può essere oggettiva. Semmai faziosamente alternativa, strepitosamente emarginata. Farcita di bordate a destra e a manca, fendenti mortali dritti al cuore dell’opinione dominante. Si risale alla fonte, alla riscoperta dell’«azzardo morale», scelta che ha permesso a tante famiglie, per le quali i mutui sarebbero stati offlimits, di avere un tetto ipotecato sopra la testa. Si dimostra come l’obiettivo commendevole si sia rivelato disastroso, pericolosamente mortale. Quasi quanto il postulato secondo cui banche troppo grandi non possono fallire, giammai. Per intanto, sul campo sono rimaste le cinque maggiori banche d’investimento del globo, e ci si continua a fidare di dogmi vecchi come la muffa. Il bilancio è beffardo: un morto, due feriti e due prigionieri. Ed ora? Il ruolo degli Stati, di regola, uscirà rafforzato dal periodo di turbolenze. Necessarie, dunque, nuove regolamentazioni, non certo risposte esclusivamente politiche. Il rischio di spararla grossa è proporzionale alle dimensioni del caos. Tanto che Mingardi invoca la Legge di Murphy a descrizione dell’intervento statale: se qualcosa può andar male, lo farà. Magari la pigrizia dei palazzi prevalesse sul pragmatismo delle scemate, arriva a supplicare.

Al momento dell’emergenza né mercati né istituzioni sono guidati da angeli. Niente cherubini o serafini o affini: hanno già troppi impegni in giro per il mondo, sempre con la testa fra le nuvole. Da qui la celeste critica serrata ai governi iperattivi, geometricamente simmetrica a quella mossa dal main stream di pensiero, nell’epoca del crollo dei tre classici paradigmi economici: politicomonetario – geopolitico – dello sconto del rischio. Il mercato, invero, c’entra poco con la bolla finanziaria, a dar retta agli oratori. Tutta colpa del regolatore politico, ché il sistema capitalistico non avrebbe mai potuto immunizzare da sé gli effetti collaterali indesiderati. Contestualmente, mentre si sprecano sorrisi fasulli nel fingere ottimismo dopato, occorre, però, certificare il flop degli sforzi messi in campo dai governi mondiali, che, uniti alla reflazione zoppicante, non hanno dato frutti commestibili. Non ancora, perlomeno. E se oggi i mercati vanno bene, il merito è dei risultati strepitosi di JP Morgan e Goldman Sachs, banche in ripresa alla luce dei dati delle prime trimestrali. Aleggia lo spettro dell’omissione, tuttavia. Peccato che nessuno rammenti la sospensione medicamentosa dei principi contabili mark to market. Risultato? Siamo fiduciosi nel leggere conti “truccati”, indispensabili per far ripartire il marchingegno bancario. Illusi e contenti, contanti zero.

Quanto all’Italia, patria del quasi, alle voci anomale in sala paiono ridicole le proposte ventilate di tassazione appesantita per i superricchi, specie rara in via di estinzione nelle praterie del Belpaese. Piuttosto grottesche se pronunciate da un presidente imprenditore ma anche, all’uopo, operaio, profeta dell’«andate e arricchitevi».Eppoi le tante piccole imprese, la stragrande maggioranza del tessuto produttivo di casa nostra: per stabilire la solvibilità non bastano più i vecchi e superati quattro parametri finanziari. Ne servono dei nuovi che rispondano a criteri inoppugnabili quali la qualità del capitale umano e l’innalzamento del suo livello negli anni più recenti e la regolarità dei pagamenti dati ai fornitori e ottenuti dai creditori. C’è molto da fare. Tanto da dire. Se sia più criminale fondare o rapinare una banca è quesito improponibile, a patto di non voler essere etichettati come irriducibili fomentatori di instabilità finanziaria. Ed essere arsi vivi in piazza Affari. Ma con sciarpe così glamour ci si può permettere anche questo. Certo che sì.

Annunci
Posted in: Uncategorized