Carme in morte di Eluana Englaro

Posted on 8 febbraio 2009

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C’è più gusto ad essere avvoltoi, vuoi mettere? Laggiù una donna che muore, che forse non vive, che forse sorride. Una camera ovattata, due sbirri sull’uscio. Eluana. Quassù, sul divano: s’intende, noi radicali legislatori cattolici Napolitano reporter medici conservatori Beppino laici ministri anestesisti Giletti costituzionalisti suore editorialisti Ruini pizzaioli vedove tuttologi, noi. Inerme, Eluana tace. Da diciassette anni tace, ma vive. Più che altro si ostina a non morire. Ci hanno raccontato di macchine amorfe e trame di cavi. Che non esistono, a voler essere precisi. La donna funziona da sé, perfettamente: respira, digerisce, tossisce, dorme. Di notte una sonda la nutre. Nel sonno non vede lo squallido show che abbiamo messo su, non partecipa alla profanazione del suo cadavere vitale, non dice la sua dai microfoni di Studio Aperto. Immagina la messinscena, forse, e ne soffre. Eluana è la foto di una settimana bianca e di un sorriso profondo, è un padre stanco che invecchia senza la figlia che vorrebbe abbracciare, è una ferita nelle coscienze bipolari di noi habitué del sondaggio. È una risposta senza domanda, Eluana.

Sapete: ho cercato a lungo nel banco frigo un’opinione precotta, ma indarno. Sofficini e piselli a iosa, ma della verità neanche l’ombra. Ho scavato a fondo, nulla. Scrivo per raccontarvi che la verità non ce l’ho, ché altrimenti sarei un giornalista o un prete o un assassino. Invece non sono nessuno e adoro restare me stesso, io schifo i surgelati.
A chi mi chiede opinioni, offro fatti. Certo che il silenzio sia il mestiere del vile, così come le urla la passione dello sciocco, vergo pensieri che dicono poco. Si tratta di scegliere se alimentare un vegetale. O se ucciderlo meticolosamente col supporto dei legali, gli striscioni dell’associazione Coscioni, il protocollo stilato dai sanitari: non prenda niente tre volte al giorno, a stomaco vuoto, per due settimane. Poi si smonta il tendone, si spengono i fari, si sbaracca la piazza. E tutti a casa. Fossi Eluana, piangerei. Fossi in noi, tacerei. Non è umano trasformare l’esistenza fragile di una donna forte in un passatempo da osteria. In una smania da isteria. Stop al televoto, amici telespettatori. Non c’è nulla da dire, poco da fare. Quella giovane donna non sognava di vivere inchiodata ad un letto, figurarsi diventare fenomeno da baraccone.

Quanto ai fatti, ci sarebbe, pure, da riferire della caparbia decisione di farla morire di fame e sete. Con la pancia piena non posso difendere un sondino nasogastrico; potrei, al massimo, enuclearvi i sintomi di un’indigestione domenicale, succede. Ci sarebbe, poi, da menzionare una lettera dal Colle, un decreto legge necessario ed urgente, un disegno di legge prossimo venturo, un premier commosso come padre, un ministro già socialista che gioca alla guerra. Ne capisco poco di cartoni animati. Su due binari paralleli corrono le ore contate di chi ha stilato la tabella di morte di Eluana e quelle scontate di chi ha messo all’ordine del giorno una legge salvavita. Il tutto appare pazzesco: riuscireste ad immaginare le istruzioni per morire di inedia e di spasmi in un protocollo formato A4, riuscireste a pensare un iter legislativo lungo solo una settimana, una corsa contro il tempo mentre a Udine piove? Tocca riferire di un bastardo conto alla rovescia, manco fossimo a Giochi senza frontiere, di una donna riccia che, affamata e disidratata, si chiede se ci sarà il sole quando sarà l’ora di crepare o se ad illuminare i suoi occhi basteranno i flash ubiqui. Tutt’attorno il mondo è già ammattito e, se mai in questa faccenda ci fosse spazio per il sarcasmo, basta il nome della clinica friulana a commentare la sarabanda che fracassa i timpani di Eluana. “La Quiete” si chiama quella casa di cura beffarda.

Vorrei non esserci quando un camice turbato si affaccerà al tiggì per comunicare che tutto procede secondo quanto previsto. Lentamente muore. Vorrei non esserci quando il presidente liberale s’indignerà, il Quirinale ottuagenario interverrà, il principale esponente dello schieramento avverso non s’opporrà, Beppino organizzerà una gita di Stato. Preferirei impallinare gli avvoltoi, mentre lentamente muoiono le nostre pretese assolutiste, il fumo vano dei valori al macero, l’invadenza condominiale del Belpaese. Vorrei non esserci, ma ci sono: dannazione. E mi tocca sperare che Eluana sia l’ultima, che si approvi un qualcosa sul testamento biologico, che si cessi di strepitare. E che si torni a vivere, con la musica della gioia nell’anima e tutt’attorno. Intanto fossi un padre, suo padre, spererei. È gratis. Ci sono diciassette anni di sofferenza e affetto e dedizione. Ci sono vittorie: Eluana supera le emorragie anche senza l’intervento medico, ha il ciclo, sgrana gli occhi. Dorme. Magari si sveglia pure. Fossi un padre, suo padre, convinto che Eluana avrebbe preferito non vegetare al riparo dalla vita, al sicuro dalla morte, attenderei che il tempo faccia il suo corso. Spingere sull’interruttore del tritacarne mediatico non ha senso. Fossi un medico, uno che di mestiere seleziona cure, consiglia farmaci, salva vite, alimenterei anche un geranio appassito. Fossi un opinionista, uno che a cottimo discetta del nulla, andrei a cena con la mia coscienza, magari ci si becca in centro.

Fossi in me, straccerei i panni del cinico. La verità per Eluana non ce l’ho, come tutti del resto. Vorrei non soffrisse, ecco. Quanto a me, giacché i surgelati non m’aggradano, fingerò di aver taciuto stavolta e, di notte, concluderò questo pezzo vuoto al punto giusto. Vuoto come tutti noi davanti ad un cuore che pulsa, che lotta, che vive. Vuoto come un pensiero che ti riempie la giornata. Fossi Eluana, ma non lo sono: l’incoerenza è palese, vorrei che mi teneste in vita, se non vi pesa. Con calma, che continuaste ad apprezzarmi anche se, al posto di un abbraccio, potrò darvi solo un meccanico beep. Che non mi mandaste in onda, che accendeste il sole ed abbassaste il sipario, in silenzio.

Vorrei che mi amaste finché potrò sorridervi, e poi anche dopo.

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