Ohibò: siamo (quasi) tutti lib, pure TPS…

Posted on 17 marzo 2009

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“Lo sentite questo odore? Fumo? Soldi…” Il colore, lo vedete, è quello pallido di chi maledice la quarta settimana del mese, i setteggiorni in più. L’umore, lo percepite, è quello nero di chi il portafoglio l’ha visto sgonfiarsi. Lo smog, lo respirate, è quello denso e spesso dei quattrini in fumo. Il ghigno, lo scorgete, è quello sorprendente di un economista quotato. Che se la piglia, a ragione, con “la veduta corta” – titolo del nuovo libro tra breve in commercio – ed insieme immagine dantesca dello sguardo poco lungimirante di improvvisati analisti prêt-à-porter, affamatori saliti in cattedra, benché lontani anni-luce dal problema. “Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna?” (Paradiso, XIX). Nome in codice TP-S, economista con licenza poetica.

Disarciona le attese, spariglia le carte l’ex ministro dell’economia nel corso della conversazione sul Grande Crollo della finanza, guarda i fatti per cercare la sintesi tra ciò che si vuole e ciò che si può. Affascina da oratore autorevole la platea di bocconiani, rimasti svegli fino a tardi. Una raccomandazione: non chiedete loro cosa abbiano intenzione di fare, da grandi. I loro colleghi, i loro fratelli, stagisti o impiegati affermati in quel di Londra, sono senza lavoro. Dell’esperienza very british hanno conservato lo scatolone degli effetti personali, quello ricevuto al momento dell’addio. Con sobrietà e pudore. Ne ha per tutti Padoa-Schioppa, è in piedi. Passeggia.  Gesticola. Sentite questa: «l’augurio è che nessuno commetta i tre classici errori del mestiere. Ovvero credere ciecamente nel dio mercato fino a profanarlo, scommettere nella mondializzazione sfrenata fino a restarne vittime, darsi un orizzonte temporale breve fino a scordarsi del futuro». Fine. È perentorio, deciso, nuovo. Racconta di una tendenza tutta statunitense ad estendere il credito finanche a clienti ritenuti “non affidabili”, radice sciocca dello shock finanziario in atto. Colpa di una bolla speculativa che andava disciplinata. Colpa di un mercato degli investimenti che premiava la quantità, non la sicurezza. Colpa di un etica del consumo che continua ad erodere i risparmi delle famiglie del Wisconsin and so on.

L’analisi è appassionata. E inusitata. Roba da strizzar gli occhi al pensiero di aver a che fare con un Tremonti, autore del must “La paura e la speranza”, senza la evve alla francese, piuttosto che con un banchiere centrale d’altri tempi. Pensare che in un’altra bibbia del liberismo occidentale, il ministro “creativo” s’era arrischiato a scrivere che «la pianta della speranza non può nascere solo sul terreno dell’economia, ma soprattutto su quello della morale e dei principi. Si tratta di rifondare la politica europea a partire da sette parole d’ordine: valori, famiglia e identità; autorità; ordine; responsabilità; federalismo». Tante, per cambiare. Per ritornare alle radici della storia europea, la tradizione più innovativa che ci resti. Idee distanti e distinte da un semplice richiamo al protezionismo o al conservatorismo, contro l’attacco dell’Asia e contro la tempesta, sempre più violenta. Musica nuova, fine della nenia della globalizzazione fiabesca,«cornucopia» del XXI secolo. La storia drammatica è quella nota del mercato immobiliare d’oltre Atlantico. Un lunapark stupefacente: concessione di mutui anche a chi non garantiva la solvibilità, illusione che il valore in aumento del mattone sarebbe valso la candela, commissioni da capogiro per gli sciagurati che avrebbero emesso i crediti. Da mescolare e shakerare successivamente in colorati prodotti finanziari oggi nauseabondi. Tossici, giacché la giostra di colpo – era l’estate del 2007 – s’inceppa.

