Il kaos fuori di sé, un sabato danzante

Posted on 8 marzo 2009

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Se ci sarà casino lo si capisce subito dalle scarpe dei dirigenti della squadra mobile. Quelli fighi. Oggi, a giudicare dalle valleverde in giro, non succederà pressoché nulla. È ancora presto per dirlo, però: in largo Cairoli solo turisti a spasso. Nelle vie che portano alla piazza, una dozzina di autoblindo pronti a intervenire, a bordo pochi agenti che digeriscono e s’annoiano, tanto che qualche calabrese ne approfitta: telefona la mamma che starà lavando i piatti. Gli unici tesi sono i vucumprà laggiù, troppi sbirri in giro. Dannazione, sarà un sabato di ferie. Arrivano alla spicciolata pochi cani sciolti e tanti fotografi. Anche i reporter hanno una loro simbologia del piede, quello coi baffi – il decanon, così lo chiamano nell’ambiente – c’ha le adidas nuove. Bianche, calma piatta quindi. La tipa giovane, invece, diffidente com’è, s’è vestita da tafferuglio in diretta dallo stadio. Esagerata. Qui potremmo tornarcene tutti a casa, cheppalle.

Il luogo del concentramento è il marciapiede di destra, che errore. Da Foro Buonaparte scarrozza il camioncino con l’amplificazione e gli striscioni, parcheggia di fronte al grande magazzino e comincia a ruttare canzonacce cyberpunk. Risuonano slogan contro quel maiale di Adamo, il porco primordiale. Sbucano bandiere, adesivi, volantini. E tulle. Roba originale, bardiamoci di fucsia ché domani è la nostra festa, avranno pensato le attiviste in bomber e sneakers. Dopo mezz’ora sono in cinquanta. E non ne arriveranno altri: sono antifascisti, antileghisti, anticlericali, antilegalitari, antisessisti, antirazzisti, antironde, anticapitalisti. Anche un po’ antipatici, ma non fateglielo sapere. Intanto i ghisa hanno un gran bel daffare col traffico del sabato pomeriggio, mentre gli ispettori si raccontano i voti delle figlie brave in matematica e compatiscono un militante al cachemire del Partito Comunista dei Lavoratori che raccoglierà cinque firme in otto ore di presidio angolare. Povero. Quelli più incazzati sono i capi dell’ATM, i piedipiatti dei tram. Saranno costretti a dirottare le linee 1 e 27 e a sorridere alle bestemmie della siora Marisa che ora come ci arriva da sua nuora. Mah, provi a vedere colla metro rossa fino a San Babila, cazzo ne so. Poche decine i manifestanti, l’informativa della questura ha toppato di brutto: paventava centinaia di contestatori, come lo scorso sabato in piazza XXIV Maggio. Si diceva sarebbe andata in onda la replica, con tanto di imbrattamenti e danneggiamenti. Macché. Centri sociali e collettivi studenteschi e corsari lombardi al sabato sono in gita colle squinzie al seguito, quarantaquattro gatti: niente scontri. Tutti quei celerini, schierati lì, paiono l’esercito mandato a presidiare un pic-nic dell’azione cattolica. Con le peggiori intenzioni.

Sono le tre e c’è afa quando il corteo s’arrischia di partire, per la gioia dei mongoli che si eccitano al ritmo di foto dagli occhi a mandorla. Beati loro. Ma è un attimo. Un drappello di giovanissime, di quelle col tulle, si smarca dal gruppo e fugge dall’altra parte della piazza, verso via Dante. C’è un gazebo battente bandiera NordDestra, qui. Le foto bionde, vecchie ormai di almeno dieci anni, sono quelle dell’ex assessora del Comune di Milano, oggi candidata alla provincia per se stessa. La Carla De Albertis, sorta di surrogato della destra socialpadana. Un incrocio tra la Mussolini e la Santanché, avete presente? Campeggiano superbi i motti di una campagna per la sicurezza. Le simpatizzanti regalano spray al peperoncino ed un manuale di sopravvivenza al machismo metropolitano, insieme al kit di autodifesa. Un programma elettorale deciso e conciso, in un sol punto: castrazione chimica per gli stupratori. Diamoci un taglio, zac. Le femministe circondano la pagoda. Fischiano. Pioggia di volantini. Urla. Dalle ronde chi ci difende? Pochi secondi. Ci difendiamo noi, ci difendiamo noi. Spintoni. I questurini, sorpresi dall’iniziativa, raggiungono le tipe. Fanno cordone attorno al gazebo. Dalle retrovie volano uova e palloncini alla vernice. Pomeriggio rosa. Parte la fulminea azione di contenimento dei celerini in assetto antisommossa. Volano pure fumogeni sugli inermi nordestri che fuggono terrorizzati. Volano pure manganellate che atterrano sul morbido. Qualche manifestante dalla testa dura si becca la mazzata e finisce nel furgoncino adibito a infermeria. La De Albertis resta braccata, ma non si muove. Fa da bersaglio umano, ma quelli c’hanno una mira che fa schifo. Butterà via un paio di stivali da cowgirl texana appena comprati coi saldi, poca roba. Dal megafono urlano “vergogna” ed altre menate sul legalitarismo degli “sceriffi” De Corato e Maroni. Si disperdono in fretta e riprendendo la marcia verso Palazzo Marino.

La De Albertis scaccia, sbraita, scalcia, sbatte, sciocca, sbotta, scaglia. È una furia. Spegne un fumogeno col tacco, se la prende coll’ispettore capo che s’è pure beccato le uova, urla contro quei dannati che ce l’hanno con lei. Ancora trema. Improvvisa una conferenza stampa, la più affollata della sua carriera. «È stata un’aggressione premeditata – si lamenta – per la terza volta in una settimana si consente ai centri sociali di terrorizzare la città. Ci hanno distrutto un presidio in corso Buenos Aires e rubato tutto il materiale, siamo spaventati. Questa anarchia violenta non è diritto di manifestare». Scandisce: è terrorismo urbano. Intanto il corteo prosegue senza problemi, inscatolato tra poliziotti davanti e carabinieri dietro. Un sandwich colorato e unto attraversa il centro, sfila davanti alla Madunina, lasciandosi alle spalle i colori d’escrementi di vernice e gli echi di canzoni peccaminose. Del tipo: lega la Lega, a ritmo di «I love you, baby» di Gloria Gaynor. Imperdibile. L’artista Ivan, street poeta, insozza i muri coi suoi versi blasfemi sulla notte. Davanti alla Scala, comizietto e siparietto: vi facciamo rosa. La Digos intanto riprende ogni volto, con discrezione e abnegazione. Nel frattempo la si butta in poesia, coi gessetti colorati e cogli stracci sudati. Al fotografo coi baffi, le adidas bianche gli stringono il tallone. Però c’aveva ragione.

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