Sembra ieri, ma è domani

Posted on 29 marzo 2009

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Qualunque cosa ha una storia: la detta il tempo, la scrivono gli uomini. Lenti analfabeti o lesti grafomani.Ed il ritmo di questa storia corre tra pieghe secolari, sfida rivoluzioni epocali.

Ritmo pulsante. Di un telecomando; s’accende il millenovecentonovantaquattro e si va in onda a reti unificate: la favola bella s’inaugura sugli schermi dopo cena, si entra nelle case quando gli Italiani sono alla frutta. Un imprenditore lombardo annuncia la discesa in campo, le tavole sono imbandite e nessuno lo sta a sentire. Sembra serio, non fosse per la libreria fasulla alle sue spalle e i collant antirughe sull’obbiettivo. Da qualche mese ha un’idea fissa. Dice di farlo per il futuro del Paese che ama. Contro i vecchi apparati comunisti, riverniciati e riciclati: un partito nuovo, sfida tosta dopo le manette liberticide e il collasso dell’arco costituzionale. Convinzione e fermezza, liberale e liberista, giustizia e solidarietà, modernità ed efficienza: sembra la fiera dei sogni, ma non lo è. Ed infatti, quindici anni dopo quell’RVM: un uomo solo al comando, miracolo elettorale e prodigio tricologico. Si celebra in queste ore la messa dell’anniversario azzurro, happening a metà tra la Pentecoste e una cerimonia esoterica. Liturgia secondo il rito berlusconiano della prima ora per i seimila congressisti del settimo giorno. «La libertà è la nostra religione laica», si pontifica dall’ambone su sfondo lattiginoso. Ma nello stracolmo padiglione 8 della galvanizzata Fiera di Roma, in via Portuense, l’atmosfera è quella profana del paese dei balocchi. Hostess, supporter, badge, kit, jingle, megascreen.

Nelle prime file giovani adolescenti estasiati, brufoli e frangette. Il nostro avvenire è quindicenne. Sul palco banda e coro polifonici, tromboni e falsetti. La processione ha avuto un contrattempo. In platea simpatizzanti e parlamentari, camerati e camerieri. L’importante è partecipare. Dopo tre lustri ormai si recita a soggetto, il copione prevede un parto catodico. Vagisce il pidielle. Vera novità sul proscenio della politica peninsulare. Dalla copula aenninoforzitaliota nasce la creatura bipolare a tre teste: Bondi – La Russa – Verdini. Ed un cuore solo, quello “tecnicamente immortale” del quattro volte premier Silvio Berlusconi. Dura novanta minuti il monologo di venerdì del leader a vita della nuova formazione, quanto una partita giocata tutta in attacco. In attesa dei tempi supplementari, a bordo campo si riscaldava il presidente della Camera, infiammato erede designato e panchinaro di lungo corso. Tutto da definire il ruolo del delfino di Almirante. Sopravvissuto ai vani golpe dei “colonnelli”, ha traghettato lo spirito socialidentitario verso il terzo millennio senza nostalgie né sensi di colpa, non ha rivali sulla fascia della laicità, della sicurezza, dell’integrazione, dell’etica. Sa smarcarsi con classe, un fenomeno. Tra i coriandoli patinati della kermesse aziendale, però, sul palco di 600 metri quadri, c’è tanto spazio per la cronistoria: la segna Berlusconi, sua la tripletta elettorale. Ed ora è tempo di emozioni, di «volersi bene»,di nuove avventure. Tempo di costruire il futuro, per tutti.

Sembra ieri, quando si stava all’opposizione, forti nelle piazze, e si vinceva ovunque – Toscoemilia esclusa – ovvero quando s’arrivava al governo, fragili nei palazzi, e si perdeva tutto – democristiani compresi. Sembra ieri, quando dall’alto di un predellino si prometteva la fusione, all’indomani della contestata e disastrosa vittoria prodiana, ma anche quando nelle urne si vinceva a mani basse contro l’Obama della Garbatella. Sembra ieri, ma è domani. Oggi è tempo di festa. E di resoconti. C’è chi parlava di “partito di plastica”: a costoro resta la pernacchia dell’errore di valutazione. Madornale. Chi irrideva ogni santo giorno la statura di un inaffidabile statista coi tacchi. Chi liquidava la faccenda tra le estemporaneità tipiche dei fenomeni da baraccone. Bazzecole, quisquilie, pinzillacchere. Persino i più fidi collaboratori del magnate di Arcore allora provavano a farlo desistere dall”impresa follemente lucida. Oggi, invece, le colonne boriose di quegli editorialisti, blasonati pennivendoli che hanno fatto dell’antiberlusconismo il leitmotiv di carriere scialbe, tremano sotto gli scossoni di un’idea che s’è fatta tripudio. Tre lustri fa, nessuno avrebbe scommesso il becco di un quattrino sulla longevità di quel fuoco dentro al cuore, secondo il ritornello che pure i bimbi cantavano davanti alla tivù, e che ora cede il campo all’“Inno alla gioia” in chiave new age: in molti lo si era sottovalutato, quel faccione truccato.