I debitori si ritrovano tra le mani un mutuo grande quanto una casa. La loro casa, a voler essere pignoli.
I risparmiatori panicano, le banche scricchiolano, i dirigenti sudano, i potenti tremano, i debitori glissano. Non possono pagare, di grazia, e crack – voce del verbo sub prime. L’America di Obama è lì, sul baratro. Indebitata perlopiù verso i Paesi dell’Est, disperata. Il resto è cronaca, o meglio, necrologio. Nazionalizzazione di Fannie e Freddie, fallimento Lehmann, salvataggi a spese dei contribuenti. Per l’esattezza, il conferenziere sta, e lo ribadisce, dalla parte dei clienti e dei dipendenti delle banche, assolti per non aver commesso il fatto. La data in cima al ritaglio di giornale potrebbe essere una del ventinove ovvero del duemilanove, cifra più cifra meno, di fatto chi è in ritardo finisce sempre per essere sin troppo in anticipo. L’ironia della sorte è puntuale come un ciclo. L’ex presidente della Consob salva l’Europa, butta dalla torre il Belpaese. Se nella vecchia Fortezza senz’anima la crisi mieterà poche vittime, il merito è della smaniosa perversione per il risparmio, a dispetto del morboso scialacquamento azzurro.

Una Hausfrau berlinese, al mercato rionale, va ripetendo che «chi non guarda al Pfennig, non si merita un marco», più a sud, alla stessa ora, tra le bancarelle di Voghera, una massaia rassicura l’ambulante che starebbe a «guardare il centesimo». Proverbiale antropologia della contrattazione al femminile. Biasima gli States, oasi dannata, paradiso democratico ove gli ammortizzatori sociali non sono mai stati caricati per davvero: chi perde il lavoro si vede negato il diritto alla previdenza. Fallito per sempre. Rinfaccia loro di essere stati la patria della summa divisio tra banche commerciali e banche d’investimento, inizio della fine. Ripercorre le nobili vicende della moneta unica, vecchie di quarant’anni o forse più, zooma sui vizi nostrani. Una bordata decisa la riserva ai sindacati confederali, rei di aver considerato una bestemmia l’opzione dell’innalzamento dell’età pensionabile, a suo dire, unica chance di futuro occupazionale per le nuove generazioni. Brutta storia dei padri che se ne infischiano dei figli, storia di miopi gendarmi del posto fisso, incapaci di gettare la testa oltre l’ostacolo. Risuona il verbo proferito da Di Vico e Cisnetto, si tratta di equiparare e rendere effettiva l’età pensionabile – magari arrivando a 67 obbligatoriamente e oltre volontariamente. Riforme impopolari, ma necessarie per non sprecare la crisi. Sputa addosso al malcostume di noialtri, sbugiarda la codardia di quei commercialisti professionisti del trucco e ritocco.

Descrive un’Italia da favola: la Bella Addormentata nel Losco, un classico. Si schiera dalla parte dei contribuenti onesti, che pagano tutto e per tutti, contro i banditi del nero e del sommerso. Una lotta senza quartiere agli evasori, garantirebbe – rincara la dose – un eventuale abbassamento dell’aliquota per tutti, un nuovo “tesoretto” da investire in servizi ed infrastrutture (se è vero che la velocità media della Milano – Verona è di risibili 25 chilometri all’ora). Galvanizzato dagli applausi si lascia andare. L’ultimo tremontismo prima dell’arrivederci. E, dal momento che la meteorologia non fa il tempo, non decide quando splende il sole o quando piove, ma aiuta a navigare, un’estrema previsione, il marinaio il quale sa bene che non si governa il mare ma la nave, le vele e non il vento, la riserva pel commiato. «È tempo di bonaccia, la tempesta non ci ha lambiti. Non ancora. La nuttata passerà, ma nulla sarà più come prima. Occorre essere proattivi e pragmatici». Nel nome della terza via, insomma. Ma questa l’avrete già sentita.

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