Un aperitivo con la Fede

Posted on 4 marzo 2009

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Silenzio. Ogni volta è così che succede: un silenzio vibrante fracassa di colpo le mille certezze cementate col sudore della vanagloria. Cala una quiete che ha un nonsoché di devastante. Poi irrompe la Fede, sempre la solita, ed è subito baraonda. Se questa maiuscola, in tutta la sua inquietudine, possa ancora risuonare trai nostri rumori insignificanti, per divenire voce, non tocca alla mia penna scriverlo. Sarà la ragione a non darle torto, semmai. Sarà questococktail ad ubriacare la notte ideologica di chi vive la cecità come un vanto, a tormentare il comfort acefalo chi idolatra lo standby.

Impossibile resistere alla fragranza di una scoperta che, a raccontarla, le parole tutte si sparpagliano. Che ancora, nel puzzo amaro della realtà pigra, inebria i progetti che a pensarci su la testa proprio s’imballa. E la logica si fa anacoluto, come ora. A dipingere la compagnia straripante di un Incontro misterioso stasera c’è Vittorio Messori. E la Fede, eccola smascherata: non un vezzeggiativo da tvb, ma l’angosciosa sorpresa che, lontana dalla balbuzie dell’omologazione, lo ingabbia un giorno che il silenzio smise di tacere. Una botola si aprì, e giù. Nulla più: era l’estate del 1964 ed a Torino non capitava granché. Il convertito, non un folle a caccia di comparsate in prime-time, oggi è un «cronista», corsivista delCorriere e bestsellerista di spicco. Il convertito, non uno sciocco trasformista morto di fama, ieri aveva le idee chiare, sabaudamente scandite dalla carriera di un accademico in ascesa. Un giovanotto agnostico per cultura e anticlericale per tradizione familiare, allievo dei polverosi e ineffabili maestri dell’onorevole laicità piemontese ed europoide. Puri e duri del calibro di Norberto Bobbio. Avrebbe passato la vita a sbeffeggiare i villani che domandano al campanile se sia ormai l’ora del desinare. E invece no. L’incontro ineffabile, quel giorno, eppoi la crisi. Il rigetto. La madre che lo crede pazzo e chiama il medico. La messa di nascosto onde evitare delusioni di quei “mangiapreti” dei suoi parenti. La schizofrenia di un annuncio che non s’aspettava. E puff.

Tutta una vita spesa a razionalizzare quel credo, a cercare dopo «aver ottenuto il dono di trovare». Decine di volumi, centinaia di articoli, un solo scopo: storicizzare la resurrezione del Nazareno. Spiegare che il sepolcro vuoto non è marketing fallace dei primi apostoli, ma un fatto databile, oggettivo. Una vita a credere, e basta. Niente firme in calce ad alcun appello, pamphlet, petizione dai toni vagamente moralisti. O teocon. O tutt’e due. Una vita a credere, e basta, unico impegno. E a raccontare la beltà di quella luce. I dettagli, anche timidi e intimi, in un libro-intervista scritto a quattro mani con Andrea Tornielli, vaticanista de Il Giornale, un tipo sveglio, coinvolgente, di una preparazione quasi secchiona. Un giornalista esperto che ha a lungo insidiato Messori, vincendo il suo riserbo – prima, e le sue reticenze – poi. Nel testo, ultima fatica in libreria, la storia che fin qui s’è raccontata.  Quella di uno studente che azzanna la monotonia di un’esistenza progettata per dimenticarsi, nell’affanno vacuo dell’arrivismo da stracittà. Non quella di un eroe che ama sbandierare paternostri alla messa quotidiana o rosari recitati. «A differenza di tanti non ha mai assunto pose “profetiche”, come se fosse tra gli “iniziati” che hanno finalmente scoperto che cosa sia e debba essere la fede cristiana. Neanche mezzo accenno di apocalittico pessimismo sul futuro, o di nostalgia bacchettona per i tempi che furono», scrive di lui l’abile Tornielli.

Nei suoi testi avrebbe canzonato «un’accolita di retrogradi mentali e culturali o di ipocriti, di avidi, di trafficoni magari anche un po’ sporcaccioni, o un’istituzione antagonista dello Stato, da temere, dunque da sorvegliare e da tenere al suo posto», se non avesse abbracciato la confessione universale. Ed infatti ha preferito schivare icarnevali di ogni colore, rinunciando ai coriandoli del movimentismo sessantottino, della provocazione marxista, della ricetta freudiana. Senza maschere, ha conservato l’identità ritrovata. Rinnovata. Non è saltato sul carro del vincitore, com’è intuibile, né si è bardato dell’armatura da cavaliere della battaglia di civiltà, né ha sbancato il lunario con arrangiate candidature da outsider. Il suo tempo l’ha speso a scoprire che il Cristianesimo non è una religione. Non un moto irrazionale del neandertaliano spaurito che cerca oltre le nuvole l’autore del fulmine, non un’illusione filosofica moderna nata dal falò delle frustrazioni troppo umane. Il Cristianesimo, dice, è Dio che entra nella Storia, bussa alla porta dell’uomo, rovescia la prospettiva, capovolge il punto di vista. E, scoperchiato il sepolcro, risorge e ascende. Il culto non è fatto di dogmi, precisa, il mistero della Pasqua è una notizia di cronaca, tutt’altro che un miracolo.  Poco incline a strip-tease spirituali, alla luce dei riflettori, Messori preferisce glissare su temi etici e questioni calde. Un disimpegno consapevole, seppure deludente. Angosciato da una «vita come caserma dei fascisti, come falansterio dei comunisti, come casetta di Biancaneve degli ecologisti, come convento o seminario obbligatori dei clericali», rinuncia agevolmente ad ogni etichettatura, sfuggendo alle categorie da rissa salottiera.

Squarciate le coltri dell’engagismo militante, sgorga la verità che nessuno potrà contraddire: Dio si propone a noi, affatto s’impone. Il Cristianesimo è libertà, mica servitù. Zampilla l’ammissione che sarà pure urticante, ma reale: la Chiesa è un’avanguardia di santi, un’armata di mediocri con mille malfattori nelle retrovie. D’altronde era Gesù stesso che si circondava di mafiosi e puttane e clandestini, al suo tempo. Figurarsi nel terzo millennio. In più, un apparato al lavoro h24 nel fango delle emergenze, mille carezze sui volti squarciati dall’orrore dell’indifferenza, tante cicatrici ricucite con la potenza della gratuità, infiniti sollievi offerti al viandante, rimbambinito dal traffico caotico dei valori. Una Chiesa che cresce, e resta paesana. Feriale, invero. Un’istituzione grigia di noia, rossa di vergogna e nera di sporco: macchiata delle sue colpe. Simbolo della pochezza di chi la fa, di chi la frequenta, di chi la stupra. Non di Chi ne è alla base. Clamore. Ogni volta è così che succede: un clamore palpitante sbaraglia d’un tratto i troppi dubbi sbiaditi dal candore della Luce. Prorompe una musica che ha un nonsoché di delirante.

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