Ora, con la primavera, è tempo di «realizzare la rivoluzione liberale, borghese e popolare, moderata e interclassista. E di farlo con una forza che non ha precedenti nella storia politica». «Dio sa quanto il Paese ne abbia bisogno», urla il leaderissimoSembra, tuttavia, che in excelsis qualcuno abbia fatto sapere di esser stato frainteso. Capita spesso. Tocca poi all’autore dalla svolta di Fiuggi rammentare che «il Pdl non è una Forza Italia allargata, né un cartello elettorale. È un grande soggetto politico di popolo, sintesi di patrimoni umani e storie politiche diverse». Sedere alla destra del padre non dev’essere facile, e negli anni le sorprese non sono mancate: dalle dichiarazioni sul fascismo “male assoluto”, a quelle antipadane sull’accoglienza degli immigrati, al dietrofront sul biotestamento. Ritto sullo scranno più alto di Montecitorio, scaglia la sfida subacquea. Segnato dall’altro congresso, quello del game over della fiamma dello scorso weekend, scalda i cuori della folla sbandieratrice. E, intanto, sta a guardare la confusione di loghi e sigle. Nuova Dc per le autonomie di Rotondi, Nuovo Psi di Caldoro, Partito Repubblicano di Nucara, Azione Sociale della Mussolini, Popolari Liberali di Giovanardi, Liberaldemocratici di Dini, Movimento Italiani nel mondo di De Gregorio, Movimento per la Liguria di Biasotti, Destra Libertaria di Bonocore, Cristiano Popolari di Baccini, Riformatori Liberali di Della Vedova, Circoli della Libertà della Brambilla, Circoli del Buongoverno di Dell’Utri. Non ci si crede, ma esistevano tutti. Nella mente correntizia dei loro capetti. Mancano incredibilmente all’appello solo i Pensionati di Fatuzzo, li stanno cercando in un’osteria di Bergamo Alta.

Più tardi: la sfilata dell’establishment che si alterna sul podio, non senza qualche faccina lacrimosa: pena del contrappasso per l’inventore degli smiles nella pubblica amministrazione. Domenica, invece, dies dominica: il presidente riceve l’investitura all’unanimità. Alleluja, alleluja. Durante l’omelia si precisa «la prima, indefettibile missione del governo: portare l’Italia fuori dalla crisi», argomento ereticamente taciuto nel corso della tre giorni romana. Ne aveva accennato solo il paninaro del parcheggio, analizzando keynesianamente il crollo delle vendite di hot-dog, nessuno difatti lo aveva messo a parte del buffet a sbafo in una sala adiacente. Ma tant’è. La proposta più biografica del discorso conclusivo, quello prima della standing ovation, è un lifting alla Costituzione sessantenne, dunque quasi coetanea. Eppoi le tante riforme, a costo di farle da soli. Ché con l’opposizione riottosa si finisce sempre col litigare, ed i poteri del capo dell’esecutivo andrebbero rafforzati. Serve il viagra istituzionale, non si perda tempo. Applausi a scena aperta per il Presidente del Consilvio,secondo la strepitosa gaffe della giovane deputata mozzafiato: qualche psicanalista austriaco dovrà -prima o poi- scriverci su, magari qualcosa del tipo “il riflesso condizionato della Nazione”. «Noi siamo il partito degli italiani, siamo il Popolo della Libertà. Viva l’Italia. Viva la libertà». L’apoteosi è lunga un sogno, giusto il tempo di una benedizione battesimale ai missionari della libertà. E fu sera e fu mattina, terzo giorno. Anno decimo quinto del regno di Silvio.

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